|
|
La parola ai presidi e ai professori
Annamaria Braga
docente al liceo classico “G. Berchet”, Milano
Quale
valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?
Perché riformare il liceo classico se il cambiamento
previsto interesserà “solo marginalmente” tale indirizzo di studi? In
che cosa consisterà la modernizzazione di un indirizzo ritenuto
generalmente valido, anche se ormai datato in alcuni suoi
aspetti?
Confrontando il quadro orario attuale con quello futuro ci si accorge
che le grandi innovazioni (quelle relative alle attività e agli
insegnamenti obbligatori per tutti gli studenti) prevedono una
diminuzione di un’ora settimanale di Italiano e di Latino nel primo
biennio; la riduzione a due ore dello studio della Lingua straniera,
ampliata però a tutti gli anni del corso di studi; la Storia dell’arte
sarà affrontata in tutti e cinque gli anni; lo studio della Fisica
anticipato, ma eliminato al quinto anno; le Scienze naturali studiate
fin dall’inizio del corso, ma anch’esse non più previste il quinto
anno. E la Matematica? Come sempre sarà la cenerentola, con tre ore
settimanali il primo anno e due i restanti.
È vero, non ci saranno inserimenti di nuove discipline, ma solo uno
spostamento all’interno del quadro orario quinquennale.
Ci si chiede a che pro tutto questo. Il risultato sarà che nel primo
biennio gli studenti anziché affrontare nove materie ne dovranno
studiare dodici. Da docente ho sempre ritenuto che uno dei punti di
forza del liceo classico consistesse proprio nel
presentare poche discipline, così da permettere agli studenti di non
disperdere, proprio all’inizio del loro corso di studi, le energie, in
modo tale da imparare a gestire le proprie risorse (conoscenze,
competenze, abilità) convogliandole verso un
percorso ben delineato e chiaro. È vero che si sente il bisogno di
incrementare l’ambito scientifico, ma non mi sembra che anticipare
alcuni insegnamenti risolva il problema, problema che per lo più investe
la Matematica, che di contro non subirà
grandi modificazioni.
Perché diminuire le ore di Italiano? La competenza linguistica relativa
alla lingua madre è sempre più scarsa nei nostri studenti: mai come ora
anche nel liceo classico si deve dedicare gran tempo allo studio della
morfologia e della sintassi, per non parlare dell’ortografia. Se non si
è padroni della propria lingua, come si può pensare di esserlo di lingue
altre dall’Italiano, come si possono utilizzare efficacemente gli
strumenti della comunicazione?
Tutto probabilmente verrà recuperato nelle ore aggiuntive obbligatorie e
in quelle facoltative previste dalla riforma, ma temo che sarà un gran
pasticcio. È probabile che dopo qualche anno di confusione e di
assestamento (in cui saranno gli
studenti-cavie a farne le spese) tutto troverà un suo equilibrio,
certamente ancora una volta grazie al buon senso e alla buona volontà
della classe docente, che si rimboccherà le maniche e cercherà di far
funzionare il tutto confidando sulle
proprie esperienze più che sulle direttive ministeriali.
Che dire poi dell’alternanza scuola/lavoro, degli stages previsti per
tutti gli indirizzi superiori? Mi chiedo che cosa saranno chiamati a
fare gli studenti liceali (indirizzo classico o scientifico che sia):
chi affronta questo tipo di studi ha in previsione l’iscrizione a una
facoltà universitaria e a quella sarà affidata la “formazione
professionale” dei nostri studenti. Il liceo classico è una scuola
“teorica”, assolutamente slegata dal mondo del lavoro. Credo che lo
studente liceale
chiamato a recarsi in una azienda o in uno studio professionale non
potrà che assistere passivamente a delle attività che quasi certamente
non affronterà nel suo futuro lavorativo (diventerà un ingegnere o un
giornalista, un avvocato o un medico) e avrà la netta sensazione di
sprecare del tempo che, forse, trascorso nelle aule scolastiche
risulterebbe meglio speso.
Ma la grande novità, il fiore all’occhiello della riforma sarà la
possibilità di passare in qualunque momento dal sistema liceale a quello
professionale e viceversa, da un indirizzo all’altro. Detto così, sembra
effettivamente una grande conquista, una rivoluzione, ma nella pratica?
Anche quando esistevano (e funzionavano) le passerelle, quanti studenti
iscrittisi a un istituto tecnico o professionale sono passati a un
liceo, quanti (con successo) sono passati da un liceo ad un altro? Credo
che questo aspetto della riforma si rivelerà pura demagogia; sulla
carta, in teoria tutto sarà possibile, ma nella realtà non sarà
attuabile.
Un’ultima preoccupazione mi tormenta, in quanto insegnante: la
valutazione. Poco si parla dell’intenzione di “promuovere o bocciare”
solo dopo il secondo anno. Benissimo, ma lo studente fermato dopo due
anni di frequentazione di un indirizzo, che cosa dovrà ripetere? Tutto
il biennio? Solo il secondo anno? E se le lacune, evidentemente non
colmate e non colmabili con uno studio estivo, riguarderanno contenuti
del primo anno? Forse se chi progetta all’interno delle stanze
ministeriali riforme, innovazioni e altro frequentasse maggiormente le
aule scolastiche (ma non per la conferenza di un giorno, bensì per un
lungo periodo, in quotidiano rapporto con i ragazzi, comprendendo quale
fatica richieda insegnare da una parte e apprendere dall’altra un
aoristo forte o un teorema di geometria), forse le innovazioni
introdotte sarebbero meno “rivoluzionarie”, ma più concrete e attuabili,
permettendo realmente agli studenti di “avere gli strumenti culturali e
metodologici per porsi con atteggiamento razionale e critico di fronte
alla realtà, ai suoi fenomeni ed ai problemi”.1
1 Dal “Profilo educativo, culturale e
professionale dello studente a conclusione del secondo ciclo del sistema
educativo di istruzione e di formazione per il sistema dei licei.”
|
|
|