HOME.GIF (399 byte)
 

MAPPE e paradigmi

Smonto, rimonto, fatico: capisco

di Paola Mattioda*

“L’esperienza umana non è fatta di solo pensiero e di azione,ma anche di emozioni, e solo se si tiene conto di tutti e tre questi elementi insieme si possono fornire strumenti per rendere ricca di significati l’esperienza individuale”.1

Ancora oggi molti docenti pensano che costruire mappe concettuali sia una scorciatoia, un modo per sintetizzare e portare a memoria velocemente argomenti di studio. Ma chi tenta di utilizzare questi strumenti inserendoli a pieno titolo nel curriculum sa, invece, che questa metodologia di lavoro richiede tempi mediamente lunghi e che è necessario emanciparsi, almeno in parte, dalle preoccupazioni di tipo estensivo-quantitativo rispetto alla programmazione disciplinare. L’elaborazione di mappe concettuali rigorose, infatti, mette in gioco processi complessi, faticosi, mai immediati. Sappiamo bene, per altro, che i nostri ragazzi sembrano rifuggire la fatica, soprattutto quella cognitiva; è assai più spontaneo affrontare lo studio di un qualsiasi campo di conoscenza secondo la consueta sequenza: spiegazione del docente/lettura-rilettura del manuale/eventuale ripetizione. La produzione di mappe, che richiede di smontare e rimontare il testo da apprendere per rappresentarne le relazioni concettuali interne e coglierne i significati, costa indubbiamente un impegno maggiore. Allo studente si chiede di compiere diverse operazioni mentali che possono generare una sensazione di frustrazione. Scatta allora la reazione: “Non posso fare come ho sempre fatto?“. Questi atteggiamenti di rifiuto sono, almeno in parte, scongiurabili se si svolge un attento lavoro di pianificazione che, diluendo il carico cognitivo, non scoraggi in partenza l’operato degli allievi. Per esempio è possibile farli esercitare sul completamento di mappe preesistenti, affrontando in modo morbido e per tappe la complessità della struttura logico-sintattica della rappresentazione. Abbiamo verificato che, almeno inizialmente, è bene delimitare l’ambito di conoscenza che si va ad esplorare: meglio una mappa semplice, corretta e completa, piuttosto che una mappa con ambizioni eccessive e difficile da governare, dove necessariamente dovrà prevalere l’intervento mediatore-correttivo del docente rispetto all’effettiva elaborazione dello studente.

Quando il gioco si fa duro

Come sappiamo, per realizzare mappe concettuali occorre definire con precisione concetti e relazioni tra di essi. Questa fase richiede una buona padronanza dei meccanismi linguistico-grammaticali da una parte e dei linguaggi specialistici delle discipline dall’altra. Accade spesso che sia necessario compiere simultaneamente delle rielaborazioni, più o meno consistenti, su entrambi i versanti. L’affermazione “Gli stati aumentarono le spese militari per dotare gli eserciti di armi più numerose e potenti” può essere rappresentata con:
Come risulta evidente, la riformulazione sintetica della proposizione riguarda sia l’aspetto grammaticale, sia quello concettuale-contenutistico. Abbiamo osservato che questo tipo di operazioni generano in molti casi una ricaduta positiva nell’utilizzo più rigoroso e consapevole del linguaggio. Nel caso in cui si tratti di rappresentare contenuti testuali estesi ed articolati, l’esperienza ci conferma che la tentazione degli studenti è quella di seguire in modo inerziale il percorso lineare del testo, rappresentandone i passaggi logici così come sono proposti. Ed è compito del docente condurre gli allievi a considerare che la mappa può capovolgere l’ordine di presentazione delle informazioni: concetti gerarchicamente sovraordinati, da collocarsi quindi in alto nella rappresentazione, possono trovarsi, nel testo, in ultima posizione. L’obiettivo a cui mirare in questo senso è il distanziamento cognitivo, ossia la capacità di accostarsi ai materiali da apprendere con un atteggiamento non passivo, ma riflessivo ed interrogativo.
La nostra esperienza ha visto alcuni studenti raggiungere una buona autosufficienza operativa, ma, in genere, il docente deve assistere e monitorare le attività in modo abbastanza continuativo.

