Didattica e discipline
Latino: tradizione o innovazione
di
Rita Manzoni*
Lo studio del
latino nel liceo scientifico è spesso per gli studenti esperienza
noiosa e poco gratificante e per i docenti fonte di delusioni e
frustrazioni.
L’ordine di
problemi con cui quotidianamente ci si scontra è duplice: da un lato si
tratta di motivare all’apprendimento di una disciplina ritenuta
inutile dalla mentalità comune, soprattutto in una scuola ad indirizzo
scientifico, dall’altro di elaborare un metodo didattico che favorisca
l’acquisizione di una lingua tradizionalmente considerata “morta”,
non tanto perché svincolata da meccanismi evolutivi, quanto perché
veicolo di un modello di civiltà e di un immaginario apparentemente
molto lontani da quelli attuali.
L’approccio
normativo, che fa della grammatica il fulcro dell’insegnamento del
latino e della traduzione l’unico punto di arrivo, avvalla - nel
migliore dei casi - una concezione del testo come “gioco
enigmistico”, in cui l’applicazione o il riconoscimento della regola
deve infallibilmente portare alla soluzione. Non è raro sentir
affermare, anche dagli insegnanti della disciplina, che “il latino
aiuta a ragionare” e che la traduzione altro non è che una
“palestra” in cui fare esercizio delle regole apprese. Di fronte a
questa impostazione, che dimentica il concetto di lingua come sistema
comunicativo, in cui l’interazione dell’aspetto semantico e
morfosintattico è funzionale alla trasmissione di informazioni, non
stupisce che i nostri studenti ci incalzino con una pressante domanda di
senso. Perché studiare latino se esso sviluppa solo le capacità
logico- deduttive, laddove altrettanto bene lo fanno la matematica o la
filosofia?
Di contro, una
scelta didattica che privilegi la storia delle idee e della civiltà,
escludendo lo studio della lingua e presentando i testi solo in
traduzione, comporta una perdita non trascurabile innanzitutto sul piano
semantico, in quanto il lessico latino è strumento efficacissimo per
insegnare la polisemia1 e la ricchezza connotativa, e in secondo luogo
sul piano della riflessione morfosintattica, dal momento che il latino
è lingua che si apprende con un meccanismo razionale e non istintivo
(come la lingua materna) o attraverso l’uso orale (come le lingue
straniere).
Dall’esigenza di
conciliare un approccio che fosse al contempo funzionale alla
comprensione del sistema concettuale e valoriale della civiltà latina e
alla riflessione linguistica con il bisogno degli studenti di trovare
significato in quanto studiano, ancorandolo alla loro quotidiana
esperienza, è nato il percorso sul mos maiorum realizzato con gli
alunni della classe III G del Liceo Scientifico “A. Tosi” di Busto
Arsizio.
I presupposti
teorici:
Alla base della
proposta c’è la condivisione di alcune idee guida che, negli anni
scorsi, hanno ispirato la ricerca metodologica disciplinare dei gruppi
della Didattica Breve operanti presso IRRE Lombardia ed Emilia Romagna2
e precisamente:
l centralità
dello studio del lessico ai fini della comprensione del testo latino;
l necessità di un
accesso diretto ai testi letterari senza il filtro delle
“riduzioni”, nella convinzione che “un testo vero – cioè un
messaggio reale, inviato da un emittente reale a destinatari reali in un
dato momento della storia umana – … è mille volte più avvincente
di un testo inventato al solo scopo di far acquisire allo studente una
data struttura grammaticale”3 e insieme è l’unico
strumento per cogliere la complessità storica, ideologica e morale del
mondo latino
l approccio
descrittivo e non normativo alla grammatica, limitato
all’apprendimento delle regole funzionali alla comprensione dei testi;
l dimensione
laboratoriale della disciplina, che privilegia il metodo induttivo e la
graduale costruzione da parte dello studente di una propria rete
concettuale
Perché il mos
maiorum?
La scelta
dell’argomento è scaturita in primo luogo dalla necessità di far
riflettere gli studenti sul valore dell’uomo in quanto civis, ovvero
individuo soggetto a una serie di vincoli imposti dalle strutture
sociali, fossero esse la famiglia o lo stato, in una parola quella che i
latini definivano res publica. Tale esigenza nasceva anche dalla
difficoltà di lavorare in una classe fortemente segnata dal
protagonismo di alcuni suoi componenti, che tendevano a rifiutare
qualsiasi impegno che comportasse una logica di servizio al “bene
comune” anziché l’affermazione individuale.
