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A proposito della riforma

La formazione iniziale dei docenti

di Andrea Varani

Le SSIS (Scuole di Specializzazione per l’Istruzione Superiore) stanno per iniziare il loro settimo corso biennale. Nel tempo hanno raffinato un impianto formativo, certamente perfettibile e migliorabile, che ha avuto ed ha, comunque, un importante merito: aver esplicitato che la professionalità docente non consiste solo ed esclusivamente nella approfondita conoscenza della disciplina di insegnamento, ma richiede anche competenze specifiche, di tipo psicologico, pedagogico, didattico, e “saperi pratici” da costruire sul campo. Si afferma quindi ciò di cui ogni insegnante ha piena consapevolezza: per saper insegnare non é sufficiente conoscere ciò che si vuole insegnare (la cui piena conoscenza, ovviamente, nessuno nega), ma occorre saper gestire articolati processi di apprendimento in complesse ed inedite situazioni di gruppo, attraverso scelte immediate all’interno di un costante rapporto dialettico fra programmazione e flessibilità.

La presenza e l’interazione delle diverse aree previste dalle SSIS (approfondimento disciplinare, laboratori didattici, formazione psico-pedagogica, esperienza di tirocinio) sono stati il tentativo di costruire un percorso formativo iniziale che rispondesse a questa esigenza.

In particolare, va sottolineata la ormai diffusa concezione del tirocinio non come momento di applicazione e verifica di teorie o pratiche precedentemente acquisite, bens“ come ambito privilegiato e insostituibile che valorizza un “sapere pratico” acquisibile solo con l’osservazione e l’esperienza diretta sul campo.

La prima ipotesi concepisce la formazione iniziale degli insegnanti come un percorso a stadi, nel quale sembra essere prioritaria e fondante la formazione teorica centrata sulle discipline e sulle scienze dell’educazione e che solo successivamente trova una sua applicazione e verifica nell’attività scolastica. La seconda, per contro, va verso la direzione di una “formazione integrata” in cui i diversi saperi si intrecciano e si integrano in un processo ricorsivo e simultaneo nel quale ogni fattore interagisce con gli altri con pari dignità nella costruzione di significato e di conoscenza all’interno di un’esperienza formativa complessa, articolata e non scindibile.

 

L’impianto formativo attuale

Il Tirocinio, concretizzando una stretta interazione tra Università e Scuola attraverso le figure dei Supervisori e dei Tutor accoglienti, diventa l’asse portante di questo processo, come momento e luogo di riflessione, di raccordo e di sintesi dei vari ambiti di conoscenza affrontati nella Scuola di Specializzazione. Un percorso finalizzato all’apprendimento di nuove competenze ma anche all’assunzione di un ruolo professionale attraverso una costante verifica delle motivazioni e delle scelte personali; in sostanza un tragitto di autovalutazione della propria professionalità, in una logica di formazione continua, caratterizzato (come emerge anche dai risultati di una ricerca su tutte le sedi SILSIS lombarde) da una costruzione “ad personam” delle varie tappe: “dal punto di vista organizzativo, l’elemento unificante sembra essere la struttura flessibile del Tirocinio, che consente di adattare durata e percorsi, oltre che al contesto della scuola ospitante, anche alle specifiche esigenze formative dello Specializzando. Ciò avviene sia attraverso la valutazione di eventuali esperienze pregresse, sia tramite momenti preliminari e “in itinere” di colloquio individuale e collettivo con il Supervisore e con il Docente Accogliente, per far emergere aspettative, dubbi, rappresentazioni mentali di ciascun Tirocinante rispetto all’agire in situazione e alla professione futura. [1].

Il percorso viene stabilito attraverso un contratto formativo, con il quale lo Specializzando condivide e assume in proprio il progetto concordato con il Supervisore e a partire dal quale verranno elaborati i contenuti dell’esperienza” (Colombo 2004, p. 234)

In questa logica, il modello di tirocinio che si é andato definendo ingloba e integra in modo organico e inscindibile la relativa riflessione sull’esperienza svolta. Apprendere dal tirocinio non richiede semplicemente la presenza sul campo ma una profonda riflessione durante e dopo l’azione: “l’esperienza, da sola, non é elemento sufficiente per la costruzione di una professionalità complessa come quella docente; é necessaria una rielaborazione ed una riflessione su di essa perchè il sapere pratico si trasformi in consapevolezza professionale” (Varani 2004, p.208).

Elemento fondamentale dell’impianto formativo sono quindi i momenti di riflessione guidata dal Supervisore (spesso chiamati Laboratorio di Tirocinio) in cui lo Specializzando deve sistematizzare e rielaborare quanto appreso ed esperito ricavandone competenze e abilità professionali; un processo di costruzione di significato e attribuzione di senso a elementi fra di loro altrimenti separati e isolati. In particolare, nel LdT, non ci si limita allo specifico ambito disciplinare, ma si affronta in modo più ampio la scuola come sistema complesso, analizzandone la struttura organizzativa, i suoi rapporti con i saperi esperti, le sue dimensioni relazionali ed emozionali e, all’interno di queste, il ruolo e la funzione del docente.

