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A
proposito della riforma
La
riforma del secondo ciclo: limiti e opportunità
di
Maurizio Tiriticco*
La
riforma dell’istruzione secondaria di secondo grado e quella della
formazione iniziale dei docenti sono state definitivamente approvate,
quindi vale la pena di riprendere e fissare alcune riflessioni ed
osservazioni fatte nel corso di tutto quest’anno.
Il Miur, gli Osa e il Titolo V
Partiamo dal Miur,
nei cui più recenti interventi é possibile ravvisare una logica
contraddittoria, un po’ secondo lo stile del vecchio Mpi. Da una parte
il Miur invoca il titolo V e l’autonomia scolastica, dall’altra
agisce come se questa nuova realtà costituzionale e normativa non
esistesse.
Ne sono la prova
più lampante l’elenco degli OSA: ottocento nel primo ciclo, un
diluvio, anzi uno tsunami nel secondo. Che cosa é che non va negli OSA?
Semplicemente che non sono OSA. Sono obiettivi che qualunque docente
disciplinare di una qualunque Istituzione Scolastica Autonoma deve saper
scrivere in ordine sia a degli Obiettivi generali ed anche Specifici di
Apprendimento, che costituiscono (questi sì) il riferimento normativo,
sia alle esigenze formative del “suo” gruppo classe.
E i due piani non
possono assolutamente essere confusi. Che cosa deve fare il docente oggi
in una classe governata dagli OSA? Qual é il suo spazio di
programmazione? Gli OSA di fatto dovrebbero essere standard terminali di
apprendimento, per” pochi, essenziali, fondamentali, irrinunciabili, e
l’aggettivo “specifici” non sta a significare che debbono essere
dettagliati all’infinito, perchè questo “esercizio” non compete
al Miur ma alle Istituzioni scolastiche che sono – o dovrebbero
essere? – autonome.
L’autonomia
delle istituzioni che attendono all’istruzione e alla formazione dei
nostri giovani é un fattore indispensabile per un rinnovamento reale
dei curricoli, all’interno di un sistema in cui i poteri dello Stato,
delle Regioni, degli Enti locali e delle stesse istituzioni scolastiche
e formative siano in un bilanciato equilibrio. A tutt’oggi questo
equilibrio non c’é! La legge 53 e i decreti applicativi vanno oltre
le competenze che la Costituzione affida allo Stato ed invadono
competenze che sono delle istituzioni del territorio e delle scuole. A
questo proposito si vedano le posizioni assunte dalle Regioni nelle loro
sedi istituzionali il 7 e il 14 luglio e, in via più definitiva, il 15
settembre scorso.
Sono posizioni che
rispettano l’assetto istituzionale che affida:
-
la
responsabilità di governance al Miur, a cui spetta il compito di
definire le norme generali sull’istruzione e i livelli essenziali
delle prestazioni;
-
quella di
government alle Regioni, per altro ancora da definire;
-
quella di
programmazione, offerta ed erogazione del servizio in ordine ai
percorsi curricolari, alle autonomie scolastiche. (cfr. figura 1).
Ma la riforma
ormai c’é, almeno sulla carta, ed abbiamo 18 mesi di tempo per
effettuare tutte quelle correzioni che si renderanno necessarie perchè
possa funzionare al meglio. In questa vicenda la parola dovrebbe essere
– dovrà essere – essenzialmente delle scuole, perchè sono loro lo
strumento, terminale s“, ma essenziale per mettere alla prova se
l’impianto normativo regge all’urto con le esigenze del Paese,
dell’istruzione dei suoi giovani e del loro avvenire culturale e
professionale.
Obbligo
d’istruzione, un ritorno al
passato?
Non si pu”
ragionare sul decreto relativo al secondo ciclo, se non si fanno i conti
anche con altri decreti che lo hanno preceduto e che con esso hanno
stretti legami rispetto ai contenuti ed alla continuità educativa. Con
i decreti sul diritto-dovere all’istruzione e alla formazione e
sull’alternanza scuola-lavoro, non solo siamo tornati indietro di
oltre quarant’anni ma vediamo anche compromessa una formazione di base
forte per tutti i nostri giovani.
La Costituzione
del ’47 afferma all’articolo 34 che “l’istruzione inferiore,
impartita per almeno otto anni, é obbligatoria e gratuita”. Ne deriva
il concetto di obbligo di istruzione, che non si deve confondere con
quello di obbligo scolastico. La differenza é la seguente: l’obbligo
di istruzione non si traduce nell’obbligo di frequenza scolastica,
tant’é vero che viene riconosciuto ai genitori, o a chi ne fa le
veci, il diritto di provvedere all’istruzione dei propri figli, purchè
possano dimostrare di averne le capacità. La Repubblica, quindi, non ha
mai obbligato alla frequenza scolastica in senso stretto.
