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La parola ai presidi e ai professori
Maria Grazia Meneghetti
dirigente scolastico
al liceo bclassico “C. Beccaria”, Milano
Quale
valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?
È ormai da parecchi anni che si parla riforma delle
superiori, “girandoci intorno”, se così si può dire, da molte
angolazioni, ma senza mai raggiungere un risultato definitivo. Anche le
varie riproposizioni dei decreti che si sono susseguite in quest’ultima
legislatura ne sono una prova.
Le mie osservazioni e riflessioni sono puntate ovviamente sul sistema
dei licei e, in particolare, sul liceo classico, dato che nella mia
storia scolastica di insegnante e di preside ho sempre lavorato
all’interno di questo ambito, e conosco molto meno direttamente gli
altri.
Da questo punto di vista devo dire che nelle iscrizioni di quest’anno i
licei hanno fatto complessivamente le spese della confusione e del
panico generato da una prima interpretazione del testo del decreto nel
punto che riguarda l’accesso agli
studi universitari. In particolare è sembrato che solo il liceo classico
consentisse l’accesso a qualsiasi facoltà universitaria e quindi
rappresentasse, in un panorama incerto, per non dire in un contenitore
ancora vuoto, l’unico elemento
di stabilità e di sicurezza su cui investire il futuro dei propri figli.
Devo però anche precisare che, ad una lettura più attenta del testo
attuativo, si può reperire qualche spazio di maggiore chiarezza
interpretativa.
Nell’insieme posso dire che mi sarei aspettata qualcosa di diverso e di
migliorativo nell’impianto della pur gloriosa istruzione classica. Mi
sarebbe piaciuta e sembrata giusta, ad esempio, un’indicazione più
precisa per l’introduzione
nell’area dell’ autonomia di ore di avvio o di approfondimento di
discipline, quali la seconda Lingua straniera, la Musica, il Diritto e
l’Economia, che sarebbero così importanti affiancate alla Storia
dell’Arte, a Storia e a Filosofia. Capisco che
alla base di certe scelte stanno indubbiamente ragioni di carattere
organizzativo relative ai curricoli, agli orari e ai contenuti, ma
ugualmente sono preoccupata di come si andrà a riempire il monte ore a
discrezione delle scuole, soprattutto
nei casi in cui si procedesse in modo sperimentale e affrettato. C’è il
rischio che molti collegi docenti scelgano la semplice e facile via del
recupero delle ore curricolari che sono uscite dalla porta per farle
rientrare dalla finestra, senza alcuno sforzo di riprogettazione della
propria offerta formativa.
Ma altri interrogativi si pongono alla mia attenzione: come dimenticare
che andrebbe introdotto un maggior numero di ore di Matematica in un
corso di studi liceale da cui molti studenti escono per iscriversi al
Politecnico, a Medicina o alle altre
facoltà più strettamente scientifiche? E ancora, siamo sicuri che abbia
senso anticipare le Scienze al ginnasio, ma poi toglierle all’ultimo
anno dove i contenuti di Astronomia sono così importanti per chi andrà,
per esempio, a studiare Fisica?
Già ora dobbiamo organizzare delle ore pomeridiane di approfondimento
orientativo, ma si tratta di alcune ore in più, scelte da alcuni
studenti che sono già sicuri del loro percorso futuro, e quindi non
hanno valenza formativa verso la generalità
degli studenti.
Per il momento al “Beccaria” è stata eletta e sta lavorando una
commissione didattica che cerca di studiare, ma certamente non per il
settembre 2007, un curricolo rinnovato credibile.
Istruzione e formazione, due canali con pari
dignità: ritiene che il recente decreto attuativo realizzi nei fatti
tali intento? Come ho precisato precedentemente, non
sono in possesso di competenze dirette nel settore e quindi non sono in
grado di esprimere un parere circostanziato; mi sento però di sollevare
una perplessità e di segnalare una preoccupazione. Penso
infatti che se si procederà con l’istituzione del doppio canale dopo la
scuola media, non potranno non verificarsi ricadute negative nel nostro
sistema sociale nel suo complesso, perché al suo interno si creerà una
profonda frattura fra i giovani,
che io giudico molto negativa.
Del resto abbiamo già potuto toccare con mano quanto il passaggio da un
canale all’altro avvenga prevalentemente, se non solo, dall’istruzione
liceale e tecnica verso l’istruzione professionale e non viceversa. E
certamente mettere un ragazzino
(e la sua famiglia) davanti ad una scelta precoce di percorso fortemente
alternativo rischia di rivelarsi un provvedimento che penalizza chi ha
meno strumenti: per informarsi, per capire, per scegliere.
Quale futuro si prospetta alla luce del decreto attuativo per gli
istituti professionali? C’è qualche altro aspetto
del sistema scuola su cui vorrebbe richiamare l’attenzione dei lettori
di PRAGMA? Ciò che ultimamente mi colpisce in
particolar modo è che il mondo del lavoro, con cui ormai da anni abbiamo
rapporti significativi grazie a progetti di orientamento gestiti in
collaborazione con alcune università italiane, chiede sempre più alla
scuola di formare, in tutti i percorsi, dei giovani che posseggano
competenze di base culturali oltre che tecnologiche, che siano in grado
di applicarle in contesti diversi e mutevoli. È l’effetto della
globalizzazione, che richiede cittadini e lavoratori non più “settorializzati”,
ma dotati di capacità trasversali, critiche e comunicative, pronti ad
affrontare nuovi contesti di vita anche al di fuori del proprio paese.
E la scuola deve saper rispondere a queste richieste non in un’ottica di
subalternità al mondo produttivo, ma seguendo la vocazione che le è
propria, cioè quella di istituzione dello Stato che promuove la crescita
dei giovani e facilita il loro inserimento nella società adulta. |
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