Attraverso i materiali prodotti e raccolti sul campo dai tirocinanti, si analizzano collettivamente i momenti topici del processo di insegnamento/apprendimento, individuando gli “oggetti” e le routine che costituiscono la struttura tipica di una lezione scolastica: la spiegazione, l’esercitazione, la valutazione, il dibattito, ecc. Il tentativo é quello di scomporre il tempo lezione nei suoi momenti significativi, definirne una sorta di classificazione, per poi approfondirli e confrontarli.

Tutto ciò avviene attraverso la valorizzazione della diversità delle situazioni osservate o esperite e della capacità del gruppo di analizzarle e interpretarle attraverso diverse prospettive. Il gruppo, infatti, attraverso il costante confronto, non solo permette di superare l’inevitabile individualità e parzialità dell’esperienza di tirocinio, ma svolge anche una funzione di rispecchiamento della soggettività delle interpretazioni e dei comportamenti individuali.

“Nella fase interpretativa, [2] la comunicazione, il confronto e la discussione collaborativa con il gruppo costituiscono un’efficace controtendenza alla soggettività. La necessità di verbalizzare e rendere trasferibile la propria esperienza, e la successiva condivisione e pattuizione dei suoi significati, portano, con un atteggiamento di maggior distacco emotivo dagli avvenimenti, ad una loro profonda rielaborazione attraverso un processo di co-costruzione collaborativa della conoscenza” (Varani 2004, p. 183).

Prodotto tangibile di questo processo é la relazione finale, in cui il tirocinante riordina e collega gli elementi dispersi e frammentati, rielaborandoli in un quadro riconoscibile. é quindi il momento della sintesi e della sistematizzazione dei dati raccolti (cronologici, quantitativi, emozionali, descrittivi, documentaristici) attraverso gli strumenti osservativi forniti (diario di bordo, protocolli, cronistorie ecc.).

Scopo della relazione é arrivare a una forma di autovalutazione attraverso la consapevolezza del proprio modello implicito di insegnante, riconoscendo i propri punti di forza e di debolezza. Il tirocinante, prendendo le distanze dai propri comportamenti didattici spontanei, é quindi invitato a compiere valutazioni:

  1. dell’esperienza (che modello di insegnamento ho visto?);

  2. di sè come insegnante in azione (io in che modello mi posso collocare?);

  3. di come vorrebbe essere (cosa mi manca per aderire al mio modello ideale?).

Nel processo di autovalutazione, la relazione diventa quindi strumento metacognitivo di autoanalisi delle proprie reazioni, delle proprie emozioni e del tipo di approccio didattico utilizzato nelle diverse situazioni. L’obiettivo é quello di formare nei nuovi docenti la consapevolezza dell’importanza della riflessione sui propri comportamenti professionali, in una logica di formazione continua e di costante adeguamento e raffinamento delle metodologie didattiche.

L’ipotesi di riforma

L’art. 5 della Legge n. 53/2003 modifica radicalmente questo impianto. Si prevede lo scioglimento della Scuola di Specializzazione attribuendo ai bienni specialistici (lauree magistrali) la funzione abilitante. In questo quadro, lo schema di decreto legislativo del 16 febbraio 2005, che dà forma e sostanza al succitato articolo, non sembra raccogliere e valorizzare pienamente le linee portanti che si sono via via raffinate in sei anni di esperienza SSIS. In particolare vanno evidenziati alcuni punti particolarmente problematici su cui speriamo il legislatore possa ancora intervenire.

1. Viene esplicitamente affermato che le lauree abilitanti dovranno avere “preminenti finalità di approfondimento disciplinare”. Un’affermazione che, con un colpo di spugna sul pluriennale dibattito per la definizione del profilo professionale, sembra ridurre e semplificare la definizione di insegnante a puro esperto disciplinare, piuttosto che professionista dei processi di apprendimento in situazioni di gruppo. Non solo, nei documenti che circolano nel dibattito in corso, da alcune facoltà viene messa una pesante ipoteca sulla ripartizione dei crediti del biennio specialistico, con la motivazione che non ci sono gli spazi per inserire le aree psico-pedagogiche, che quindi dovrebbero essere spostate, non si sa bene come, al periodo post-abilitazione.

2. Si prevede per il biennio una forma di tirocinio, di cui però non si definiscono durata e modalità e che non sembra avere un peso all’interno dei complessivi 120 punti di credito. Questa indeterminatezza giustifica la sensazione che, di fatto, il periodo di effettivo tirocinio sia posticipato all’anno successivo, nell’ambito di appositi contratti di formazione-lavoro, con valore di praticantato e con assunzione di responsabilità d’insegnamento sotto la supervisione di un tutor designato dall’istituzione interessata.

