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Tre domande al nuovo ministro
di Lucia Frigerio
Al nuovo ministro, insieme agli auguri, vogliamo porre a nome dei nostri
venticinque lettori alcune domande fondamentali sulle questioni che
riteniamo urgenti relativamente alla scuola in generale e a quella superiore
in particolare.
La figura che in questi anni ci è sembrata più trascurata, se non
addirittura ignorata, nella sequela dei decreti e degli “spot” pubblicitari
del Miur, è sicuramente quella dei docenti: ad essi non è mai stato chiesto
di dare il proprio contributo al disegno che si andava tracciando, ma si è
sempre preferito lavorare in tavoli strettamente riservati e procedere senza
concertazioni con le parti. In generale degli insegnanti si parla poco,
appaiono come una categoria indistinta, non si fa alcun cenno al loro
sviluppo professionale. È stata anche bloccata la sperimentazione
dell’organico funzionale e non si è tentato di evidenziare criteri di
diversificazione - di funzioni, livelli e retribuzioni - in base ad
indicatori più significativi rispetto ai consueti parametri anagrafici o
familiari.
Così il processo di svalutazione che la professione docente subisce da tempo
nella mentalità e nel sentire comune si è ulteriormente aggravato e
incancrenito. L’argomento è scottante e meriterebbe da solo la dignità di
“focus” su un numero della rivista, ma intanto chiediamo al ministro: che
cosa intende fare, se intende fare, per affrontare la questione insegnanti e
valorizzare effettivamente il ruolo dei docenti, al di là della scialba
retorica sulla loro centralità?
La seconda domanda, d’obbligo in tutti i sensi, è: quale interpretazione
intende dare alla questione del diritto—dovere all’istruzione? L’obbligo,
che nella maggior parte del mondo dura 15 anni di scuola, in Italia finisce
dopo tredici e lì incomincia il non ben definito diritto-dovere.
Nell’articolo di apertura del numero, gli autori vari, che ci hanno concesso
la pubblicazione in sintesi di un loro documento-proposta a più mani e
ancora “in progress”, danno una definizione che ci sentiamo di condividere e
suggerire: “Si tratta di un diritto, se lo si inquadra nell’ambito delle
libertà personali e dei principi garantiti dalla costituzione, ma si tratta
anche di qualcosa di simile ad un dovere se si fa emergere la sua funzione
sociale e la sua decisiva importanza per il progresso del paese”.
Uno degli strumenti più adatti a promuovere una sostanziale uguaglianza fra
tutti gli individui di una società è il diritto-dovere all’istruzione
garantito dallo Stato, indipendentemente dalle condizioni di partenza più o
meno favorevoli. Così come (e lo raccomanda da tempo il “memorandum” della
commissione europea di Lisbona) lo sviluppo della cultura e del pensiero
critico nelle menti dei giovani contribuisce in maniera determinante alla
formazione di una forza lavoro qualificata e competitiva. La proposta di
ristrutturazione del comparto tecnico-professionale avanzata fin qui è solo
una generica attribuzione di competenze, nemmeno ben definite, da dividere
fra Stato e Regioni, senza alcuna verifica di fattibilità né indicazioni
chiare di procedura.
Terza domanda: è intenzione del nuovo ministro e del suo staff indicare
finalmente i famosi, famigerati (?) standard, che, detti in modo meno
aziendale, sono le prestazioni che la Scuola deve garantire e che l’Alunno
deve acquisire?
Esiste già un portfolio delle lingue, condiviso a livello europeo e scandito
secondo sei livelli accettati e riconosciuti da tutti, ed è impossibile
elaborare e diffondere sul solo territorio nazionale un elenco, non troppo
dettagliato ma chiaro, dei punti di riferimento a cui debbono attenersi,
tutte le istituzioni autonome, tra cui “in primis” la scuola?
Chi lavora nella scuola primaria, dove la certificazione delle competenze è
già obbligatoria, ha dichiarato e continua a dichiarare il proprio
disorientamento di fronte a ciò che finora è stato proposto: una scheda “fai
da te”, qualcosa che gli insegnanti e la scuola dovrebbero autonomamente
elaborare, senza avere parametri precisi a cui rapportarsi. A quale anarchia
stiamo correndo incontro se anche gli esami di maturità non hanno più,
nemmeno nel loro statuto, il valore e il significato di una prova
impegnativa, in cui il candidato deve cimentarsi con esaminatori esterni?
Ecco allora in sintesi quello che come insegnanti ci aspettiamo come segno
di attenzione nei confronti della scuola: riconoscimento, con precise
indicazioni di condizioni di progresso e possibilità di differenziazione
della professionalità docente; pari dignità di offerta scolastica per gli
studenti, anche grazie ad un primo biennio di scuola superiore
sostanzialmente equivalente e fattivamente orientativo, che preveda
un’istruzione obbligatoria di 15 anni; esplicitazione di obiettivi nazionali
di insegnamento e di apprendimento, non eludibili da una programmazione
autonoma che, invece di valorizzare le specificità e le ricchezze delle
singole istituzioni, potenziando le risorse e facendo circolare modelli di
buone pratiche e di eccellenza, finisca per essere isolata, se non confinata
— consentiteci di dire — in una sorta di riduttivo autismo.
La condizione generale perché tutto questo possa essere avviato è che la
scuola venga messa al centro dei progetti e degli investimenti di chi ha il
potere politico, in modo che il futuro ministro dell’istruzione,
dell’università e della ricerca possa contare su risorse consistenti, certe
e controllate, anche mediante strumenti puntuali di verifica e valutazione.
È troppo chiedere questo al nuovo governo e al nuovo ministro?
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