Istruzione
e formazione
La
formazione dei nuovi insegnanti. Un contributo della SILSIS Milano
di Andrea
Varani
Da sempre, il processo di costruzione della
professionalità da parte dei nuovi docenti è consistito,
sostanzialmente, nel riproporre, come insegnante, esperienze, ruoli e
modelli del fare scuola vissuti e metabolizzati per lunghi anni come
studente. In questo modo, la scuola ha riprodotto sè stessa, nel bene e
nel male, possiamo ormai dire per secoli, mantenendosi sostanzialmente
identica alla sua matrice iniziale.
Una matrice basata su due tradizionali processi di
trasmissione della conoscenza, entrambi connotati da due fasi separate e
distinte:
-
una centrata sullo studio teorico di una
disciplina, con i suoi principi, procedure e norme, da cui, a
posteriori, desumere la sua applicazione pratica; un modello in cui
l’apprendimento è visto sostanzialmente come una sorta di
alimentazione o nutrimento sotto forma di concetti e conoscenze;
-
la seconda fondata sulla pratica, dalla quale
successivamente estrapolare conoscenza ed eventualmente concettualizzare,
una sorta di apprendistato in cui l’apprendimento avviene per
imitazione.
Entrambi i modelli potevano essere funzionali in
periodi storici caratterizzati dal processo studio/lavoro/pensione,
all’interno del quale la fase di studio consentiva un accumulo di
conoscenze sufficienti ad essere spese durante un lungo periodo
lavorativo.
Oggi, in una fase di cambiamenti estremamente
dinamici delle conoscenze e dell’organizzazione del lavoro, questi
modelli di apprendimento non sono più adeguati.
Uno dei problemi relativi alla formazione iniziale
dei nuovi insegnanti è quindi riuscire a spezzare questa catena
esperienziale introducendo competenze professionali più idonee
all’attuale contesto sociale.
Il tentativo della Scuola Interuniversitaria Lombarda
di Specializzazione per l’Insegnamento Superiore (SILSIS) di Milano è
stato allora quello di costruire una professionalità docente flessibile
e adattiva, in grado di trovare soluzioni inedite alle molteplici forme
in cui un problema didattico si può porre, in contesti e situazioni
estremamente differenziati e in costante evoluzione. Un insegnante che
si deve trasformare da puro trasmettitore di conoscenze a progettista e
regista di ambienti di apprendimento, in cui l’alunno possa giungere
ad apprendimenti significativi attraverso la costruzione attiva della
sua conoscenza.
Una professionalità complessa che si può
concretizzare solo attraverso l’acquisizione da parte del docente
della capacità di integrare e mettere a sistema gli apporti derivanti
dalla conoscenza disciplinare, dalle teorie pedagogiche e dalle
metodologie didattiche, con quel sapere pratico che solo l’esperienza
sul campo può fornire. Ma l’esperienza, da sola, non è elemento
sufficiente: è necessaria una
rielaborazione ed una riflessione su di essa perché
la conoscenza nella pratica si trasformi in consapevolezza
professionale.
Come avviene in tutti i casi di professioni
complesse, l’insegnante si trova a dover affrontare problemi
caratterizzati da situazioni “sconcertanti, turbative, complesse,
incerte, caratterizzate da instabilità, unicità e conflitti di
valore” (D. Schon, Il professionista riflessivo, Dedalo, Bari 1993).
In altre parole, ogni alunno cristallizza in sé
situazioni, esperienze e caratteristiche diverse, l’intreccio delle
quali lo rendono, di fatto, un caso unico e particolare. Di fronte a
questa complessità, repertori didattici, regole definite e la stessa
conoscenza pratica precedentemente accumulata, offrono spesso strumenti
inadeguati.
È in questi casi che le due opposte visioni, fra le
quali oscilla l’immagine della professione di insegnante, esprimono
tutta la loro inadeguatezza: da un lato un artista la cui pratica non può
essere ridotta a regole e teorie esplicite, dall’altro un esperto che
applica rigidamente principi e metodi derivati dalle scienze
dell’educazione. Entrambi questi punti di vista presentano una serie
di limiti e di rischi facilmente prevedibili ed osservabili.
