HOME.GIF (399 byte)
 

“Andranno in cattedra solo i migliori e spariranno le clientele”

di Maurizio Bruno Guerri*

Nel titolo di questo articolo riecheggiano alcune delle più belle parole (impossibile non condividerle) pronunciate dal ministro Moratti nel corso di trasmissioni televisive, in interviste rilasciate agli organi di stampa, in rassicurazioni a rettori, docenti, ricercatori e studenti che per più di un anno hanno protestato e si sono opposti attivamente alla riforma dell’università. Riforma che l’ottobre scorso con un colpo di mano é stata fatta approvare alla maggioranza del parlamento, ricorrendo addirittura al voto di fiducia. Le parole del ministro suonano rassicuranti per tutti gli studenti che si iscrivono all’università e per i giovani che sognano di poter far ricerca e insegnare nelle nostre accademie. Ma é proprio vero che questa riforma faciliterà l’accesso ai migliori giovani ricercatori e farà piazza pulita dei privilegi e dei sistemi baronali?

Al lettore potrebbe sorgere spontanea una prima domanda: ma perchè una riforma, che ha tra i suoi obiettivi l’inserimento dei giovani meritevoli nel mondo della ricerca e dell’università, prevede la messa a esaurimento della figura del ricercatore (comma 7, legge 4 novembre 2005, n. 230) a partire dal 2013?

Il ricercatore universitario, come lo conosciamo oggi, nasce nel 1980 e ha essenzialmente ereditato i compiti che erano della figura che ha sostituito, quella dell’assistente. Funzione primaria del ricercatore é quella di svolgere attività di ricerca e di utilizzare queste sue competenze anche sul piano formativo svolgendo didattica integrativa, cioé affiancando i docenti nella preparazione dei corsi, con seminari e lezioni di approfondimento. Ma, a causa del taglio di fondi alle università e dell’aumento del numero di studenti, la funzione del ricercatore di fatto ha assunto tutti gli oneri di quella del professore: come ogni altro docente, oggi il ricercatore svolge attività didattica curricolare tenendo lezioni e gestendo i laboratori; inoltre presiede commissioni di esami, segue tesi di laureandi e può essere relatore in commissioni di laurea.

Il DDL ha previsto l’eliminazione del ruolo del ricercatore, facendo leva sulla motivazione che buona parte dei guai dell’università proviene dalla classe privilegiata dei ricercatori, anche se non é per nulla chiaro di quali privilegi un ricercatore godrebbe: dopo la laurea, dopo il dottorato e dopo essere risultato vincitore di un pubblico concorso rimane in prova per ben tre anni (probabilmente é l’unico rapporto di lavoro che preveda tempi cos“ lunghi) e nel corso di questi anni riceve un lauto stipendio pari a euro 1180, che diventano addirittura 1500 dopo la conferma.

Il ricercatore italiano dunque ha uno stipendio non solo incomparabilmente più basso rispetto a quello dei suoi colleghi europei, ma anche, almeno nei primi anni, inferiore a quello dei suoi già mal retribuiti colleghi della scuola. Nello stesso tempo egli svolge tutta una serie di attività che non sarebbe tenuto a svolgere, a causa del fatto che in Italia si investe meno che in qualsiasi altra nazione dell’Unione Europea per la ricerca di base e la formazione universitaria. Ma c’é di più: a fronte di un progressivo aumento degli iscritti in tutti gli atenei italiani (solo nell’ultimo anno accademico gli immatricolati sono cresciuti del 5%), vi é stato un altrettanto progressivo taglio di fondi destinati alla ricerca e alla formazione universitaria, sicchè il numero del personale reclutato é ampiamente insufficiente: lo studente italiano riceve in media la metà del tempo docente disponibile per uno studente europeo.

In conclusione: l’università italiana si é retta e continua a reggersi soprattutto sempre più grazie all’attività dei 24.000 ricercatori che é andata ben oltre i compiti previsti da questa funzione. Ma il ministro ha pensato almeno a un riconoscimento formale del lavoro dei ricercatori? Certo: ha creato il titolo di “professore aggregato”, che, come si legge al comma 11 “é attribuito [...] per il periodo di durata degli stessi corsi e moduli”. Quindi, invece che riconoscere in pieno ai ricercatori meritevoli il titolo di docenti, si elargisce una etichetta che vale solo per il periodo in cui il ricercatore svolge attività didattica e di cui magari si fregeranno molti liberi professionisti, che potranno cos“ apporre il titolo di “prof.” sul proprio biglietto da visita.

Ma il lettore si domanderà: “ci sarà pure una qualche forma attraverso cui il ministro, in accordo con i motivi ispiratori della riforma, ha concretamente pensato a sostenere il lavoro di ricerca dei giovani, a qualificare l’insegnamento e a eliminare i vecchi privilegi dei baroni!” Ed ecco la soluzione prospettata dal decreto: la figura del ricercatore sarà sostituita con quella del ricercatore precario (comma 14). In altri termini: il ricercatore di fatto sarà sostituito con qualcosa che già esiste, ovvero con il “collaboratore alla ricerca”, più noto come “assegnista”, di cui nel disegno di legge non viene incredibilmente mai fatta menzione.