Ma la durata
dell’obbligo di istruzione non é un dato immutabile, é strettamente
legata all’evoluzione dei saperi, delle conoscenze e delle competenze.
Solo nel corso degli ultimi decenni abbiamo avvertito – ed é un dato
comune a tutti i Paesi ad alto sviluppo – la necessità di elevare
l’obbligo di istruzione.
Ci” si é
verificato con la legge n. 9 del 20 gennaio ’99, grazie alla quale: si
elevava l’obbligo di istruzione nel sistema scolastico dai 14 ai 16
anni di età (in via transitoria fino ai 15).
Ed ancora: coloro
che non avessero conseguito il diploma di scuola media (non esclusi
ovviamente i già licenziati) e che non intendessero proseguire gli
studi avrebbero avuto il dovere di conseguire una qualifica
professionale nel quadro della legge Treu del ’97 con cui si dettano
“norme in materia di promozione dell’occupazione”. Questo si
sarebbe potuto verificare nell’ambito della programmazione
dell’offerta educativa, di cui ha competenza sul territorio l’Ente
locale (si vedano gli articoli 138 e 139 del dlgs 112/98, uno dei
decreti applicativi della legge 59/97,
la “Bassanini
”, la legge madre di tutte le autonomie).
Competenze e
“pari” dignità
Il decreto
recentemente varato rafforza l’ipotesi dualistica, con l’ottica un
po’ retrograda di chi vuole una scuola per i dotati e una per i non
dotati, anche se chi si occupa di formazione contesta questo assunto e
ne dimostra la vacuità scientifica e pedagogica.
Bisogna che la
scuola riprenda l’iniziativa e respinga il disegno politico che fonda
l’ordine sociale sulle disuguaglianze. Altro che diritto allo studio,
all’apprendimento efficace, alla pari dignità di tutti i percorsi di
istruzione e formazione! Nella percezione dei più resterà per sempre
la convinzione che l’unica scuola seria é il percorso liceale
classico, che la società necessita di una èlite di autentici
intellettuali destinati a formare una classe dirigente; allo stesso modo
si continuerà a credere che molti abbiano nel loro Dna il destino di
pensare il meno possibile e di fare il primo lavoro che capita. La
riforma dei cicli esplicitamente consolida il sistema dei licei,
istituendo il doppio canale, in attesa che nel successivo biennio le
Regioni avanzino ulteriori proposte.
La partita,
comunque, non pu” dirsi perduta! Due anni sono relativamente lunghi ed
è possibile, in una interazione produttiva tra Stato e Regioni,
l’avvio di percorsi effettivamente integrati. La partita, comunque, é
anche strettamente legata a due importanti variabili: il fatto che le
Regioni avranno competenza ad amministrare totalmente l’intero sistema
di istruzione; la devoluzione – se cos“ si pu” dire – dei fondi
necessari sia per l’istruzione che per l’istruzione e formazione
professionale dallo Stato alle Regioni.
Entrando nel
merito del decreto, rileviamo che, nel sistema degli otto licei, quello
classico rimane il più tradizionale, il più restio a recepire i
cambiamenti a suo tempo introdotti dal nuovo esame di stato, che si
dovrebbero concludere con una reale certificazione delle competenze
conseguite, competenze che, invece, sembrano scomparse dai piani di
studio del percorso classico.
Da un’attenta
lettura del decreto emerge che le competenze non sono scomparse solo dal
percorso classico, ma anche da quello tecnologico; il che appare molto
strano, anzi contraddittorio, dato che il percorso tecnologico é stato
classificato come “vocazionale”, cioé professionalizzante. Viene
riconosciuto al solo percorso classico la possibilità di accedere ad
ogni facoltà universitaria, mentre per tutti gli altri percorsi liceali
l’accesso risulta debitamente filtrato e canalizzato. Altro che
accesso ai saperi per tutti! Altro che pari opportunità! Altro che pari
dignità di tutti i percorsi di istruzione e formazione!
Il Miur non riesce
a liberarsi dei fantasmi del passato. Che il liceo classico debba essere
da sempre e ad aeternum il cuore, il clou, l’hard core – diciamolo
come si vuole – dell’intero nostro sistema di istruzione, é una
sorta di “fissa”, un atto di fede per la nostra amministrazione.
Invece, ai vili meccanici degli altri percorsi – fatta esclusione per
il tecnologico, cosa che costituisce una sorpresa, vengono solo
assicurate perizie applicative e pratiche, quelle che con un ritornello
rituale vengono elencate come conoscenze, competenze, abilità, capacità.