Il primo può portare ad una eccessiva centratura sul
ruolo del docente, che basa la sua azione esclusivamente su doti di
intuizione e improvvisazione, basate su pure sensazioni. Il rischio è
un’azione didattica impulsiva e superficiale, nella quale la relazione
di insegnamento/apprendimento vede una sostanziale sottovalutazione del
ruolo autonomo e centrale dello studente.
Il secondo, prodotto di una esasperata logica
positivista, riduce l’attività professionale del docente ad una mera
e strumentale soluzione di singoli problemi decontestualizzati, mediante
la rigorosa applicazione di teorie e tecniche didattico/pedagogiche. In
questo modo, si enfatizza la soluzione di un problema, sottovalutando o
ignorando del tutto la sua impostazione, cioè il processo attraverso
cui arriviamo a definire la decisione da prendere, i fini da conseguire,
i mezzi che è possibile utilizzare.
I problemi, infatti, non si presentano come dati.
Devono essere costruiti e definiti nei loro contorni a partire da
materiali complessi e confusi, inevitabilmente interpretati
soggettivamente e caricati di profondi aspetti valoriali ed emotivi. È
attraverso questo processo interattivo, che designamo gli oggetti dei
quali ci occuperemo e strutturiamo il contesto all’interno del quale
li affronteremo.
Si tratta di passare dall’expertise tecnica alla
pratica riflessiva, come nuova identità professionale del
“professionista riflessivo”.
“Questo processo trasforma il professionista in un
ricercatore operante nel contesto della pratica; la sua indagine non è
limitata ad una decisione sui mezzi dipendente da un preliminare
consenso sui fini. Egli non tiene separati i fini dai mezzi, ma li
definisce in modo interattivo, mentre struttura una situazione
problematica” (op. cit.).
Solo in questo modo, attribuendo rigore scientifico
alla riflessione nel corso dell'azione, è possibile legare “l'arte
dell'esercizio della pratica in condizioni di incertezza e unicità
all'arte della ricerca propria dello scienziato” (op. cit.).
A margine di tutto ciò, un solo rammarico. Questa
esperienza quinquennale, raffinata e migliorata nel tempo, sembra essere
stata del tutto inutile ai fini della progettazione della nuova
struttura che sostituirà le SSIS. Nelle ipotesi attualmente circolanti
sembra infatti del tutto assente la figura del Supervisore di Tirocinio,
che ha permesso, a detta anche di molti docenti universitari, un
positivo raccordo tra le diverse competenze e istanze di due mondi
sinora separati, la Scuola e l’Università, e di dare senso compiuto
al composito percorso di formazione.
È attraverso questa funzione che la sfaccettata
professionalità dell’insegnante ha potuto svilupparsi negli
specializzandi, entrati spesso solo spinti dalla necessità di
conseguire un titolo utile all’ingresso nel mondo del lavoro e usciti
invece consapevoli e orgogliosi della articolazione e dell’importanza
del ruolo che dovranno assumere. La costruzione di una identità
professionale è stata forse il valore aggiunto più significativo di
questo percorso formativo.
I Laboratori di Tirocinio, gestiti dai Supervisori,
sono stati il luogo in cui questa riflessione è stata stimolata e si è
integrata con quella individuale. Attraverso il confronto e la
discussione collaborativa, le personali esperienze di tirocinio sono
state condivise e negoziate nei loro significati, attraverso un processo
di co-costruzione della conoscenza all’interno del gruppo in
formazione.
Un ulteriore valore aggiunto è stato lo sforzo di
modellizzare e formalizzare le ipotesi didattiche frutto di queste
riflessioni, in una forma che le rendesse comunicabili e
capitalizzabili, non come procedure da imitare ma come processi da poter
analizzare nella loro complessità.
L’articolo di Emma Brumana, che compare in questo
numero di Pragma, sintesi della sua relazione presentata all’esame di
abilitazione, è un ottimo risultato di questa ricerca-azione
professionale.
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