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La parola ai presidi

Raffaele Ciuffreda

dirigente scolastico all’IPSAR “A. Vespucci”, Milano

Quale valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?

Se é vero che “la natura delle cose si conosce solo alla fine”(Aristotele), é anche vero che già dall’inizio del dibattito sulla riforma Moratti, dal documento Bertagna, emergevano alcuni punti critici che si sono poi dimostrati i veri punti di debolezza della riforma:

  • Il metodo: al di là di sporadici momenti che hanno visto la partecipazione e l’ascolto di pochi interlocutori privilegiati, era evidente già dal primo momento l’incapacità di sostenere il confronto con la scuola reale e di allargare il consenso sulla riforma scolastica, insieme all’intenzione di imporla a colpi di maggioranza parlamentare. Opinione di G. Cerini che condivido é che “Le migliori riforme siano rappresentate non tanto dai grandi disegni ordinamentali, ma dalla capacità di assecondare e sostenere concretamente i processi di miglioramento già in atto all’interno delle scuole, nelle classi, tra gli insegnanti”.

  • La scuola elementare é stata per molti anni il punto di forza del nostro sistema scolastico, apprezzata a livello europeo ed internazionale, con una lunga strada di cambiamento ed innovazione, dalla L. 517/1978 ai Programmi del 1985 e alla successiva riforma degli ordinamenti del 1990. Il gruppo docente é preferito al maestro unico o prevalente e disporre di una pluralità di figure e di relazioni educative é considerata dalle famiglie e dagli insegnanti un’opportunità di arricchimento e di crescita per i ragazzi. Il Decreto Lgs. 59/2004, anzichè salvaguardare il modello del tempo pieno e del tempo prolungato, introduce tutor, portfolio e tempo scuola ridotto, incrinando l’affermata cultura del lavoro di tipo collaborativo e cooperativo, la corresponsabilità e l’unitarietà del gruppo insegnante.

  • L’organico funzionale é stato cancellato e con esso la garanzia di tempi di contemporaneità docente per individualizzare e arricchire i percorsi formativi.

  • L’idea di una scuola come servizio “privato” a domanda individuale delle singole famiglie. Famiglia e scuola hanno responsabilità nell’educazione e formazione dei ragazzi, ma non può esserci sovrapposizione di ruoli. La scuola in piena autonomia, attraverso il dialogo con studenti e famiglie, sulla base della professionalità dei docenti e perseguendo le proprie finalità generali, deve poter operare le scelte didattiche e pedagogiche più adatte ai ragazzi, senza rendere subalterna l’offerta formativa e la relazione didattica a scelte che riflettano i desideri e gli orientamenti culturali dei genitori, anche quando non coerenti con le finalità istituzionali.

  • Canalizzazione precoce: la riduzione dell’obbligo scolastico e l’anticipazione della scelta tra diversi percorsi formativi, anche prima dei 14 anni, tra licei e sistema di istruzione formazione professionale (IFP) anche in alternanza con il lavoro, sono caratterizzate da esiti qualitativamente diversi che anticipano gerarchie sociali.

Istruzione e formazione, due canali paralleli e con pari dignità: ritiene che la “riforma Moratti” possa realizzare nei fatti tale intento?

La scelta del sistema duale, che ha portato attraverso alcune bozze ufficiose di decreto all’attuale versione ufficiale del 27 maggio 2005, é sicuramente quella che caratterizza la riforma.

I percorsi formativi, alternativi tra loro, sono profondamente diversi, fondati su principi educativi differenti e sicuramente non di pari dignità: il sistema dei licei, tipico del liceo “gentiliano”, centrato sul conoscere e teorizzare, sul sapere “disinteressato” ed il sistema di IFP, tutto da costruire e centrato sul fare, sull’operare, sul produrre, sul sapere “professionale”. “Conoscere, e agire, costruire e produrre per lo scopo principale di conoscere non é la stessa cosa che conoscere per lo scopo principale di agire, costruire e produrre. L’istruzione desidera soprattutto concentrarsi sul conoscere secondario: sul sapere. La formazione sul produrre che implica conoscenze altrettanto secondarie: sul fare sapendo sempre ciò che si fa e perchè lo si deve fare in un modo piuttosto che in un altro” (documento Bertagna).

