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Un’esperienza di successo
formativo, Associazione TreeLLLe, Seminario n. 2, Settembre 2004.
Diritto del lavoro e saperi ingenui: un’analisi empirica.
di Maurizio Canauz*
L’ipotesi di partenza L’idea iniziale era quella di introdurre all’interno di un tradizionale
programma di diritto commerciale per le classi quarte di un Istituto
Turistico (ITST) di Milano una unità di diritto del lavoro.
Tale unità da un lato avrebbe dovuto avvicinare gli studenti alla
materia in generale e dall’altro aiutarli a comprendere le tematiche
connesse al lavoro flessibile, sul quale tanto si dibatte. Si pensava
che, essendo il lavoro un aspetto fondamentale della vita nella attuale
società, la sua analisi giuridica avrebbe potuto incuriosire i giovani.
Inoltre non era improbabile che alcuni degli studenti avessero avuto in
alcuni casi una conoscenza concreta del lavoro e di alcune sue regole
maturata o attraverso piccole esperienze personali o attraverso
l’esperienza di genitori, parenti e amici.
Proprio questa ipotesi invogliava a considerare il “sapere spontaneo”
esistente in materia giuridica contrapponendolo al “concettualismo”
imperante nella cultura giuridica italiana.
Sapere spontaneo che sarebbe potuto risultare, inoltre, assai utile se
condiviso da tutta la classe per stabilire un approccio all’argomento
più veloce, evitando ogni introduzione per concentrarsi su aspetti più
specifici e particolari come i nuovi contratti flessibili introdotti
dalla così detta “Riforma Biagi”.
L’unità didattica avrebbe comunque dovuto essere realizzata inserendo le
informazioni e i dati specifici disciplinari nel contesto sociale perché
quei dati e quelle norme acquistassero un senso superando quella
astrattezza che, a volte, è propria del diritto.
Si riteneva pertanto doveroso operare delle brevi incursioni nei campi
didattici più propri della sociologia e dell’economia cercando di
fornire un quadro più organico agli studenti agevolando la loro
comprensione di un fenomeno così ampio come quello del lavoro da non
potersi limitare alla sola sfera giuridica. Per farlo e per calibrare
meglio le attività da svolgere, in classe si era pensato, nella lezione
introduttiva, di verificare i saperi spontanei degli studenti in
materia.
La classe era una quarta composta da 20 studenti. Di questi 17 erano
ragazze. Non vi erano ripetenti e l’andamento disciplinare della classe
era generalmente buono.
La metodologia prevalente, se non quasi esclusiva, con cui si erano
tenute fino ad allora le lezioni era quella tradizionalmente frontale
(intervallata con brevi discussioni su temi tratti dalla attualità). Il questionario di inizio attività didattica Al fine di verificare empiricamente i saper spontanei era stato
sottoposto alla classe un questionario di inizio attività didattica e
più precisamente una “ruota” dei saperi spontanei.
In base alle loro conoscenze gli studenti dovevano indicare delle
relazioni tra i termini sottoposti e scelti dal docente.
Nella scelta dei termini da proporre si era cercato di graduarne la
complessità per cogliere differenti gradi di saperi ingenui e aree
diverse degli stessi (legati più ad aspetti economici, sociali,
giuridici ecc.). I termini dovevano essere uniti con una linea che
collegasse tra loro i concetti a due a due.
Era possibile riutilizzare lo stesso termine più di una volta e non si
dovevano tracciare più di 10 collegamenti.

Per svolgere l’attività erano stati concessi agli studenti quindici
minuti.
Prima dell’inizio erano state lette assieme le consegne indicazioni e si
erano chiariti eventuali dubbi.
L’unico dubbio persistente riguardava il perché si facesse quel
questionario. Non abituati a questo tipo di indagine, gli studenti erano
parsi un po’ preoccupati della richiesta e per quanto si fosse cercato
di tranquillizzarli sull’uso che sarebbe stato fatto dei risultati,
alcuni temevano, comunque, che si trattasse di un’esercitazione e quindi
vi fosse una possibile valutazione del loro operato. Risultati ottenuti Riporto indicativamente le coppie principali di abbinamenti fatte dagli
studenti. I dati sono apparsi a una prima lettura piuttosto
contrastanti.
Se alcuni abbinamenti, infatti, potevano far pensare ad una conoscenza
di alcune tematiche altri (come ad esempio gli abbinamenti: 2-9, 8-10,
3-9, 8-5, 7-6) non avevano nessun fondamento.
