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La parola ai presidi e ai professori

Susanna Bigari

dirigente scolastico all’Ipscts “A. Olivetti”, Rho

Quale valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?

Innanzitutto servirebbero maggiori elementi chiarificatori sull’impostazione pensata per il canale dell’istruzione e formazione. L’indeterminatezza in cui è stato relegato il professionale ha contribuito a disorientare le famiglie e ha provocato delle vere e proprie “fughe” verso i licei, che hanno scarsa motivazione, se non il timore di inserire il proprio figlio in un percorso di serie B.
Se il canale dell’istruzione e formazione sarà modellato sull’impianto degli attuali percorsi triennali di qualifica sperimentali credo che possa nascere qualcosa di positivo, perché oggi la vera esigenza è quella di ritornare a parlare di metodologie e di didattica, aspetti su cui la sperimentazione punta moltissimo.
Sempre a proposito di riforma, mi lascia perplessa la “liceizzazione” degli istituti tecnici perché in Italia la formazione tecnica ha svolto un ruolo fondamentale per lo sviluppo del paese e ha fatto crescere generazioni di “tecnici” preparati al mondo del lavoro. Penso che il paese avrebbe bisogno di un forte canale professionalizzante, prevedendo anche la confluenza di alcuni indirizzi professionali in quelli tecnici, tenuto conto che in molti casi il monte-ore e i programmi sono ora quasi identici. Però, se proprio liceo deve essere, che sia data la possibilità anche ai professionali di diventarlo.
Ritengo che la scuola debba non solo rivedere percorsi, monte-ore e programmi, ma debba intendere con il termine “riforma” la creazione di una struttura portante più efficiente e quindi più efficace. Penso, ad esempio, alla reintroduzione dell’organico funzionale, a un sistema più veloce di reperimento dei supplenti, a figure di sistema che possano occuparsi a tempo pieno dei settori portanti degli istituti.
Istruzione e formazione, due canali paralleli con pari dignità: ritiene che il recente decreto attuativo realizzi nei fatti tale intento?
Avrei preferito il mantenimento del 3 + 2 perché gli studenti del professionale hanno diritto a un percorso unitario che li conduca al diploma senza anno integrativo. Inoltre la scelta precoce tra un canale e l’altro temo possa condurre a un impoverimento culturale di quelle fasce sociali che con più difficoltà si affacciano ai percorsi scolastici. Un biennio unitario iniziale potrebbe invece elevare i livelli di scolarizzazione e, soprattutto, posticipare la scelta dell’indirizzo.
Gli istituti professionali hanno finora assolto a compiti e funzioni diverse rispetto ai centri di formazione e ora l’unificazione dei due percorsi viene vissuta con una certa apprensione da parte di chi ha vissuto il profondo rinnovamento dell’istruzione professionale introdotto dal Progetto ’92.
Sono invece favorevole a potenziare le occasioni di alternanza scuola-lavoro, perché questi momenti possono non solo favorire una formazione più concreta e adeguata agli standard richiesti da aziende e servizi, ma anche contribuire alla rimotivazione degli studenti. A questo proposito, credo, però, che anche i docenti dovrebbero essere messi in grado di conoscere più approfonditamente il mondo delle aziende e dei servizi. Alcuni progetti di stage riservati ai docenti hanno dato esiti particolarmente positivi e hanno avuto un’ottima ricaduta sul lavoro scolastico.

Quale futuro si prospetta alla luce del decreto attuativo per gli istituti professionali ? C’è qualche altro aspetto dei sistema scuola su cui vorrebbe richiamare l’attenzione dei lettori di PRAGMA?

Nonostante le perplessità che emergono da più parti, credo che la ricchezza di esperienze e le professionalità presenti nei professionali possano giocare un ruolo decisivo per il futuro di questa parte consistente del sistema scolastico italiano.
L’istruzione professionale ha innovato e sperimentato più di ogni altro ordine di scuole, i docenti hanno vissuto sulla propria pelle cambiamenti significativi e da ciò nasce una flessibilità e un’apertura maggiori che potrà tradursi nella capacità di affrontare una nuova sfida. Mi auguro che il ricco bagaglio di esperienze didattiche e professionali venga valorizzato, perché, in caso contrario, si verrebbe a trascurare una parte vitale e creativa della scuola con gravi ripercussioni anche sulla motivazione di chi opera da tempo negli istituti professionali.

È molto forte negli istituti professionali la richiesta di un ripensamento dell’impianto duale della “riforma Moratti” ed è in crescita l’attesa per una svolta, nel percorso sin qui seguito dalla 53/03. Una svolta in grado di restituire ai professionali quell’impegno e quella energia ad essere scuola dell’integrazione e della inclusione e che oggi, con l’istituzione del doppio canale, rischia la “kenosis” ossia lo svuotamento di senso e di prospettiva. La ricerca, intrapresa da numerosi istituti, di apertura di nuovi corsi di liceo tecnologico è un segnale di avvertimento del pericolo di scivolamento nella non-scuola per l’istruzione e formazione professionale.
Lo spostamento assiale della istruzione professionale dallo Stato alle Regioni chiude (in parte) un latente conflitto istituzionale ma riapre, e con forza decuplicata, gli interrogativi e le incognite di sempre sulla reale capacità degli Enti locali di non dissipare l’esperienza formativa accumulata dai professionali. Questa è la prima, allarmata richiesta di garanzia di cui tenere conto. Permangono poi tutte le antinomie da tempo segnalate: la precocità ed irrevocabilità della scelta, lo scadimento del curricolo quinquennale a percorso breve tri/quadriennale, l’assenza di sbocchi superiori, il rischio di prevalenza di una logica addestrativa e la conseguente riduzione dell’orizzonte formativo a mansionario di mestiere.
Di-battere la Moratti e auspicare linee di controtendenza è, oggi, decisivo. In questa prospettiva vanno letti i due interventi che seguono e che sono nati all’interno dello stesso istituto, il “Ferraris-Pacinotti” di Milano. Il primo si interroga sulla “pari dignità” e ne rivela il carattere illusorio ed ingannevole. Il secondo nasce dalla riflessione sul valore della cultura del fare e della esperienza tecnico-laboratoriale che è stata un’importante conquista dell’istruzione professionale del nostro paese e che si vorrebbe proiettare ancora nel futuro.