La pari dignità culturale dei due canali é difficile da affermare in presenza di:

  • una diversa durata dei percorsi (5 anni il liceo, al massimo 4 anni alla IFP);

  • un canale nazionale ed unitario e l’altro regionale col rischio di scarsa omogeneità;

  • un’inevitabile debolezza culturale nella previsione di un canale dell’eccellenza, per chi é destinato agli studi universitari e alle fasce alte del mercato del lavoro, e un percorso prioritariamente finalizzato all’inserimento lavorativo;

  • una scelta precoce tra i due canali sostanzialmente determinata dalle caratteristiche socioculturali delle famiglie di provenienza;

  • un sistema non credibile se si pensa che utopiche “passerelle” possano assicurare a tutti il diritto all’istruzione: quanti alunni sono transitati dai professionali ai licei? E quanti invece in direzione opposta?

L’evoluzione delle conoscenze e dei saperi, le scoperte tecnologiche hanno portato ad una riduzione esponenziale dei tempi dei trasferimenti e della comunicazione, con conseguenti cambiamenti nei sistemi di produzione e nei sistemi economici e sociali, che presuppongono, invece di competenze specialistiche rigide, competenze ed abilità flessibili e trasversali.

C’é la consapevolezza in tutti gli stati occidentali che é la conoscenza il vero fattore di sviluppo sociale ed economico oltre che di progresso civile. Le professionalità richieste dal sistema produttivo sono sempre in evoluzione e diventano sempre più complesse, per cui occorrono una solida preparazione di base ed una maggiore capacità di adattarsi ai cambiamenti. Occorre quindi elevare i livelli di istruzione e la cultura del lavoro deve entrare per completare il percorso formativo di tutti, indipendentemente dalla tipologia di istituto frequentato, giungendo al definitivo abbandono della scissione tra sapere e saper fare. Lo stesso Bertagna (rivista “Nuova Secondaria” n¡ 2/2002) sosteneva che “Il sapere ed il saper fare sono due facce della stessa medaglia.”

Allora occorre una scuola che contemporaneamente riesca a perseguire l’obiettivo di selezionare pochi saperi essenziali disciplinari, integrati da saperi trasversali (connessioni, analogie e linguaggi), non costretti in gabbie disciplinari statiche, ma in continua interazione pluridisciplinare ed interdisciplinare, ossia creando un curriculum reticolare e sistemico, con mappe cognitive ampie e flessibili.

La conclusione é che bisogna garantire a tutti l’acquisizione di competenze di base essenziali e di competenze tecnico-professionali necessarie per l’integrazione in una società complessa e per affrontare i cambiamenti in atto. Conclusioni a cui giunge anche la letteratura internazionale. Jacques Delors (1996), Edgar Morin (UNESCO 1999), le ricerche OCSE e il Libro Bianco della Cresson individuano quattro pilastri dell’educazione: imparare a conoscere - imparare a fare - imparare a vivere insieme - imparare ad essere.

Pensare e fare possono e devono costituire fattori interagenti per condurre qualunque processo di vita e qualunque processo lavorativo. Una scuola deve occuparsi contemporaneamente dei processi di apprendimento e formazione culturale disinteressata e dell’acquisizione di competenze e abilità utilizzabili in ambito professionale. L’aspetto “professionalizzante” é trasversale a qualsiasi segmento educativo, “liceale” o “non liceale”.

Occorre quindi riaffermare la necessità dell’innalzamento dell’obbligo scolastico e realizzare un modello di scuola secondaria superiore statale, fondato su un biennio unitario ed un triennio articolato in indirizzi, con diversi approcci culturali (umanistico, scientifico, tecnologico) ma di pari valore formativo, con percorso essenzialmente scolastico e integrazione col mondo del lavoro, ma dove la responsabilità educativa sia interamente a carico della scuola.

Quale futuro si prospetta, a suo avviso, per gli Istituti professionali?