Rimaneva tra l’altro il dubbio se si fosse trattato di risposte casuali
o errate. Pertanto si era ritenuto necessario un supplemento d’indagine
attraverso una riflessione collettiva delle risposte date.
Dalla discussione emerse, però, una situazione di non conoscenza più
diffusa di quanto si potesse immaginare dal questionario.
Tale mancanza di conoscenza derivava anche dal fatto che quasi nessuno
aveva avuto esperienze nel mondo del lavoro e molti ritenevano ancora
lontano il momento di abbandonare gli studi.
Anche le conoscenze familiari o legate alle amicizie sembravano, se non
del tutto assenti, almeno così vaghe da non poter essere prese in
considerazione nella costruzione dell’unità didattica. Progettazione del percorso didattico a seguito del questionario Dopo la somministrazione del questionario, la lettura delle risposte e
l’ulteriore discussione in classe, rispetto alla previsione iniziale si
è deciso di modificare gli argomenti trattati.
Meno approfondimenti, ma una maggiore attenzione agli aspetti generali
del diritto del lavoro con alcuni collegamenti interdisciplinari, sui
quali era possibile richiamare i saperi ingenui di parte della classe
(si veda a tale proposito il collegamento 1-12).
Inoltre la mancanza di esperienze dirette ha condotto a rinunciare al
recupero di esperienze personali per le esemplificazioni e a ricercarne
altre tratte, soprattutto, da fatti di cronaca.
Rimaneva poi la questione aperta di come intervenire laddove vi erano
dei saperi spontanei errati (si pensi agli abbinamenti 2-9 o 6-7).
Distruggere i falsi idoli, come indicava Bacone, che impedivano la vera
conoscenza? Fare tabula rasa per poi ricostruire da capo?
La via scelta è stata quella di ignorarli. Non intervenire direttamente
su di essi ma proseguire nella spiegazione come se non esistessero con
la convinzione che se fossero stati veramente radicati sarebbero stati
riproposti dagli studenti sotto forma di domanda nel momento in cui si
affrontava l’argomento specifico.
Il rischio paventato da alcuni autori è quello che, metaforicamente, si
scriva su due cd o floppy paralleli nella mente dello studente, uno
scolastico e uno extrascolastico a cui rimanere fedeli nel momento in
cui non si deve ottenere un determinato risultato ripetendo concetti o
non capiti, o non metabolizzati o, peggio, rifiutati.
In questo caso tuttavia i concetti erano troppo astratti e privi di
qualsiasi connotazione emotiva perché lo studente rifiutasse di
accettare nuove informazioni più complete con le quali sostituire quelle
precedentemente assorbite. Anzi proprio alcune affermazioni fatte
spontaneamente dagli studenti quali: “Finalmente ho capito…”, “Ah, io
invece pensavo…” sembrano testimoniare come il processo di riscrittura,
su questi argomenti, sia avvenuto senza particolari problemi e senza la
creazione di due archivi delle nozioni differenti e contrapposti.
La resistenza sarebbe stata forse diversa, e diverse sarebbero dovute
essere le strategie qualora si fossero trattati argomenti che gli
studenti avessero sentito come maggiormente vicini al loro modo di
vivere o di pensare.1 Proprio questa tranquilla e passiva accettazione
dell’insegnamento proposto e l’abbandono dei propri saperi spontanei
erano la testimonianza della scarsa presa dell’argomento sugli studenti.
Questo fatto fa riflettere su quali argomenti proporre nello studio del
diritto e come porli: forse, tranne alcuni temi essenziali o ritenuti
tali a seconda del tipo di indirizzo scolastico, non devono essere
imposti ma scelti, con un approccio un po’ rogersiano2, di comune
accordo con gli studenti anche in base ai loro interessi e ai saperi
spontanei necessariamente collegati al loro vissuto e all’ambiente in
cui vivono.

*docente abilitato all’insegnamento di materie economico-giuridiche
presso SSIS dell’Università Bicocca di Milano.
1 Nello specifico mi è capitato di trovare maggiori difficoltà in altre
esperienze su temi quali: la pena, la legittima difesa, la carcerazione
preventiva dove gli studenti mischiavano saperi spontanei (alcuni
palesemente errati) con valori personali e familiari, e considerazioni
di natura morale, fortemente influenzate dall’ambiente in cui vivevano.
2 C. R. Rogers, Terapia centrata sul cliente, La Nuova Italia, Firenze
1999.
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