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La parola ai presidi e ai professori
Luca Azzollini
dirigente scolastico all’Ipsctar “P. Frisi”, Milano
Quale valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?
Premesso che le mie
riflessioni, non riguardando in alcun modo l’attuazione della riforma
nella scuola primaria, si
concentrano sull’istruzione professionale in cui da anni lavoro, potrei
iniziare da alcuni aspetti che giudico positivi,
anche se non proprio originali, infatti si pongono in continuità con la
storia del settore professionale a partire dagli anni
Ottanta. Parlo dell’alternanza scuola-lavoro, delle esperienze di
impresa formativa simulata, delle intese già da tempo
avviate con i centri di formazione professionale regionali nell’ambito
delle così dette microspecializzazioni post-qualifica.
Questi aspetti vengono di nuovo sottolineati come importanti nei recenti
decreti attuativi e non possiamo che esserne
contenti.
Istruzione e formazione, due canali paralleli con pari dignità: ritiene
che il recente decreto attuativo realizzi nei fatti
tale intento?
È proprio questo punto su cui invece non posso non esprimere le mie
perplessità. Allora mi viene più semplice ed immediato
esporre il mio parere provando a ridisegnare il percorso di istruzione e
formazione che vorrei. Quella che abbiamo
sperimentato con successo in anni passati e che vorremmo riprendere, pur
con i necessari aggiustamenti per adeguarla al tempo
presente, è un’istruzione professionale che si presenta con un biennio
di base ad ampio ventaglio e che in questo modo dà ai
ragazzi la possibilità di chiarirsi le idee in merito ai loro
orientamenti. Poi, al terzo anno, l’aspetto professionale può
essere tranquillamente enfatizzato, anche in sinergia con i centri di
formazione regionale, nella prospettiva di costruire un
percorso successivo di alta formazione, in linea con il tipo di
richiesta che ci perviene dal mondo del lavoro. Ma, accanto
al percorso di qualificazione, per i nostri ragazzi che lo vogliano e
che ne abbiano le attitudini, deve continuare ad
esserci la possibilità di proseguire gli studi fino al quinto anno e di
conseguire il diploma di maturità all’interno della
loro scuola: questa è “pari dignità”.
Ci sono tra l’altro degli indirizzi, come quello sociale, che non
possono prevedere la conclusione della formazione di un
operatore dei servizi alle persone alla fine del terzo anno, e che
necessitano, invece, di approfondimenti ed esperienze,
anche personali, di più ampio respiro.
Così come gli istituti tecnici possono decidere di percorrere sia la
strada della licealizzazione sia quella di inserirsi nel
canale di istruzione e formazione, è giusto che l’istruzione
professionale possa accompagnare i suoi studenti anche fino al
diploma di maturità, garantendone continuità e qualità (certamente per
“i capaci e i più meritevoli”, come recitava il nuovo
ordinamento professionale varato nel 1988).
Quale futuro si prospetta alla luce del decreto attuativo per gli
istituti professionali? C’è qualche altro aspetto del
sistema scuola su cui vorrebbe richiamare l’attenzione dei lettori di
PRAGMA?
Per quanto ancora incerto, il futuro dei professionali non si presenta
oggi dei più rosei, a meno che non vengano introdotti orrettivi nella direzione sopra delineata. E a capirlo per primi sono
stati i genitori, spesso accorsi ad iscrivere i figli
in scuole con sicuri percorsi quinquennali, pena l’essere costretti a
fare marcia indietro dopo un primo quadrimestre
insostenibile se non fallimentare, da parte dei ragazzi più sprovveduti
nei confronti di impegni di studio decisamente assai
onerosi.
Passando ad un aspetto che mi sta particolarmente a cuore, vorrei
sottolineare un elemento di primaria importanza per una
scuola che voglia davvero essere di qualità: la necessità di investire
seriamente sugli insegnanti. La professione
dell’insegnante deve essere completamente e radicalmente rivalutata,
richiedendo ai docenti una maggiore assunzione di
responsabilità a tutti i livelli e riconoscendone in modo serio, anche a
livello economico, l’importanza strategica nella
crescita della società. E in questo la scuola italiana è particolarmente
carente.
Vengo da un’esperienza di studio e di osservazione a Birmingham1, svolta
insieme ad altri colleghi per conto della Direzione
regionale della Lombardia, e mi sento di dire che è possibile innescare
un circolo virtuoso per cui sistematicamente le
scuole si autovalutano, vengono valutate, e tempestivamente intervengono
a correggere nei fatti quegli aspetti della loro
organizzazione e della loro azione formativa che i dati rilevano come
carenti ed inadeguati. La scuola deve conoscere bene a
quale tipo di utenti si rivolge e quali livelli di formazione
complessiva deve raggiungere per migliorare continuamente la sua offerta
educativa.
È questo l’aspetto su cui mi sentirei di insistere particolarmente per
una buona scuola del futuro.
1 Per maggiori informazioni si può digitare l’indirizzo:
hhtp://www.ofsted.gov.uk
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