Chiunque intendesse intraprendere la via della ricerca e della docenza dovrà mettere in conto, successivamente al conseguimento della laurea e del titolo di dottore di ricerca, una condizione di precariato che dura fino a dieci anni. Non solo: dopo l’assegno di ricerca (2+2 anni) e la conquista di un contratto di ricerca (3+3) non vi é nemmeno la garanzia che il ricercatore di valore possa un giorno essere assunto da un ateneo. Come ha osservato Guido Martinotti (pro rettore all’università di Milano-Bicocca) su “l’Espresso” del 27 X 2005, la creazione del ricercatore precario é un vero e proprio “favore ai baroni”: fornisce personale estremamente “servizievole” in quanto estremamente ricattabile e mal pagato a uso e consumo del docente di riferimento, con meno garanzie sulla sua qualificazione scientifica e senza prospettive precise sul suo possibile inserimento nel corpo docente. In altri termini: l’università rinvia all’infinito la decisione relativa al valore e alla qualità della propria futura classe docente (che evidentemente diventerà ancora più vecchia) e si preoccupa solo di regalare un po’ di manovalanza a basso costo ai docenti più influenti.

Purtroppo questo progetto di riforma non si preoccupa nemmeno di ricucire quello strappo che da decenni divide il mondo della scuola da quello dell’università. Un esempio: fino a oggi l’insegnante vincitore di un contratto di ricerca poteva godere (preside permettendo) del congedo straordinario per motivi di studio, dunque aveva la possibilità di conservare il posto, maturare anni di anzianità in graduatoria, e continuare a percepire i contributi previdenziali.

Il DDL invece precisa (comma 20) che tutti i titolari di contratti di diritto privato che siano dipendenti pubblici saranno posti in “aspettativa senza assegni e senza contributi previdenziali o in posizione di fuori ruolo parimenti senza assegni e senza contributi previdenziali”, nonostante da anni giacciano in parlamento innumerevoli richieste per il riconoscimento del diritto di usufruire del congedo straordinario per motivi di studio. Tutto ciò equivale a scoraggiare chiunque dal cercare di svolgere attività di ricerca e ad allargare lo iato che si é aperto tra il mondo della scuola e quello dell’università.

Ma forse, si chiederà il lettore, la riforma Moratti avrà pensato almeno a far piazza pulita in altro modo delle clientele e dei privilegi baronali. Per nulla: al comma 5, lettera a, il ministro prevede esplicitamente la possibilità di fare concorsi riservati per “professori associati con almeno 15 anni di servizio”. Di fatto un “opus legis” attraverso cui tutti gli anziani docenti (più o meno preparati) passeranno di grado a tutto svantaggio dei giovani docenti. E nemmeno l’estrazione casuale delle commissioni giudicatrici per tutti i futuri concorsi é una garanzia contro le clientele, anzi, come spiega ancora il prof. Martinotti “l’estrazione non elimina il rapporto clientelare. Si spostano semplicemente gli accordi a monte del sorteggio, rendendo ancora più forti i gruppi potenti in grado di organizzare questo consenso. A regime funzionerà come le targhe alterne: sapendolo in precedenza si prendono accordi per scambiarsi le auto, e chi può ne acquista due”.

Ci sarebbe di che intrattenere ancora il lettore con altre “perle” contenute in una riforma che avrebbe tra i suoi obiettivi prioritari la qualificazione delle accademie e la eliminazione dei privilegi. Ne ricordo soltanto alcune: l’istituzione di cattedre finanziate da privati i cui docenti sono esclusi dalle normali procedure di reclutamento, la scomparsa della valutazione e l’indebolimento dei vincoli di accreditamento dei corsi di laurea.

In definitiva, la riforma implicitamente contenuta nel DDL dimostra di conoscere poco e male la situazione delle università italiane: affossa la ricerca di base con la messa a esaurimento della figura del ricercatore, costringendo a una perenne “carriera” precaria tutti quelli che in futuro intenderanno dedicarsi alla ricerca e alla docenza; scoraggia in molteplici modi l’ingresso dei giovani, colpendo in particolar modo tutti coloro che non possono contare sugli aiuti della famiglia; non cancella, anzi amplia, le condizioni di privilegio all’interno dell’università pubblica. Tutto questo del resto é in sintonia con le altre scelte fatte in materia: continui tagli dei finanziamenti per i centri di ricerca e per le università pubbliche, ma stanziamenti di fondi per centri privati autonominatisi “di eccellenza” (quali l’IIT di Genova, con 10 miliardi di euro in dieci anni, a fronte di un taglio di 300 milioni di euro per le università pubbliche deciso nell’ultima finanziaria, e l’IMT di Pisa).

Solo una riforma che miri alla qualità della ricerca di base e della formazione universitaria pubblica può affrontare e risolvere gli effettivi problemi del sistema universitario italiano, quali: la costante assenza di investimenti, il cattivo funzionamento del sistema dei crediti e del 3+2 e la conseguente tendenza a un livellamento verso il basso delle conoscenze, il perverso meccanismo dei concorsi, che genera gruppi di potere a livello locale e nazionale. Per tutte queste ragioni auspichiamo che il movimento contro la riforma, pur non essendo riuscito a contrastare l’approvazione della legge, contribuisca in modo decisivo allo sviluppo di un dibattito politico-culturale che unisca il mondo dell’università a quello della scuola.

 

*docente al Liceo artistico statale di Crema,

ora ricercatore precario presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano