Autonomia
scolastica
Il
tirocinio: una scommessa per la scuola futura?
di Rita Manzoni*
L’istituzione, con la riforma universitaria del
1990, delle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS),
attivate a partire dal 1998, ha rappresentato, nel sistema
dell’istruzione secondaria, una rivoluzione copernicana.
Alla base di essa vi è la consapevolezza che la
figura del docente si qualifichi non solo in relazione alle competenze
disciplinari, ma anche a quelle metodologiche e didattiche, che
insegnare non significhi soltanto trasmettere conoscenze, ma saper
attivare processi di costruzione personale degli apprendimenti.
In questa logica di integrazione della preparazione
teorica e dell’esperienza pratica, il percorso formativo degli
specializzandi SSIS trova nel tirocinio e nei laboratori didattici i
momenti qualificanti in cui mettere alla prova le competenze
disciplinari e di natura psicopedagogica apprese nei corsi di indirizzo
e dell’area trasversale.
Dopo cinque anni di funzionamento delle SSIS vale la
pena di riflettere sugli aspetti positivi, così come sui nodi
problematici, a livello organizzativo e didattico, che le esperienze di
tirocinio e di laboratorio hanno evidenziato, anche in vista del nuovo
scenario delineato dalla riforma Moratti.
L’art. 5 della Legge n. 53/2003 prevede, infatti,
accanto all’eliminazione delle scuole di specializzazione riassorbite
dai corsi di laurea specialistica per l’insegnamento, la creazione di
una Struttura di Ateneo (S.A.) con il compito specifico di gestire la
formazione iniziale degli insegnanti, coordinare le attività di
tirocinio e i rapporti con le istituzioni scolastiche, sia nella
prospettiva della creazione di scuole – polo, sia in quella della
“formazione in servizio degli insegnanti interessati ad assumere
funzioni di supporto, tutorato e coordinamento dell’attività
educativa, didattica e gestionale”1.
Il progetto formativo: un percorso guidato
Il tirocinio, per quanto ho potuto sperimentare nella
mia attività di supervisore dell’indirizzo linguistico letterario
della SSIS dell’Università Cattolica di Milano, trova il proprio
punto di forza nell’elaborazione di un progetto formativo che consenta
allo specializzando da un lato di compiere la più completa esperienza
“in situazione” – fatta di osservazione ma anche di intervento
diretto nelle classi - dall’altro di riflettere, con l’aiuto del
supervisore, sui modelli didattici, sulle scelte metodologiche che ha
visto attuate o che ha realizzato in prima persona.
La frequentazione di più classi dello stesso
istituto o di istituti differenti, a contatto con docenti diversi per
concezione, approccio e storie di insegnamento, contribuisce
indubbiamente a una esperienza formativa completa, dal momento che non
esiste un modello unico di insegnante che vada bene per tutte le realtà
educative. Sarà il momento del colloquio con il supervisore
universitario ad evidenziare le criticità o le potenzialità di quanto
osservato e agito.
In quest’ottica è molto importante una stretta
collaborazione tra supervisore e insegnante accogliente: quest’ultimo,
infatti, non si dovrebbe limitare a “lasciar entrare” il tirocinante
nella propria classe – situazione peraltro delicata di per sé– ma
dovrebbe essere compartecipe sia nella progettazione di un percorso di
formazione che valorizzi le attitudini e gli interessi del tirocinante,
sia nel momento critico della valutazione del tirocinio.
Sorgono, a questo proposito, una serie di problemi
organizzativi e didattici non irrilevanti:
l in primo luogo, alcuni Dirigenti scolastici – una
minoranza, per la verità – vivono in modo problematico il rapporto
con l’Università, da cui sostengono di non ottenere nulla in cambio
della disponibilità ad accogliere corsisti SSIS presso il loro
Istituto; l’Università Cattolica, a questo proposito, ha cercato di
venire incontro alle esigenze di presidi e insegnanti, fornendo loro
bonus di accesso alla biblioteca e facilitazioni sugli acquisti di testi
presso la libreria universitaria, ma la richiesta più pressante che
viene dalle scuole è quella di un “feedback” relativo alla
formazione stessa, inteso sia come offerta di occasioni di ricerca
scientifica da parte degli atenei, sia come verifica qualitativa
dell’attività formativa svolta;
l in secondo luogo, gli insegnanti accoglienti
prestano la loro opera spinti solo da una forte motivazione o
disponibilità personale, senza alcuna gratificazione né economica né
professionale; ultimamente alcuni istituti hanno previsto una
retribuzione aggiuntiva per questi docenti, ritagliata dal già esiguo
fondo dell’istituzione scolastica, ma in un sistema sinergico
scuola/università – che finora è stato un desiderata e che ci si
augura non rimanga solo sulla carta con la riforma Moratti - la figura
dell’insegnante “esperto” dovrebbe avere ben altro riconoscimento
istituzionale;
l un’ultima considerazione riguarda il criterio con
cui si scelgono gli istituti sede di tirocinio: spesso i tirocinanti
preferiscono la comodità della scuola “sotto casa”, dove magari
hanno già insegnato per qualche supplenza, alla possibilità di
un’esperienza più qualificante, presso scuole titolari di progetti
ritenuti dal MIUR all’avanguardia nel sistema dell’istruzione
superiore.