La definizione del
concetto di mos nella sua valenza sociale come “comune consenso di
tutti coloro che abitano insieme, che, col tempo, crea una
consuetudine”4, ovvero come complesso di valori e tradizioni comuni ai
cives romani consentiva poi una significativa riflessione sul concetto
di identità nazionale. Lo spunto appariva tanto più stimolante in
un’epoca come la nostra dominata da una lato dalla multietnicità e
dall’altro dalla globalizzazione dei modelli culturali, nella quale la
rivendicazione delle proprie specificità, dei propri mores da parte
delle diverse culture avviene in termini non sempre pacifici.
L’incarnazione,
poi, del mos nelle azioni, negli exempla dei personaggi illustri, ovvero
dei maiores da imitare, in quanto portatori i valori considerati
fondamentali da quella civiltà apriva due piste di lavoro:
l quella
dell’indagine diacronica, che permetteva di comprendere la realtà
fluida, in perenne divenire del mos maiorum, che sfugge ad un’unica e
definitiva determinazione proprio perché fondato sull’ineludibile
contraddizione di essere codice di regole comportamentali statiche e
insieme soggette a ridefinizione in base all’evolversi della società5;
l quella
dell’analisi sincronica con la definizione del concetto di virtus
(“qualità di chi è un uomo”) delle sue valenze comportamentali per
cui il mos si presenta in realtà come un ventaglio assai ampio di mores:
fides, pietas, constantia, modestia, pudor, gravitas, dignitas,
auctoritas, concordia, amicitia, humanitas, probitas, honor etc.
Questa riflessione
consentiva il confronto tra società tradizionali nelle quali
l’autorità politica o morale tende a prescrivere rigidi codici di
comportamento a cui conformarsi, pena l’espulsione dal gruppo, e la
società attuale, nella quale non sono più presenti manifesti modelli
autoritari di comportamento, siano essi costituiti da sistemi coerenti
di valori (le virtutes), oppure da rappresentanti di questi valori (i
maiores)“ ma nella quale tutti si adeguano conformisticamente al
comportamento collettivo.
Il percorso
didattico
Il percorso è
stato articolato sostanzialmente in tre fasi:
l Si è iniziato
con la lettura, la traduzione e l’analisi critica di testi sia di
carattere epigrafico – le iscrizioni funebri dei sec. III-II a.C.-,
sia narrativo, sia storiografico tratti dall’ Ab Urbe condita di Livio,
dal Factorum et dictorum memorabilium liber di
Valerio Massimo e
da alcuni frammenti del De Agri cultura di Catone ai fini
dell’individuazione del codice di comportamento che i Romani ponevano
alla base della res publica e sentivano caratterizzante la loro identità
nazionale. Questo ha permesso di cogliere il passaggio dall’etica
aristocratica al mos maiorum come patrimonio collettivo di tutti i cives
romani.
Attraverso il
confronto con passi tratti dalle orazioni di Cicerone (Pro Caelio, Pro
Murena, Actio II in Verrem) e dalle monografie di Sallustio (De
Coniuratione Catilinae e Bellum Iugurthinum) si è arrivati poi alla
rilevazione di permanenze/mutazioni nella determinazione dei mores e
nella loro prescrittività in epoche diverse della res publica romana.
A questo punto gli
studenti sono stati in grado di stilare un ”repertorio“ di virtutes
su ognuna delle quali hanno compilato schede lessicali di definizione.
L’impostare l’apprendimento del lessico sulla definizione prima che
sulla traduzione, almeno per quelle parole che costituiscono parti
significative del sistema concettuale romano, risulta più motivante
perché consente la rilevazione dell’evoluzione semantica e abitua a
riportare le numerose possibilità di traduzione che i dizionari offrono
ai due o tre significati fondamentali dei termini.6
l Il passo
successivo è stato quello di invitare gli alunni a riflettere sulla
propria classe nei termini di comunità e a rilevare i valori fondanti
la loro cultura di gruppo. È stato interessante notare come quelli che
ad un osservatore esterno possono sembrare atteggiamenti neutri – ad
esempio consegnare tra i primi o tra gli ultimi una prova - siano in
realtà stigmatizzati negativamente dagli studenti o al contrario
considerati prove di lealtà verso i compagni. Accese discussioni hanno
evidenziato la presenza di leaders che dettano le regole di
comportamento e hanno condotto gli alunni a prendere coscienza che alla
base dei loro atteggiamenti c’è spesso il bisogno di conformarsi per
essere accettati dal gruppo.
