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SAPERI E DISCIPLINE
Istruzione professionale “Amarcord”,ora è giunto il tempo delle
Scuole politecniche?
domanda di Isabella Pellicanò
Il Progetto ‘92, che rivoluzionava l’istruzione professionale,
poneva in primo piano il bisogno divenuto ormai una necessità negli
anni ‘80, di rivedere un percorso scolastico obsoleto, alla luce delle
esigenze provenienti dal mondo del lavoro in piena rivoluzione tecnologica.
Molti di noi ricordano l’introduzione dei computer all’interno della scuola
e la difficoltà di adeguare la preparazione ormai datata degli
insegnanti, a prezzi personali altissimi. Ma il Progetto ‘92 non è
stato solo questo, si è trattato di rivedere completamente un impianto
che fino a quel momento aveva proposto una formazione fatta più
di saper fare che di saper essere e che non poteva più bastare.
L’aver progettato un biennio formativo con una netta prevalenza delle
materie di area comune, con l’introduzione solo a partire dal terzo anno
della totalità delle materie di indirizzo, e l’aver previsto un
biennio conclusivo dopo la qualifica erano una risposta concreta a un
bisogno divenuto ineludibile.
La scolarizzazione di massa, al sud come al nord, portava nella scuola
statale giovani che necessitavano un consolidamento di abilità
che non era avvenuto in modo compiuto nella scuola media e che, attraverso
l’area di approfondimento, venivano messi in grado di affrontare con altri
strumenti meglio armonizzati il percorso della scuola superiore. In quegli
anni l’intera società si rivolgeva con maggiore fiducia alla scuola
di stato con la consapevolezza che ci sarebbe stato posto per tutti e
che a tutti sarebbe stata data una formazione adeguata alle esigenze dei
singoli, delle famiglie e a quelle del mondo del lavoro. L’impresa richiedeva
una preparazione di base agile e capace di consentire un costante adeguamento
a bisogni che si andavano delineando. Non dimentichiamoci la cassa integrazione
a zero ore per molti operai dequalificati e avanti negli anni, insieme
allo sforzo compiuto da grandi aziende per riqualificare la manodopera
di basso profilo, che hanno caratterizzato la fine degli anni ‘70 e tutti
gli anni ‘80. Il Progetto ‘92 è stata la risposta più adeguata
e pronta che i nostri governi siano stati in grado di dare alla società
in tutto il secolo scorso a fronte di un costante cambiamento del mondo
scolastico e formativo avvenuto in molti paesi europei, come da noi testimoniato
in molti articoli apparsi negli anni scorsi.
L’innovazione del progetto
Ma la maggiore innovazione è stata senza dubbio testimoniata dalla
sinergia tra istruzione professionale e mondo del lavoro attraverso l’obbligo,
per le scuole, di organizzare stage nella classe terza, valutabili ai
fini dell’esame di qualifica, e l’introduzione della terza area nel biennio
conclusivo. Questo ha comportato un confronto diretto, per tutti gli istituti
che ci hanno creduto e si sono impegnati in tal senso, con la realtà
dell’azienda, con una ricaduta importante sull’impostazione metodologica
e pedagogica non solo delle materie di indirizzo, ma anche di discipline
come l’Italiano. I ragazzi dovevano essere messi in grado, nel biennio
iniziale, di poter affrontare lo stage con un bagaglio minimo di strumenti
che con il vecchio sistema non possedevano. Ecco quindi che, accanto alla
letteratura e ai sacri testi, si affrontava la stesura di una lettera
o del proprio curriculum vitae, ecco allievi rispondere al telefono e
svolgere funzioni temporanee di segreteria, docenti di materie assai diverse
come Italiano e Laboratorio trattamento testi lavorare assieme per progettare
prove comuni e correggerle insieme. Quando mai si era visto niente di
simile?
In quegli stessi anni la formazione professionale regionale toccava un
punto minimo causato, specie in alcuni settori, dalle nuove scelte delle
famiglie che chiedevano più attenzione alla formazione globale.
Si è cominciato a lavorare allora in sinergia, laddove le regioni
lo permettevano, per progettare la terza area che diventava la punta di
diamante del sistema dell’istruzione professionale. L’individuazione di
un docente con funzioni di coordinamento di progetto e la sua retribuzione
per tale compito, l’organizzazione di visite aziendali e stage estivi,
la possibilità per gli allievi di conseguire un ulteriore diploma
di secondo livello regionale di microspecializzazione costituivano la
migliore risposta ai nuovi bisogni.
Alla fine degli anni ‘90, poi, con l’elevamento dell’obbligo scolastico
si è toccato il punto più alto nell’integrazione tra i due
sistemi. Basti pensare al monte ore previsto dal Progetto 20021, dedicato
proprio all’area di integrazione e che avrebbe dovuto prefigurare la nuova
autonomia scolastica. Gli allievi in ingresso potevano essere orientati
nel corso del primo anno dai docenti dei due sistemi e questo permetteva
loro di trovare una strada più consona alle proprie capacità
e, in molti casi, di scoprire le proprie caratteristiche, sia di stili
di apprendimento che personali, favorendo in tal modo una scelta più
consapevole e un recupero reale. I risultati sono stati estremamente positivi
in termini di un recupero dell’abbandono scolastico e di rimotivazione.
