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La parola ai presidi e ai professori
Iris Tarter
dirigente scolastico all’Ipsctsar “P. Frisi”, Milano
dal 1966 al 1996
Quale valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?
Mi soffermo sull’impianto generale della riforma del
secondo ciclo e, in particolare sul cosiddetto “Sistema dell’istruzione
e della formazione professionale”, poiché è in questo ambito che ho
sempre lavorato, partecipando in prima persona a varie sperimentazioni
poi passate a riforma. Dico subito che sono contraria alla divisione
della scuola superiore in settore A e settore B, perché di questo si
tratta quando si chiede ad un ragazzino, sprovveduto ed immaturo, e alla
sua famiglia, spesso priva di strumenti culturali e critici adeguati, di
scegliere a 13 anni se il cammino futuro sarà inevitabilmente verso una
qualifica che di fatto blocca qualsiasi reale opportunità di prosieguo
successivo nello studio e nell’acquisizione di una cultura superiore.
E, sempre restando nell’aspetto generale e complessivo della riforma,
non posso non giudicare negativamente le modalità con cui il progetto di
riorganizzazione della scuola superiore è stato gestito. Parlando della
scuola attuale e della riforma pensata, mi domando: è stata sentita la
necessità se non l’urgenza di confrontarsi con gli interlocutori più
autorevoli, cioè con coloro che a scuola vivono e che ben conoscono
alunni e studenti?
Ho vissuto durante la mia lunga carriera scolastica diversi e successivi
momenti, soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta, di innovazione e
riforma, e devo dire che sempre c’è stata da parte degli organismi
centrali del Ministero la preoccupazione e l’attenzione nei confronti di
presidi e docenti, i quali ripetutamente, a diverso titolo e in diverse
occasioni venivano invitati, ascoltati e coinvolti nelle progettazioni
di struttura e di contenuto dei nuovi percorsi. A volte addirittura
bisognava puntare un po’ i piedi per chiedere di essere lasciati a
scuola ed essere chiamati un po’ di meno a Roma per dare pareri e
suggerimenti.
Questo mi sembra un elemento non superficialmente di “stile”, ma
profondamente di sostanza, che ha segnato nell’ultima riforma una cesura
inopportuna e dannosa rispetto al consueto modo di procedere delle
istituzioni centrali.
Istruzione e formazione, due canali paralleli e con pari dignità:
ritiene che la “riforma Moratti” possa realizzare nei fatti tale
intento?
Ritengo che si possa evincere, da quanto affermato sopra, che
personalmente ho alcuni dubbi riguardo alla possibilità che si affermino
due canali paralleli di pari dignità, anche date alcune considerazioni
su cui vorrei tornare ora in modo meno generico, innanzitutto
ripercorrendo quella che è stata la storia del settore professionale.
Occorre partire dal 1963, anno in cui l’istruzione professionale entrò a
far parte del sistema scolastico nazionale uscendo dalla situazione di
emarginazione in cui per anni era stata tenuta, anni in cui era stata
affidata al Ministero del lavoro, anche dopo che la riforma gentiliana
aveva svecchiato gli altri ordinamenti. Dagli anni Sessanta in poi
abbiamo felicemente assistito ad un percorso di promozione
dell’istruzione professionale, passato attraverso l’istituzione
obbligatoria per tutti della qualifica di “addetti” — alla segreteria,
alla contabilità ecc. — al terzo anno (prima esisteva solo il diploma
biennale di “applicati ai servizi amministrativi”), la sperimentazione e
infine la messa a regime del quarto e del quinto anno (1978), per gli
“alunni più capaci e meritevoli”, con il conseguimento del diploma dopo
regolare esame di maturità con commissione esterna. Negli anni Ottanta è
nata l’esigenza di modernizzare il settore in modo da renderlo più
rispondente alle caratteristiche di un mondo del lavoro che già allora
mandava segnali di accelerazione e cambiamento continuo: così è stata
avviata la sperimentazione “assistita” Progetto ’92 che, oltre al resto,
ha iniziato ad aprire, per mezzo delle così dette microspecializzazioni,
la porta alla collaborazione con i centri di formazione professionale
regionale. Da ultimo, la sperimentazione assistita, Progetto 2002, ha
ritoccato ulteriormente l’assetto precedente, riducendo l’oneroso monte
ore, grazie alle attività di compresenza che hanno reso possibili i
raccordi interdisciplinari di cui tutti allora parlavano e ancora
parlano adesso, e favorendo ulteriormente il rapporto e l’integrazione
con le specificità del territorio.
Si è proceduto per “step”, ritoccando e aggiustando gli elementi di
progettazione che si rivelavano di volta in volta più deboli o superati
dai mutamenti di contesto, ma si è sempre pensato ad un’istruzione
professionale che avesse piena identità di scuola per i molti,
moltissimi studenti che provenivano da famiglie scarsamente scolarizzate
e per questo non sempre ben preparate ad aiutare anche la crescita
culturale dei loro figli. E così era garantito davvero il sommo diritto
alla “pari dignità” dei giovani cittadini. Alcuni dei quali, tra
l’altro, riuscivano a scoprire cammin facendo la soddisfazione di stare
sui banchi e sui libri e di essere in grado di raggiungere anche più
alti traguardi: si potrebbero citare non pochi esempi.
Quale futuro si prospetta alla luce del decreto
attuativo per gli istituti professionali? C’è qualche altro aspetto
della sistema scuola su cui vorrebbe richiamare l’attenzione dei lettori
di PRAGMA?
Oggi non sappiamo che destino avrà il temuto decreto
attuativo, del quale, sia ben chiaro, non è l’aspetto “geografico” della
regionalizzazione in sé ciò che più mi preoccupa. Il principio
dell’autonomia a tutti livelli è ormai passato nel DNA di tutti, se così
si può dire, ma insieme ad esso si è anche consolidata la consapevolezza
di essere parte tutti di una stessa comunità nazionale che, unita in
principi di fondo costituzionali comuni, si fonda su di essi e solo su
di essi per costruire impianti organizzativi ed istituzionali che
garantiscano a tutti l’eguaglianza. E il primo ambiente di eguaglianza
rimane sempre la scuola, che accoglie e mette insieme i piccoli che
saranno i cittadini di domani, accompagnandoli nelle loro scelte e
favorendo le loro attitudini, senza condizionarne in modo prematuro e
pregiudiziale la naturale evoluzione.
Un’ultima cosa vorrei raccomandare: ricordiamo che non si riforma nulla,
accantonando drasticamente il delicato raccolto di altri.
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