Il laboratorio didattico: la fucina della progettazione
Nella logica di una stretta relazione tra studio
teorico e pratica didattica, i laboratori delle diverse discipline
dovrebbero essere i luoghi per eccellenza della ricerca–azione, dove i
futuri insegnati non solo imparano a progettare percorsi che
sperimenteranno in classe, ma dove riflettono su se stessi, in primis
sul proprio stile di apprendimento e quindi di insegnamento. Agli inizi
della professione tutti tendono a ripetere – per imitazione, se sono
stati affascinati o per differenziazione, se ne hanno subito i
“danni” – l’esempio dei propri insegnanti, talora senza mettere
in atto processi metacognitivi che consentano di sviluppare uno stile
relazionale e didattico personale. Il laboratorio può essere il momento
in cui, in assenza delle dinamiche reali di una classe nel loro aspetto
cognitivo ed emotivo, tutto questo diviene possibile.
Inoltre, se la progettazione trova la propria
naturale attuazione nella classe del docente accogliente, il laboratorio
diviene anche l’occasione per la verifica della validità delle
proposte didattiche, nonché per la socializzazione e la discussione di
eventuali errori, difficoltà incontrate e soluzioni adottate.
La realtà descritta appare però inficiata da una
serie di problemi:
l la metodologia dell’attività laboratoriale che
dovrebbe concentrarsi, coerentemente a quanto detto, sull’analisi di
casi, risente spesso di una impostazione ancora troppo teorica ed
accademica, che tende a risolvere nella pur indispensabile lezione
frontale l’ampia gamma di possibilità che a un docente si offre;
l il coordinamento tra i programmi di studio degli
insegnamenti disciplinari, dell’area trasversale e dei laboratori
raramente è ricercato e perseguito in modo sistematico;
l i percorsi progettati nei laboratori difficilmente
trovano applicazione nella pratica scolastica, dal momento che il
corsista spesso svolge il proprio tirocinio in tempi differenti da
quelli laboratoriali o si inserisce in situazioni in cui la
programmazione didattica è già avvenuta.
L’abilitazione all’insegnamento: sintesi di
un’esperienza
La relazione finale, da discutere in sede di
abilitazione, rappresenta la migliore occasione per il corsista SSIS di
documentare il percorso svolto, nonché di esprimere, in modo creativo,
le idee di insegnamento che ha maturato nell’esperienza di formazione.
Una tesi siffatta non può essere improvvisata a pochi giorni
dall’esame, ma deve essere preparata cammin facendo, attraverso una
riflessione sistematica su tutti i gli aspetti - organizzativi, di
relazione, di progettazione scolastica - con cui si è venuti a contatto
durante il tirocinio, aiutati sia dal confronto continuo con il tutor
universitario sia dall’attività di modellizzazione di un
approfondimento teorico.
L’esperienza diretta porta, però, a costatare che
per molti tirocinanti i colloqui con i supervisori sono soltanto un
onere in più che si assomma a quello della frequenza obbligatoria alle
lezioni. Il supervisore stesso si trova in posizione di difficoltà
laddove deve esprimere il voto di tirocinio esclusivamente sulla base di
una relazione e di una certificazione della sola presenza in classe.
Un’ultima questione spinosa e ancora aperta: c’è
chi ritiene che frequentare la SSIS sia di per sé garanzia del
conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento.
L’impegno gravoso di due anni di specializzazione
è indubbiamente elemento discriminante e in sè selettivo,
ciononostante si verificano situazioni in cui il futuro docente, pur in
presenza di una solida preparazione teorica, che gli consente di
superare l’esame di abilitazione, presenta un profilo relazionale ed
emotivo che mal si concilia con la professione che intende svolgere.
Risulta evidente, soprattutto in relazione allo
scenario futuro in cui l’abilitazione verrà conferita dalla laurea
specialistica e la conferma in ruolo avverrà solo alla fine di un
percorso di formazione – lavoro, la necessità di una stretta
cooperazione tra docenti universitari, supervisori di tirocinio e tutor
scolastici.
*docente al Liceo scientifico “A.Tosi” di Busto
Arsizio e supervisore SSIS all’Università Cattolica di Milano
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