In questo periodo, peraltro, non sembrano essere previsti, quanto meno in modo esplicito, percorsi di rientro in Università finalizzati a fornire quei fondamentali spazi di pratica riflessiva collettiva che trasformano l’esperienza in apprendimento. La possibilità di conseguire l’abilitazione prima di aver svolto un congruo tirocinio a scuola avvalora ancora l’idea di una formazione sostanzialmente teorica, fondamentalmente disciplinare e solo parzialmente psico-pedagogica e didattica, nonchè slegata dal contesto reale dove il processo di apprendimento-insegnamento si svolge. Un’idea tutta interna al paradigma che Schon definisce della “razionalità tecnica” basato su tre presupposti epistemologici:

  1. la conoscenza c’é, va solo applicata;

  2. gli strumenti ci sono, basta usarli;

  3. il sapere cessa di essere ricerca quando si fa intervento.

Il processo autocritico che ha potuto portare a sciogliere definitivamente i vincoli del paradigma precedente e ad aprire la possibilità di realizzare un circolo virtuoso fra pratica e teoria si può sintetizzare – per opposizione – come segue:

  1. l’azione didattica é interpretazione produttiva;

  2. gli strumenti si costruiscono nell’atto di insegnare;

  3. il sapere teorico é il linguaggio dell’azione da insegnare” (Damiano 2004b, p. 64).

3. Si accentra in modo esclusivo la funzione formativa dei nuovi insegnanti sull’Università, esautorando di fatto la scuola, suo ambito naturale, lasciandole solo il compito di ratificare a posteriori una abilitazione già conseguita. Un compito sostanzialmente di controllo, più che di formazione, non molto dissimile dall’attuale e poco significativo “anno di straordinariato”.

Alcune considerazioni

é evidente il rischio di questo impianto formativo. Di fronte alla sempre maggiore complessità del lavoro dell’insegnante e dei compiti che vengono attribuiti alla scuola e alla oggettiva difficoltà di individuare percorsi adeguati, é anche comprensibile la tendenza a rispondere con la soluzione, semplice e facilmente controllabile, di aumentare le ore di insegnamento disciplinare. Una risposta però che sembra ripercorrere le vecchie strade dei concorsi o dei corsi abilitanti, rinunciando a valorizzare quanto di positivo é stato sperimentato nelle SSIS. Una risposta che sembra inadeguata alla costruzione di professionalità complesse, caratterizzate come:1

  •  professionisti dell’integrazione cognitiva e sociale, capaci di mettere in relazione e di raccordare cognizione individuale e reti cognitive;

  •  eccellenti conoscitori dell’organizzazione delle informazioni specifiche di ogni disciplina e dei processi che permettono di costruire le conoscenze e le organizzazioni di senso;

  •  socioclinici che sappiano articolare ogni pratica con le opportunità relazionali.

Tutto ciò richiede “modalità formative che chiamino in causa in prima persona i soggetti coinvolti, incoraggiando in loro un atteggiamento di ricerca e la capacità di auto-osservare e autovalutare i processi sociocognitivi, affettivi e organizzativo-istituzionali di cui essi stessi sono partecipi” (Nigris, 2004, p.16)

Un percorso formativo, quindi, che veda un’alternanza sinergica tra Università e Scuola. La prima con le fondamentali funzioni di approfondimento della struttura concettuale delle discipline e di ricerca nell’ambito delle scienze dell’educazione. La seconda, come luogo imprescindibile di costruzione della “conoscenza pratica”.

In questa alternanza, il tirocinio, con i suoi inscindibili momenti di Laboratorio, svolge la funzione centrale di mediazione tra questi due ambiti formativi, consentendo di spezzare la e dicotomia tra teoria e pratica, permettendone la sintesi e trasformando la conoscenza in competenza. Il Laboratorio é il luogo di elezione di questo processo, “qui la conoscenza pratica viene tradotta in linguaggio e decontestualizzata, per diventare oggetto di ricerca e pertanto di comunicazione formativa” (Damiano 2004a, p. 327).

Nessuno pensa, naturalmente, che il tirocinio in quanto tale fornisca un adeguato e definitivo sapere professionale, ma certamente esso crea le condizioni perchè ciò avvenga, predisponendo al suo apprendimento e abituando ad un costante atteggiamento di ricerca, di aggiornamento.

Come tutte le professioni complesse, solo una radicata consapevolezza della necessità di una formazione continua, supportata da Università, Scuola e Associazioni professionali, può fornire la soluzione più adeguata.

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1 Cfr. S. Dionnet (Service de la recherche en education – Ginevra) Seminario “Quale formazione continua per i docenti?”, Verona 2000, cit. in Zaccherini Marangoni S. e Ferrazzi G. La formazione in Italia, Scuola insieme, n. 2, gennaio 2002.

Bibliografia

Colombo A. (2004), Modelli di tirocinio a confronto, in Negri M.P. et alii (a cura di), Formazione iniziale degli insegnanti e tirocinio, FrancoAngeli, Milano

Damiano E. ( 2004 a ), L’insegnante. Identificazione di una professione, Brescia, La Scuola

Damiano E. (2004 b), Il tirocinio nella formazione iniziale degli insegnanti, in Negri M.P. et alii

Nigris E. (a cura di) (2004), La formazione degli insegnanti, Roma, Carocci

Schon D. (1993), Il professionista riflessivo, Bari, Dedalo

Varani A. (2004), Il tirocinio: l’esperienza della SILSIS Milano, in Negri M. P. et alii