Dalla rilevazione
delle virtutes si è passati agli exempla: sul modello della narrazione
del Factorum et dictorum memorabilium liber, i ragazzi hanno steso dei
brevi racconti (vd. box) rievocando episodi capitati in classe,
esemplificativi dei loro mores.
l Come ultima
tappa del percorso gli studenti hanno tradotto in latino le loro
narrazioni. Non si è trattato, ovviamente, del tentativo di riproporre
nella didattica uno strumento desueto come quello della traduzione dal
latino all’italiano, la cui impraticabilità, laddove venga
considerata una palestra di stile ciceroniano o un tentativo di
ricodifica del proprio pensiero in una lingua conosciuta solo
ricettivamente, è ben nota.
La traduzione in
latino è stata invece centrata sull’aspetto lessicale e sul confronto
tra i termini con cui in italiano gli studenti avevano definito i loro
valori (amicizia, collaborazione, lealtà, senso dell’umorismo, ecc.)
e sulle possibili equivalenze / differenze col lessico latino. Per molti
rilevare che in latino la parola amicitia, includendo anche l’aspetto
politico dell’alleanza o quello utilitaristico del rapporto volto a
fini pratici, presenta un’accezione più ampia di quella di “affinità
elettiva” da loro data al termine, è stata una vera scoperta.
Infine l’attività
di correzione collettiva dei loro exempla, che ha concluso il lavoro, si
è rivelata utile sia per riflettere sull’utilizzo di alcune marche
testuali (es. i connettivi), sia per discutere sull’opportunità di
alcune scelte lessicali, sia infine per ripassare le strutture
morfosintattiche di base.
*insegnante Liceo
Scientifico “A.Tosi” di Busto Arsizio e Supervisore SSIS
all’Università
Cattolica di Milano
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1 Per esempio, di
fronte ad una parola come civitas nel Dizionario latino/italiano del
Calonghi individuo almeno cinque traduzioni, riconducibili a due
fondamentali campi semantici: I) astr., condizione, diritto di
cittadino; cittadinanza; II) concr.: cittadinanza, i cittadini, quindi
lo Stato, la città.
2 In
particolare ci si riferisce ai
contributi dei professori Piazzi, Stupazzini, Flocchini, Zanasi,
contenuti nel volume Didattica Breve – materiali
4, a
cura di F. Piazzi, IRRSAE Emilia Romagna, Bologna, 1997.
3 F
. Piazzi, Breve Iter – Grammatica e
lessico essenziale del latino, Cappelli, Bologna, 2000, pag. IV
4 Varrone, citato
da Servio nel suo commentario all’Eneide.
5 Scrive M. Bettini:
“Nei confronti dei costumi il tempo gioca un ruolo duplice. Da un lato
infatti è proprio il suo scorrere, che permette ai costumi di diventare
”antichi”, e come tali degni di essere osservati; dall’altro però
è ancora il tempo che dei costumi produce l’abbandono o il mutamento.
Non bisogna dimenticare che all’azione della consuetudo si accompagna
quella della desuetudo, e che entrambe queste forze sociologiche, e non
solo la prima, esercitano il loro influsso sulla sfera dei mores.[…]
Ma anche la stessa consuetudo pare responsabile del mutamento dei mores.
La consuetudo infatti non si determina una volta per sempre, per poi
arrestarsi, ma continua ininterrottamente ad agire, consolidandosi così
in costumi diversi rispetto ai precedenti. Di conseguenza la stessa
forza che produce la fissazione dei mores, ossia il procedere del tempo
e il consolidamento della consuetudo, produce inevitabilmente la loro
varietà e la loro molteplicità: nel campo dei mores permanenza e
mutazione, fissità e variazione sono facce di una stessa medaglia.[…]
oltre che dall’incidenza della dimensione temporale, la scarsa
definizione del mos maiorum deriva poi dal fatto che i costumi non
vivono da soli, in un mondo a parte, ma per la stessa funzione che sono
chiamati a svolgere, si trovano ad interagire con la vita della comunità.”
in Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche,
Einaudi, Torino, 2000, pp. 264-269.
6 Si veda a questo
proposito il contributo di Luciano Stupazzini, Strumenti lessicali per
la comprensione di parole-chiave del sistema di valori romano in
Didattica Breve – Materiali 4, op. cit. pag. 90-116.
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