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La parola ai presidi e ai professori

Michele Del Vecchio

docente all’Ipia “Ferraris —Pacinotti” di Milano

Chi come noi insegna in un istituto professionale non può non assumere come tema emergente della riforma la costituzione del doppio sistema (quello dei licei e quello della IFP) poiché con essa si introduce nel tessuto scolastico del paese un “vulnus“, una rottura rispetto alla linea evolutiva della scuola repubblicana. La scuola italiana è stata sino ad oggi unitaria pur nella diversità degli ordinamenti ed indirizzi e in questo orizzonte di pari opportunità e diritti ha svolto una parte non trascurabile proprio l’istruzione professionale sostenuta da una forte vocazione all’inclusione e alla formazione con percorsi innovativi.
Oggi, con la riforma Moratti, si rischia di voltare pagina e lo si fa mentre si dice, al tempo stesso, di non volerlo fare.
Infatti tutti i documenti della 53/03, compreso il decreto sul secondo ciclo, ribadiscono il carattere unitario della secondaria superiore e la pari dignità dei due ordinamenti su cui essa poggia, anche se un’attenta lettura del documento smentisce le due precedenti affermazioni. Il principio della “pari dignità“ ha una collocazione primaria ed enfatica nei documenti di orientamento culturale e pedagogico prodotti dalla Commissione Bertagna in cui si dà conto dei principi ispiratori della riforma. Il principio della “pari dignità” è, a dir poco, un’illusione. E come tutte le illusioni ha anch’esso un apparente rigore, un arcano potere di fascinazione e di inganno. Per svelarne la vera natura occorre guardare, innanzitutto, a quella costellazione di principi, di obiettivi e di finalità con cui i riformatori intendono emancipare la scuola italiana dal suo arcaico radicamento nella riforma Gentile del ’23. Bisogna poi guardare all’applicazione concreta di quei principi e interrogarsi su quale architettura ordinamentale e organizzativa da essi discenda.
La premessa culturale della “pari dignità” sta innanzitutto in un atto di accusa, mosso dai riformatori, all’attuale scuola del nostro paese. L’atto di accusa formula due diversi capi di imputazione:
1) La scuola italiana è la scuola della separatezza tra il conoscere, il fare e l’agire; è una scuola ancora di impianto
“idealista” che non sa misurarsi con la scienza e con la tecnica: “Il risultato di questa separatezza è un atteggiamento culturale complessivo, trasversale ai diversi schieramenti, che porta a pensare che, in fondo, chi studia non lavori mai di mani e chi lavora e non studia non debba mai lavorare di cervello” (Bertagna, 2004).
2) La scuola italiana ha una struttura rigida, omogeneizzante, fatta di insegnamenti disciplinari separati, di classi chiuse, di orari prefìssati: “È — scrive Bertagna — la scuola del paradigma militare, burocratico, fordista”.
Da questi capi di accusa discendono i seguenti principi-azione, fondativi della IFP:
a) la pedagogia del lavoro e della professionalità che realizza e dà forma alla circolarità tra “teoria”, “techne” e “praxis”;
b) il personalismo secondo cui “il sistema IFP riconosce ed assume la centralità del lavoro in un’ottica di accrescimento e di valorizzazione della persona umana”;
e) l’equivalenza formativa e la complementarietà tra i due sistemi che dovrebbero garantire la transitabilità tra essi.
L’applicazione concreta di queste premesse (anzi, promesse) teoriche sono i LEP pubblicati nel decreto 226. Gli otto articoli dovrebbero definire i livelli essenziali rispettivamente in: prestazioni, offerta formativa, orario minimo annuale e
articolazione dei percorsi formativi, livelli dei percorsi, requisiti dei docenti, valutazione e certificazione delle competenze, strutture e servizi, valutazione INVALSI. La lettura del Capo III mostra chiaramente come tutte queste materie
restino delle questioni aperte. Il secondo canale (di cui si proclama in modo altisonante la pari dignità) semplicemente non esiste. Lo Stato, che dovrebbe essere il garante del rispetto dei LEP, consegna una scatola vuota che le Regioni sono
chiamate a riempire. Esse dovrebbero poi disegnare un qualificato quadro unitario del percorso IFP. Incombe il pericolo di una frammentazione del sistema di istruzione e formazione professionale in un pulviscolo di microrealtà locali del tutto
sprovviste di dignità formativa e assolutamente inadeguate a garantire la spendibilità nazionale delle qualifiche e dei diplomi rilasciati. Il doppio canale comunque non può partire nel 2007/2008 se non si vuole incorrere nel rischio di una trasposizione, di un trasferimento surrettizio delle esperienze formative realizzate nei CFP all’interno della IFP.
È in gioco un diritto fondamentale, il diritto all’istruzione. Esso non viene più garantito se vengono meno le condizioni e le opportunità di scelta e di cambiamento di scelta. C’è poi la questione del personale: non è possibile un’IFP senza docenti e dirigenti con sicura professionalità in grado di sostenere l’offerta formativa se e quando essa verrà formulata. Il decreto 226 accenna a una struttura di raccordo tra il sistema dei licei e quello della istruzione professionale chiamata Campus.
Anche in questo caso il testo è vago, sfuggente e non affronta la questione del passaggio (le passerelle) tra i due canali.
Come potrà il Campus ridare unitarietà e pari dignità a ciò che è stato così malamente separato?