Quando un appuntamento non basta

Il progetto sulla realizzazione di mappe concettuali all’interno di percorsi disciplinari condivisi, ha visto coinvolti più gruppi classe e ci ha offerto un campione davvero significativo anche per altre osservazioni. Abbiamo verificato che si possono ottenere risultati soddisfacenti solo se l’arco temporale dedicato a questa strategia operativa riguarda più anni scolastici: le mappe concettuali non possono ridursi ad un appuntamento sporadico, improvvisato, non progettato in partenza. È un dato di fatto, inoltre, che studenti abituati a lavorare con altri più semplici organizzatori di conoscenze (tabelle, schemi, diagrammi a blocchi ecc.) sono sensibilmente avvantaggiati rispetto a chi ne è del tutto digiuno. Sono organizzatori diversi, di primo livello, ma mettono in campo il medesimo atteggiamento cognitivo richiesto dalle mappe concettuali. Abbiamo sperimentato direttamente, quindi, che è indispensabile la progettazione di curricoli di studio verticali che includano metodologie didattiche basate sugli organizzatori. Da un lato gli studenti, nel salire di livello scolastico, vedrebbero riconfermate e valorizzate le strategie acquisite, dall’altro gli insegnanti potrebbero con maggiore serenità dosare gli interventi di mediazione, sapendo di avere un intervallo temporale d’azione più ampio, disteso su più anni e condiviso con altri docenti.

Quando tutti sono coinvolti

L’esperienza ci ha dimostrato che lavorare sulle mappe con gradualità e pianificazione può catturare l’attenzione degli studenti che si pongono, per difficoltà di tipo cognitivo e/o relazionale, ai margini dell’esperienza educativa: di fronte ad un insegnamento agli antipodi rispetto a quello trasmissivo si sentono, infatti, parte attiva nel processo di costruzione di conoscenza e ciò può incrementarne l’autostima e la motivazione. Non dimentichiamoci che, come per tutte le metodologie di tipo costruttivista, l’errore in una mappa è inteso e valorizzato più come una tappa del processo d’apprendimento che come un elemento da sanzionare senza mezzi termini. I soggetti deboli, quindi, acquistano fiducia e vivono con meno disagio le loro personali difficoltà. Anche per questo è bene riservare uno spazio non marginale alla verifica-valutazione collettiva delle rappresentazioni prodotte: le soluzioni più appropriate e condivisibili, in grado di comunicare con evidenza i corretti significati, emergeranno proprio dal confronto-scontro delle idee.

Quando apprendere può voler dire emozionarsi

Dopo qualche anno di lavoro siamo ragionevolmente certi che le mappe siano un potente strumento per rendere i nostri allievi più consapevoli delle loro, spesso trascurate, potenzialità cognitive. Il modello di apprendimento significativo che le caratterizza, infatti, mette lo studente prepotentemente al centro del suo percorso formativo e, in particolare, lo pone a tu per tu con le varie fasi del suo ragionamento, con la radiografia dei suoi processi mentali. Mentre impara ad imparare e si avvicina ai meccanismi che consentono di capire il significato di ciò che apprende, lo studente diventa attore protagonista dell’esperienza di studio e può davvero assaporare il piacere dell’emozione cognitiva che nasce dalla consapevolezza di aver costruito autonomamente il proprio sapere. Siamo convinti che, imboccata la strada del piacere di capire, di apprendere in modo autentico e non meccanico e ripetitivo, s’inneschi un circuito virtuoso dal quale è difficile tornare indietro.

Quando scricchiolano le TIC

Vorremmo infine fare una breve riflessione sugli ambienti digitali destinati alla costruzione di mappe di cui da tempo riconosciamo vantaggi e valori aggiunti. Non è sempre vero, come vorrebbe un diffuso ottimismo tecnocratico, che nelle nostre scuole la disponibilità delle aule multimediali sia corrispondente alle reali necessità, e non è sempre vero che gli studenti a casa abbiano a disposizione computer, software adeguati e accesso al web. Può accadere, anzi, com’è successo a noi che lavoriamo in un istituto professionale torinese di grandi dimensioni, che gli studenti di fronte alle strumentazioni digitali non dimostrino quella confidenza che ci aspetteremmo e che quindi l’impaccio nell’utilizzo delle TIC sia di ostacolo, più che di supporto, perfino allo svolgimento delle più semplici consegne. In qualche caso poi la tecnologia digitale può trasformarsi in un distrattore che, focalizzando l’attenzione sulle sue potenzialità, allontana la concentrazione dello studente dai compiti cognitivi prestabiliti. Anche di queste variabili, quindi, occorre tener conto quando si progettano gli interventi formativi di questo tipo.

*docente all’IIS “Beccari” di Torino




1 La citazione è tratta dalla prefazione del testo di J.D. Novak e D.B. Gowin, Imparando ad imparare, SEI, Torino, 1989/2001, p. 15.