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La parola ai presidi
Carlo Arrigo Pedretti
dirigente
scolastico al liceo classico “G. Parini”, Milano
Quale
valutazione dà sulle “riforma Moratti” nel suo complesso?
Gli appunti che
qui traccio intorno – o in margine – alla cosiddetta riforma Moratti
sono dettati dalla perplessità riguardo ai metodi più che ai
contenuti, visto che finora si sono individuati solo i contenitori e sui
contenuti permane l’incertezza. Vorrei citare questa osservazione di
Gabriele Boselli: “Qualunque vera riforma della scuola é una grande
impresa culturale, politica (come visione ed evoluzione complessiva
della città) e pedagogica; costituisce un nodo in cui dei maestri e una
società vedono e interpretano il mondo, i mutamenti in atto e pensano
di rispondervi elaborando una teleologia generale o specifica”.
Ebbene: non vedo “l’impresa culturale”, non ravviso attenzione nè
per la “città” nè per la “pedagogia” (quella vera), non vedo
una “interpretazione del mondo” che non sia quella degradata e
degradante di un aziendalismo applicato a realtà che non hanno niente a
che fare con i progetti di impresa: esattamente le stesse sciocchezze
per le quali é meglio stendere un velo sulla nostra sanità, che ha
trasformato gli ospedali, luoghi in cui si deve hospitium, in aziende
ospedaliere, dove intraprendenti taglia-pance (termine del linguaggio
bocconiano) si sono trasformati in manager risanatori, si fa per dire,
di situazioni da tempo decotte.
é questa la
filosofia di fondo? Diceva Totò: “Ma mi faccia il piacere!”. Che
poi la perplessità aleggi sulla stessa ninfa Egeria che vuole la
riforma mi sembra si ricavi dalle sue asserzioni: la riforma non sarà
quella che viene scritta, ma quella realizzata dagli operatori della
scuola. Verissimo: peccato che nuove norme, affrettate e mal amalgamate
con le vecchie, renderanno il percorso tanto disagevole ed insulso da
trasformare il più semplice buon senso applicativo in qualcosa di
miticamente irraggiungibile. Se un processo riformatore non nasce che da
settori scientifici delimitati non si potrà avere un’adesione di
fondo di chi dovrà applicarlo; di conseguenza il fallimento si profila
prima ancora che si senta il vagito della neonata novità.
Trent’anni di
sperimentazioni discutibili (la “riforma strisciante” di cui una
volta si favoleggiava) ci hanno reso scettici – ed intanto la scuola
é diventata ingestibile, più povera e certamente più ignorante.
Istruzione e
formazione, due canali paralleli e con pari dignità: ritiene che la
“riforma Moratti” realizzi nei fatti tale intento? Quale futuro si
prospetta alla luce del decreto attuativo per gli Istituti
Professionali?
Punto controverso
della riforma sono i percorsi di istruzione e formazione professionale
in rapporto con paralleli ma diversi percorsi liceali. La disputa nasce
nel momento in cui sembra di riconoscere nei primi la resurrezione del
vecchio avviamento al lavoro; come osserva Panini (“Unità”
15/10/2005) “la scuola superiore, che oggi é unitaria, sarà divisa
in scuola di serie A (i licei) e scuola di serie B (i professionali)”
Sempre per
rimanere ai critici della novità in materia, trovo un volantino del
collettivo di un noto liceo classico milanese che dice: “In questo
modo, ragazzi di quattordici anni si troveranno a compiere una scelta:
proseguire gli studi, senza altro sbocco che quello dell’università,
o abbandonarsi alla precarietà di una scuola sempre più legata alle
aziende, entrando subito nel mondo del lavoro”.
Di contro,
dall’Ufficio legislativo del Ministero (mi riferisco allo schema di
decreto legislativo concernente le norme generali ecc. ai sensi della
legge 28 marzo 2003 n. 53, approvato in via preliminare dal Consiglio
dei Ministri il 27 maggio 2005) si afferma la “pari dignità” dei
due percorsi, che “propongono il fine comune di promuovere
l’educazione alla convivenza, la crescita educativa, culturale e
professionale dei giovani attraverso il sapere, il saper essere, il
saper fare e l’agire”. E ancora: “Le istituzioni del sistema
educativo di istruzione e formazione assicurano ed assistono”
la possibilità di cambiare scelta tra i percorsi liceali
“nonchè di passare dai percorsi liceali a quelli dell’istruzione e
formazione professionale e viceversa. A tali fini le predette
istituzioni adottano apposite iniziative didattiche, per consentire
l’acquisizione di una preparazione adeguata nella nuova scelta (punto
7)”.
C’é da
chiedersi: siamo di fronte a una critica a priori da un lato ed alla
presentazione di un idilliaco meccanismo di passaggio dall’altro? é
realizzabile quanto enfaticamente si dice da parte del Ministero con la
riproposta di “sapere, saper essere, saper fare, agire”?
Probabilmente la risposta giusta sta nel giusto mezzo nel caso in cui la
riforma venga realizzata con buona fede e volontà buona che non si
fermino alla lettera delle cose, ma ne colgano lo spirito.
Se i percorsi
professionali vengono svolti nel pieno rispetto di programmi che
insegnano un mestiere e al tempo stesso formano l’uomo e il cittadino,
certamente sarà possibile anche un emergere dalla mera
“banausicità” di platonica memoria e un approdo, con l’aiuto di
una sapiente passerella (ma quale?), alla licealità e, viceversa, se ci
si accorge di possedere un istinto non teoretico, sarà possibile il
cammino inverso.
Entrambe le cose
dovrebbero essere intese e vissute non come un minore a maggiore o un
maggiore a minore, bens“ quali possibilità, quali opportunità che
evitino l’errore di fare re chi é tale da sermone. é ovvio che
l’individuazione dei passi da compiere in entrambe le direzioni
richieda un impianto non macchinoso e figure che fungano da supporto
meglio di quanto nel concreto non sia avvenuto con le “passerelle”,
il cui funzionamento si é rivelato molto dubbio. Ma già vediamo
proporsi il problema delle divaricate competenze regioni-stato: e
allora?
Di nuovo si
porrebbe la necessità di collaborare e non contrapporsi, di accogliere
le novità e vivificarle, rafforzarle, farle proprie e renderle
operanti, con una giusta ripartizione di sforzi ed oneri, permettendo,
favorendo e concretamente promuovendo quelle associazioni tra
istituzioni del sistema educativo di istruzione e formazione, di cui al
punto 7 del citato schema di decreto, che é quanto dire: se lo stato
sosterrà la scuola, questa risponderà alle richieste; se essa invece
verrà abbandonata, non basteranno le frasi più belle a realizzare
quanto la “polis”, in ultima istanza, non vuole. E sarebbe una
sconfitta della civiltà.
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