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La parola ai presidi

Fernando D’Alfonso

dirigente scolastico all’Ipsia di via Monte Grappa, Monza

Quale valutazione dà sulla “riforma Moratti” nel suo complesso?

Innanzitutto vorrei precisare che non si tratta di una vera e propria riforma. La struttura di base dell’impianto non é assolutamente modificata e, per quello che riguarda l’organizzazione, tutto viene ambiguamente delegato all’autonomia delle scuole. Già, l’autonomia: una dimensione che si invoca solo a parole, quando pu” servire a nascondere i vuoti lasciati dagli organismi centrali, con risorse sempre meno adeguate oltre che con vistose ambiguità di fondo.

L’autorità centrale, che dovrebbe curare l’organizzazione complessiva del sistema e fissare appunto gli standard a cui tutte le istituzioni si devono attenere, in alcuni casi, come quello degli Osa, sembra dimenticarsi completamente della legge 59 e di tutto ci” che essa comporta per l’autonomia delle scuole. Non solo, anche gli organici sono rimasti quelli di sempre, senza nessuna apertura a quella funzionalità indispensabile per una progettazione autonoma e, diciamolo pure, realmente personalizzata. Come tante cose di questi tempi, l’autonomia non é più reale e tangibile, ma qualcosa di virtuale e impalpabile.

Anche il “campus”, quello che dovrebbe essere un’organizzazione di sostegno all’evolversi delle scelte dei ragazzi, se da una parte non é un’idea nuova per gli Istituti professionali che le passerelle le hanno già fatte davvero, dall’altra appare una parola vuota, un contenitore senza contenuto, che ancora una volta le scuole dovrebbero, in autonomia, riempire di idee e di attività. E queste magari potrebbero anche esserci, ma finanziate da chi?

 

Istruzione e formazione, due canali paralleli e con pari dignità: ritiene che la “riforma Moratti” possa realizzare nei fatti tale intento?

Mi pare giusto premettere che una qualche forma di canalizzazione c’é sempre stata e sempre ci sarà: é quella che viene dalle famiglie, dal loro “imprinting” culturale e dal processo generale, più o meno ritardato, di scolarizzazione della società. Ci” detto, io ritengo che sia possibile parlare di canali con “pari dignità” quando si sia fissato con la maggior precisione possibile uno standard di conoscenze che un cittadino di oggi deve avere. Hanno pari dignità i cittadini che, come dice la Costituzione della Repubblica, sono in grado di promuovere sè stessi sul lavoro. E ci” significa che sono in grado di svolgere un lavoro dignitoso, non sfruttato e sottopagato. Io credo molto nella pari dignità che si costruisce sul lavoro, come possibilità di guadagnarsi condizioni di vita soddisfacenti per sè e per una propria futura famiglia, e quindi penso che ogni disegno del sistema scolastico debba avere questa come una delle finalità centrali. L’Italia, appunto, é una Repubblica fondata sul lavoro, eppure c’é un’idea di scuola che il lavoro o lo rimanda a dopo l’Università, oppure lo anticipa, mettendosi totalmente a rimorchio delle richieste contingenti di un mercato in continua trasformazione.

La “riforma” Moratti istituisce due canali di cui uno (quello dell’istruzione e della formazione professionale) non c’é, mentre l’altro (quello dei “licei”) non si capisce bene dove vada a parare; a parte il liceo classico, eterno ed immutabile, l’unico che possa dare accesso “a qualsiasi facoltà universitaria”. é inevitabile che da queste premesse, nascano una scuola di serie “A” ed una di serie “B”, ed é ovvio che in quest’ultima agli studenti verranno date già in partenza minori opportunità, anche perchè la devono scegliere a soli 13 anni.

Quale futuro si prospetta, a suo avviso, per gli Istituti professionali?

Anche qui in realtà, come ho già detto, niente di nuovo. Tutti gli Istituti professionali hanno fatto la richiesta alle province di essere licei tecnologici e ci” consentirà loro di mantenere le terminalità già esistenti: quella della qualifica al terzo anno e quella dell’esame di stato al quinto. L’hanno fatto perchè non vogliono diventare delle istituzioni che formano lavoratori dequalificati, quelli che nessuno vuole più, anche perchè di forza lavoro a bassissimo costo se ne può trovare ormai ovunque. Non solo, proprio nei Professionali sono state da tempo sperimentate e tarate molte novità: basta pensare al Progetto 2002 che, con le sue aree (di base, di indirizzo, di integrazione) e con la possibilità delle compresenze, ha anticipato alcune indicazioni di attualità.

Qui sarà fondamentale il ruolo che sapranno, ma soprattutto potranno (se lo potrannoÉ) giocare le Regioni, nel favorire quel clima di risorse e di sinergie, che solo su di un territorio circoscritto possono essere realmente efficaci. E anche su questo piano niente di nuovo: lo insegnano la Bassanini e la riforma del titolo quinto della Costituzione.

Un’ultima riflessione a conclusione: la “riforma” é passata in un silenzio che, se si fa eccezione per le proteste degli studenti e del mondo universitario, é poco rassicurante, sia da parte della “rete pensante” degli intellettuali, sia da parte delle associazioni disciplinari (dei geografi, dei latinisti per esempio). é vero che i numeri in Parlamento parlano chiaro, ma non sarà anche che si é persa un po’ di quella forza di passione che fin qui ha animato il mondo della scuola?

Adesso é più che mai indispensabile ritrovarla, per riprendersi l’autonomia e per non disperdere tutto ciò che anche negli ultimi anni la scuola reale ha vissuto ed elaborato.