La parola ai presidi
Claudio Merletti
dirigente
scolastico all’Ipsct “
G. Falcone
”, Gallarate VA
Quale
valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?
Per esprimere una
valutazione complessiva della Legge 53 ritengo che debbano essere
individuati gli strumenti e i dispositivi applicativi che hanno favorito
mutamenti apprezzabili, almeno nella realtà di cui mi occupo nello
specifico: un Istituto Professionale nel contesto regionale lombardo. In
altri termini cerco di cogliere cosa va comunque mantenuto e sviluppato
avendo come riferimento di sfondo i piani dell'essere, del fare e del
sapere.
l Non male
l’essere: ritengo che ci sia del nuovo reale nell'area soprattutto con
riferimento alla personalizzazione e al portfolio. Pur con qualche
stonatura/semplificazione ideologica (una sorta di metafisicità della
persona in una visione formativa uniculturale, tutta inclusiva
accogliente, per sofferenze border line), é evidente, e va
sottolineata, una prima risposta al bisogno di modificare sguardi e
strumenti formativi sulla popolazione di tribù variegate dei nostri
universi panadolescenziali che si estendono dai tre ai trent'anni.
Nel mio istituto,
su 32 classi del biennio iniziale, abbiamo avuto il passaggio, in un
solo anno, da
8 a
21 classi in sperimentazione e credo che questo possa attestare come la
personalizzazione regga anche dal punto di vista dei docenti
l Più fragile il
sapere. Nel superamento da un sistema formativo generale privo di
ossature chiare e robuste, le competenze – sia pure viste come
capacità potenziali rivolte a precisi contesti operativo-professionali
– rischiano di rimanere parole senza quella forza disciplinante e
generalizzante (as-traente e quindi tras-feribile) delle discipline.
l Sul piano del
fare In Lombardia la sperimentazione negli istituti tecnico
professionali ha immediatamente evidenziato lo iato di storie, culture,
organizzazioni e di figure di docenti di sistema, di istruzione come
sistema e di formazione professionale.
Emerge a mio
avviso un enorme problema che definirei di “prometeizzazione” delle
discipline e perciò dei docenti per quello che sono e sanno, che
possono essere e sapere. Ciò che più rileva é la necessità di una
loro continua “discesa” a terra, nella realtà dei contesti, nel
pathos dei problemi e delle relazioni, delle nuove forme antropologiche
e degli incroci di linguaggi e forme di pensiero dei nostri ragazzi e
delle nostre ragazze. Non certo il ritorno a indistinti pre-disciplinari,
magari conditi da surrogati (impalcature pluri, multi, trans
disciplinari: ovviamente impensabili senza discipline sotto).
Tutto ciò é
altro e ben distante dalle fantasie dell'onnipotenza del motore immobile
della cultura classica
Istruzione e
formazione, due canali paralleli e con pari dignità: ritiene che la
“riforma Moratti” possa realizzare nei fatti tale intento?
Mi sembra che
l’equilibrio tra i due sistemi non sia stato definito e rimane
pertanto, al momento, un problema amletico che nessuno ha saputo/voluto
affrontare. Ritengo però che una via d’uscita possa essere ricercata
nella caparbietà del reale, che sarà possibile solo se l’istruzione
tecnico professionale si carica sostanzialmente di entrambe le funzioni
(professionalizzante, terminale e formativa forte).
Va detto che i principali modelli (Moratti e
Berlinguer) concordano nella visione di sistema istituzionalmente
integrato (Stato-Regioni): vedremo i riti e gli strumenti reali. Nel
frattempo, la sperimentazione avviata in questa fase in Lombardia
delinea realmente dei campus con funzione contemporaneamente
licealizzante (i corsi portano al diploma di Stato) e
professionalizzante (nelle procedure e nei sistemi di validazione anche
della Regione).
Quale futuro si
prospetta, a suo avviso, per gli Istituti professionali?
Rimanendo nel
sentiero argomentativo adottato, a me sembra che il “fare” possa
costituire un asse piuttosto produttivo.
L’aggiornamento
dei profili di uscita con i conseguenti curricula che possono essere
piegati territorialmente e articolati per competenze coerenti - al di
là di neologismi burocratici imposti per legge, tipo UDA –,
l’alternanza scuola lavoro nelle sue diverse forme (diretta con
aziende in aziende, simulimpresa, scuola che si fa impresa vera eccÉ),
l’ingresso diretto di operatori e di rappresentanze del mondo del
lavoro (aziende e non solo) costituiscono a mio avviso un campo
affascinante che vale la pena di arare per raccogliere qualcosa,
soprattutto per quanto riguarda i docenti che sono i veri soggetti
dell’alternanza e dei cambiamenti.
L’apertura di
luoghi e di logiche, di menti e di linguaggi, la realizzazione e la
possibilità di verifica di strumenti reali dell’operare formativo con
l’avvio corposo di quei campus a cui ho accennato mi sembra possano
costituire una novità di notevole potere formativo interno ed esterno.
Tutto questo ha
anche l’innegabile pregio di essere compatibile con qualunque futuro
scenario politico generale.
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