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Didattica e discipline

L’Educazione civica come Cultura costituzionale

di Giovanni Missaglia*

 
La discussione sullo statuto epistemologico dell’Educazione civica è attraversata da contrasti profondi. Si deve anche considerare che i progetti di riforma di questi ultimi anni rendono incerto il quadro in cui si inserisce questo dibattito. Più dei contributi teorici, perciò, è l’osservazione delle pratiche didattiche dominanti che ci può aiutare a capire il modo in cui questa “disciplina” viene percepita, rappresentata e pensata tanto dagli studenti che (non sempre) ne fruiscono quanto dai docenti che (non sempre) la insegnano.
Quando non venga completamente trascurata, l’Educazione Civica è intesa e praticata soprattutto in tre modi:

  • come conoscenza delle fondamentali strutture sociali in cui l’individuo è inserito, da quelle più immediate e “concrete” come la famiglia a quelle più lontane ed “astratte” come lo Stato;

  • come insieme più o meno organico di conoscenze storiche e, soprattutto, giuridiche ed economiche;

  • come insieme di regole di “condotta” per vivere in comunità.

Ciascuna di queste impostazioni contiene un importante nucleo di verità. E tuttavia sono evidenti i limiti epistemologici, didattici ed educativi di questi approcci. Innanzitutto l’Educazione Civica - di cui la fondamentale direttiva 8 febbraio 1996 n.58 (Nuove dimensioni formative, educazione civica e cultura costituzionale) riconosce il carattere trasversale a tutti gli insegnamenti ma anche la specificità irriducibile ad altri saperi - in tal modo viene invece ridotta al Diritto, all’Economia, alla Storia, alla Sociologia, all’Etica o, peggio, ad un “mélange” di queste discipline. Questa impostazione non è soltanto discutibile sul piano epistemologico ma anche velleitaria dal punto di vista della concreta pratica scolastica, finalizzata com’è ad un compito impossibile: formare il “civis” come giurista-storico-economista-sociologo ecc. Ma il limite ancora più pericoloso è un altro ed è di natura educativa. Il rischio concreto è, in particolare, quello di pensare o di trasmettere anche inconsapevolmente l’idea che “buon cittadino” sia, semplicemente, colui che aderisce in maniera acritica e conformistica all’ordinamento sociale dato, arbitrariamente fissato in una configurazione che non può essere considerata eterna e definitiva per il solo fatto di essere quella attuale, l’ultima sul piano cronologico. Proprio questo potrebbe accadere, se si pensasse che educare al civismo si traduca nello, e si riduca allo, insegnare “il” Diritto, “la” Economia, “la” Morale, a loro volta fissati in assetti rigidi e non problematizzati. Come dire: le norme giuridiche, le regole morali, le “leggi” economiche ecc., sono queste e, soprattutto, sono date; essere un buon cittadino significa soltanto conoscerle, prenderne atto e farle proprie. È importante notare che questa deriva non richiede affatto un’adesione esplicita ad una forma di scientismo positivistico che assimili i saperi storico-sociali (tra i quali certamente rientra l’Educazione civica) al “modello” rappresentato dalle scienze della natura. Infatti l’adesione a questa impostazione positivista e scientista può essere inconsapevole e veicolata dall’idea stessa di “manuale”, che per definizione suggerisce l’immagine di un sapere chiuso e definito, incontrovertibilmente vero e perciò “naturale”, come naturali sono, appunto, le leggi della chimica, della fisica e della biologia.
Compito fondamentale dell’Educazione Civica — arrivo così al nodo della questione — è la promozione della cittadinanza attiva e consapevole. Ancora una volta è fondamentale il riferimento alla direttiva 58. Vi si legge tra l’altro: “Vivere in una società democratica significa sviluppare insieme l’appartenenza e la distanza critica, saper partecipare dall’interno, ma all’occorrenza anche dall’esterno, alle sedi significative della cultura, della politica, del lavoro”. È una finalità alta e complessa, alla cui realizzazione concorrono molti elementi. Tra questi, sicuramente, un buon manuale di Educazione Civica. Un manuale che, per le ragioni accennate, sia il meno possibile “manualistico” e che dunque non tenda a suggerire l’idea illusoria di un sapere compiuto e definito ma promuova nei giovani studenti la conoscenza dei fondamenti della cittadinanza e la capacità di orientarsi attivamente e autonomamente nel complesso mondo politico e sociale. Conoscere e orientarsi attivamente. È importante, anzi essenziale, sottolineare il nesso tra le due dimensioni. Basti pensare alla seconda indagine internazionale sull’Educazione Civica promossa tra il 1995 e il 2000 dall’International Association for the Evaluation of Educational Achievement (Iea) e condotta in Italia dal Centro Europeo dell’Educazione (Cede) nel frattempo trasformatosi in Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’istruzione (Invalsi). Uno dei risultati più interessanti è che “un migliore livello delle conoscenze dei principi fondamentali che regolano le società democratiche determina una maggiore disponibilità a partecipare attivamente alla vita civile e politica”. A dispetto di tanta didattica che, in nome della giusta battaglia contro il nozionismo, ha finito per svalutare anche le nozioni a tutto vantaggio delle competenze e delle capacità, si rivela qui il nesso strutturale tra conoscenze e attitudini pratico-operative. Senza sapere non c’è né saper essere né saper fare. Nel caso dell’Educazione Civica: non bastano a formare un buon cittadino le pur rilevanti esperienze sociali di convivenza scolastica o i momenti di lavoro di gruppo e di discussione collettiva che possono e debbono realizzarsi in qualsiasi ambito disciplinare. Occorre anche la tematizzazione esplicita e autonoma di quel particolare sapere senza il quale la cittadinanza è destinata a rimanere un’esperienza irriflessa, passiva o, peggio, qualunquistica.
Siamo così rimandati al tema della definizione di un tale sapere che per ora abbiamo caratterizzato in termini prevalentemente negativi. Dato l’obiettivo della promozione di una cittadinanza attiva e consapevole, mi pare che lo strumento che meglio lo può realizzare sia quella particolare forma di sapere che la Direttiva 58 definisce cultura costituzionale. In generale la Costituzione è uno strumento formidabile di educazione civica per alcune caratteristiche che possono essere così sintetizzate:

  • la Costituzione è una realtà storica, al tempo stesso esito di un processo e “nuovo inizio”, punto d’approdo ma anche punto di partenza di vicende sociali, economiche, politiche, militari, ecc. Da questo punto di vista ben si presta a far superare l’idea ingenua della naturalità e della immodificabilità dei rapporti sociali;

  • la Costituzione è un prodotto filosofico-ideologico. Nel caso della nostra Costituzione, per esempio, basti pensare all’alto compromesso fra le culture cattolica, marxista e liberale. Diventare consapevoli di questa dimensione e, dunque, anche del carattere inevitabilmente “parziale” delle previsioni costituzionali aiuta a favorire la distanza critica ma anche, e non contraddittoriamente, l’adesione partecipe ai valori della Costituzione;

  • la Costituzione è un programma per il futuro poiché lo si diceva — non si limita a raccogliere i risultati di un processo storico ma anche apre la costruzione di un edificio sempre in divenire. Non è un caso che l’attuazione di un principio costituzionale sia un processo laborioso che può richiedere l’intervento combinato del Parlamento, del Governo, degli Enti Locali, ma anche della stessa società civile. È questo un aspetto importante, ben espresso dalla stessa direttiva 58: “...la Costituzione è non solo un importante luogo della memoria e della stabilità, ma anche un luogo del progetto e del prudente cambiamento...”.

  • la Costituzione intreccia linguaggi diversi: storico, giuridico, economico, morale. È dunque utilissima a fornire una sorta di dizionario minimo della cittadinanza consapevole. È possibile in questo modo acquisire dimestichezza con alcune parole-chiave che, come tali, sono lo strumento per aprire autonomamente le porte di una cittadinanza meditata e attiva.

Un approccio come quello descritto può a ragione essere indicato con l’espressione cultura costituzionale. Si tratta di una denominazione utile a marcare la distinzione dal Diritto Costituzionale in senso stretto. La Costituzione non è in questa prospettiva lo strumento di una sapienza giuridica, ma, appunto, di un’educazione civica. Da questo punto di vista il fatto che la Costituzione italiana sia continuo tema di discussione e oggetto di proposte di revisione anche profonda è segno del carattere sempre aperto della cultura costituzionale. Un buon testo di Educazione Civica dovrebbe dar conto di questi processi ancora in fieri, proprio per rendere visibili e discutibili dagli stessi studenti gli approcci, i valori, i riferimenti culturali, i richiami storici ma anche i problemi concreti e contingenti che stanno alla base della Costituzione vigente come dei suoi progetti di innovazione.
Bene ha fatto, perciò, l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in occasione dell’apertura dell’anno scolastico in corso, ad invitare gli insegnanti a leggere e a discutere in classe coi propri studenti la Costituzione italiana. Se ci si illude che certi argomenti siano appannaggio esclusivo del mondo adulto, non solo si alimenta la scarsa fiducia nelle istituzioni e la ridotta propensione alla partecipazione politica di tanti giovani, ma si contribuisce anche a indebolire ulteriormente il civismo della società e, dunque, si abdica ad uno dei compiti fondamentali della scuola.

 


*docente al Liceo scientifico di Busto Arsizio (VA)