Inoltre l’aver demandato alla scuola dell’obbligo l’ulteriore orientamento
degli allievi ha permesso di legare le scuole al territorio e di avviare
contatti estremamente utili con le istituzioni scolastiche e formative
presenti.
Le scuole si sono attrezzate ricercando al proprio interno le risorse
umane ed economiche e formando i propri docenti: il rapporto docente allievo
risultava così più attento a individuare le caratteristiche
personali, favorendo una consapevolezza maggiore e la costruzione di un
progetto di vita più aderente alle necessità dei singoli.
Da questo quadro d’insieme emerge senza dubbio un “leit motif” che ha
contraddistinto l’istruzione professionale l’attenzione partecipe di una
scuola che stava riflettendo sulla propria “mission”, come si diceva allora.
Il futuro del professionale
E oggi? Nell’ottica della nuova riforma che futuro si prospetta per l’istruzione
professionale e per la sua utenza? È di questi giorni l’uscita
di un documento2 che propone il nuovo assetto di tutto il settore dell’istruzione
e della formazione Professionale, che avranno il nome di “Scuole politecniche”,
della durata di 7 anni con varie possibilità di uscita. È
interessante notare come si parli più dell’uscita degli studenti
da questo sistema formativo verso il mondo del lavoro e di ingresso di
studenti di provenienza liceale, che non di passaggio tra i vari ordini,
come era stato più volte sbandierato dal Ministro. Da una prima
lettura del documento appare assai chiara l’operazione di disinvestimento
sui contenuti e sul metodo di insegnamento. A fronte di una cospicua riduzione
di ore di lezione, appena 900 tra le materie di area disciplinare comune
e 200 di non ben definita “personalizzazione”, una sorta di calderone
in cui confluirebbero l’aspetto vocazionale o di “filiera” come usa oggi
e il recupero, non si prospetta nulla in termini di recupero e di armonizzazione
del gruppo classe, anzi! Non si parla più di classi, ma di gruppi
costituiti a livello distrettuale e organizzati grazie a una rete informatizzata
che propaganderebbe il POF territoriale e delle singole scuole. I contenuti
disciplinari si trasformano in “unità di apprendimento certificabili”
prodotte da gruppi di lavoro costituiti da docenti, presidi e ispettori
desiderosi di elaborare proposte per l’attuazione della riforma dell’istruzione
professionale. Questi soggetti avrebbero il vantaggio di essere inseriti
sul territorio e quindi potrebbero produrre unità particolarmente
collegate alle esigenze locali, che andrebbero successivamente certificate
territorialmente da una speciale “authority” di cui farebbero parte varie
associazioni comprendenti le scuole private e le varie agenzie private
territoriali.
Alcune perplessità
E qui le perplessità si fanno più
forti. Se l’impianto attuale viene criticato perché ritenuto assolutamente
avulso dalla realtà e ci si fa forti, per sostenere ciò,
di uno studio elaborato dall’ISVOR-FIAT e dalla Direzione scolastica regionale,
come possono gli stessi docenti e presidi delle scuole colpevoli di autoreferenzialità,
produrre unità di apprendimento valide e validabili proprio a livello
territoriale? Insomma, del vecchio impianto rimangono tracce sporadiche
e piuttosto svuotate di significato. Addirittura, tanto per fare un esempio
vi sono strani accorpamenti di aree disciplinari, come quello tra Geografia,
Storia, Religione e Diritto, con una netta prevalenza della Religione
che permane per tutta la durata degli studi, mentre il Diritto, che con
l’ipotesi Brocca andava insegnato finanche ai licei, verrebbe inserito
solo al terzo e quarto anno per andare incontro alle esigenze degli studenti
(!) e verrebbe denominato Convivenza civile (sic!), mentre la Storia dal
quinto anno sparirebbe del tutto. Forse per rendere questi studenti politecnici
più in grado alla fine del 7° anno di ottenere una “Formazione
tecnica di alto livello che non esige in generale la padronanza dei fondamenti
scientifici delle diverse discipline coinvolte”3. Non ci sono parole per
commentare queste tesi in modo educato e “politically correct”. E che
dire degli sbocchi lavorativi di questi nuovi campioni dell’ignoranza
del proprio passato, che andrebbero a svolgere “lavori dirigenziali e
di produzione di idee e progetti”? Probabilmente o all’ISVOR-FIAT ci si
è sbagliati o è la Direzione scolastica che ha interpretato
male i dati della ricerca perché è impensabile un dirigente
che non abbia competenze scientifiche nel proprio settore. O si è
diventati passatisti fino al punto di negare ogni validità al pensiero
scientifico?
Attendiamo con ansia ulteriori sviluppi di quello che a prima vista sembra
il frutto del lavoro di un gruppo di improvvisatori e che ci auguriamo
venga smentito al più presto, prima ancora di fare un’altra pessima
figura a livello europeo, dato che proprio nella prima sezione del documento
si tenta un paragone con gli altri Paesi dell’Unione.
1 L’impianto e le linee guida, sia di Progetto ’92 sia di
Progetto 2002, sono consultabili al sito:
2 Vedi Ufficio Scolastico Regionale Lombardia www.istruzione.lombardia.it
documento pubblicato tra le News del 5 dicembre 2003.
3 Vedi nota 2
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