Si é partiti dalle affermazioni del prof. Bertagna, Ottobre 2002, che sosteneva che il sistema di IFP regionale a legislazione esclusiva doveva essere in poco tempo composto dalla formazione professionale (5,5% studenti), dall’istruzione professionale statale (25%) e quella parte di istruzione tecnica statale che rilascia diplomi ad alta terminalità professionale (39%), raggiungendo i 2/3 dell’intero sistema di istruzione.

Si é passati poi, attraverso varie spinte, alla liceizzazione degli istituti tecnici ed al tempo stesso, sotto le spinte confindustriali, all’attuale decreto che aggiusta il tiro e rende meno licei quello economico e tecnologico riavvicinandoli all’attuale struttura dei tecnici e dei professionali. Da un lato si afferma che gli istituti tecnici restano di competenza statale (Giornale di Vicenza - 27 settembre 2005, annuncio alla Marly’s di Arzignano del sottosegretario Aprea), con conseguente possibile svuotamento del sistema di IFP e dall’altro si vuole lo stesso sistema di IFP forte e concorrenziale. Il decreto inoltre prevede anche la presenza del “campus o polo formativo” con “convivenza” all’interno di una stessa o più istituzioni scolastiche in rete sia dei licei che di istituti appartenenti al sistema di istruzione e formazione professionale.

Il decreto entrerà in vigore dall’a.s. 2007-08 (cfr. accordo conferenza unificata 15/09/2005) e gli attuali istituti di istruzione professionale statale passeranno gradualmente alle regioni. Il sistema di IFP avrà percorsi di qualifica triennali e percorsi almeno quadriennali con conseguimento del titolo di diploma professionale, con orario minimo obbligatorio di 990 ore, dove i percorsi in alternanza scuola lavoro e l’apprendistato costituiscono crediti formativi per l’ingresso in IFP. Non sono definiti però gli indirizzi e/o le aree, che sono di competenza della Conferenza Stato Regioni.

Le Regioni saranno preposte ad assicurare i livelli essenziali delle prestazioni, dell’offerta formativa, dell’orario, dei percorsi, dei docenti, della valutazione e certificazione delle competenze, dei servizi, ma le indicazioni di tali livelli essenziali risultano troppo generiche con il conseguente rischio di avere 20 sistemi regionali molto diversi tra loro.

I genitori e gli alunni che frequentano l’ultimo anno della secondaria di primo grado non hanno informazioni approfondite sui percorsi da scegliere e tantomeno su l’ IFP. Su che basi potranno fare le loro scelte a gennaio 2006? Quale il percorso? Quale l’offerta formativa? Preferiranno i licei considerati più rassicuranti? Le conseguenze possono essere molto gravi.

Su circa 560 mila alunni che accedono al 2¡ ciclo, agli istituti di istruzione secondaria di II grado si iscrivono ogni anno circa 510 mila, 50 mila quelli che si iscrivono ai corsi di formazione professionale regionale e/o non proseguono gli studi e circa 110 mila gli studenti che ripetono il primo anno delle superiori (tasso di bocciatura del 17,5% secondo dati Miur), per un totale di circa 620 mila alunni. Su questi dati, da una stima di “Tuttoscuola”, nel caso in cui gli istituti tecnici a vario titolo permangano nel sistema dei licei, le scelte per il 2006-07 sarebbero quelle indicate nella tabella sopra.

Sarebbe questo il “canale forte” o la morte annunciata dell’istruzione professionale statale, che pur bisognosa di un forte intervento riformatore su vari aspetti, con particolare riferimento all’orario complessivo del curricolo, é stata e può continuare ad essere fucina di sperimentazione per formare soggetti in grado di interagire efficacemente con la realtà lavorativa ma anche individui coscienti di sè e del proprio patrimonio culturale.

In questo contesto, dopo un quadriennio in cui il dibattito sul futuro degli istituti professionali é stato costellato da una miriade di teorie, interpretazioni e soluzioni, prontamente smentite nel convegno successivo e/o nelle bozze di decreto che si susseguivano e che hanno messo a dura prova le capacità di previsione di qualsiasi operatore o esperto della scuola, anche i più convinti sembrano avere oggi forti perplessità. Incertezza e confusione la fanno da padroni. Serve un periodo di riflessione, per il bene della scuola, delle famiglie e degli alunni.