Queste
differenziazioni dimostrano chiaramente come gli esperti del Miur non
avvertano affatto lo stretto rapporto che lega oggi insieme educazione,
istruzione, formazione, lavoro. Con quelle affermazioni si fa un passo
indietro gigantesco sotto il profilo educativo e culturale, si
cancellano le innovazioni portate dalla legge. 425/97. Si cancellano le
riletture dei programmi di studio e delle loro finalità formative,
fatte con le sperimentazioni assistite, il Progetto ’92, l’Area di
progetto, la Terza area, i Progetti europei. Allo stesso modo, si
trascura tutta la lezione dell’Isfol, sulle competenze, e tutta
l’attività di assistenza e consulenza offerta dal Cede per il nuovo
esame di Stato.
Per tutte queste
ragioni, a tutt’oggi per la nostra scuola secondaria di secondo grado
la certificazione delle competenze é ancora di là da venire!
E
l’in-competenza é il vero passaporto per ogni facoltà universitaria.
L’istruzione
professionale e il campus
In questo quadro
d’insieme, tra le tante domande che emergono, una sembra che abbia
trovato la sua risposta, anche se transitoria: alludo a quale “fine”
– come ormai da più anni si domanda – faranno gli attuali istituti
professionali.
Chi scrive, in
effetti, non ha mai posto la questione in questi termini: poichè
l’istruzione professionale per tanti versi – e chi ci ha lavorato lo
sa bene – ha sempre costituito un motore possibile nel senso di una
riforma dell’intero sistema di istruzione, in quanto in questi
istituti si é sempre puntato al rialzo, tentando di coniugare al
massimo preparazione professionale e preparazione di base.
Per queste
ragioni, e pensando anche al fatto che tutta l’istruzione passa alla
gestione regionale, l’interrogativo sul “destino” degli IP non mi
ha mai preoccupato più di tanto. Consapevole del fatto che questa
società ha necessità di una istruzione professionale forte, in cui
sapere e fare siano strettamente e sistemicamente congiunti, se il
governo in senso stretto di questi istituti sia dello Stato o della
Regione é ininfluente.
Le questioni,
semmai, sono altre: il fatto che nella legge 53 siano stati istituiti
ben otto licei – che con la riforma in atto sono diventati venti! –
sta a significare che l’attuale maggioranza ha pensato all’antica.
L’istruzione che conta é quella di sempre, la classica, e il resto
sono, a scalare, “cose” sempre più di scarto! Per cui, mentre il
nuovo Titolo V si limita ad indicare due aree di competenza legislativa,
l’attuale amministrazione ha voluto leggere questa indicazione secondo
l’ottica per la quale esisterebbe un’istruzione che conta di più ed
una che conta di meno, anche se tra le due ci dovrebbe essere “pari
dignità”.
Ed é proprio qui
che casca l’asino! O l’asina! Se si parla di pari dignità,
ovviamente si individuano due percorsi! Per me e per tanti altri non ci
sono due percorsi, ma un percorso unico al cui interno é possibile e
necessario ritrovare tutti quei segmenti, quelle occasioni, che tengano
sempre insieme il sapere e il fare. C’é il sapere e il fare del
chirurgo come quello del cuoco! C’é il sapere e il fare
dell’avvocato come quello del contadino! Ma esiste oggi il contadino
di un tempo che lavorava con gli occhi alla luna e alla pioggia e le
braccia alla terra? Quante cose deve conoscere il contadino di oggi,
dalle norme dell’Unione europea all’uso delle macchine e dei
concimi: quante conoscenze e competenze, dalla chimica alle leggi dei
mercati, all’informatica!
La diffusione
delle conoscenze, lo sviluppo scientifico, la rivoluzione tecnologica
comportano la rivoluzione dei processi produttivi e delle stesse
professioni! Solo nella testa degli asini ci sono le professioni che
contano di più e quelle che contano di meno, anche perchè, com’é
noto, un idraulico guadagna più di un insegnante! Ma qui si aprirebbe
un altro discorso che richiederebbe altra sede.
Se adottiamo la
metafora del millepiedi, per la quale i percorsi che portano ad una
professione non sono due ma mille e più di mille, purchÈ a monte vi
sia una solida preparazione di base, possiamo allora pensare ad un
secondo ciclo in cui le opportunità che sono offerte sono tante quanti
gli sbocchi possibili sul piano lavorativo.
Di qui emerge che,
qualunque sia l’ingegneria istituzionale del politico che fa la legge,
l’istruzione secondaria, se sarà quella vera, procederà per altre
vie, quelle che le autonomie delle istituzioni scolastiche e formative
di volta in vota suggeriranno.
Sotto questo
profilo, mi sembra che l’unico punto interessante di tutto questo
gigantesco pasticcio dei 20 licei e della patata bollente
dell’istruzione e formazione professionale gettata addosso alle
Regioni sia quella del Campus o Polo formativo, nonostante la gran
faticaccia che l’amministrazione ha fatto nel prosieguo delle diverse
riscritture.
La parola alle
autonomie!
Il Campus, per
come é formulato, é un punto di debolezza della norma, ma potrebbe
essere un punto di forza per le scuole! Ovviamente, le scuole debbono
fare la loro parte.
Ma, a questo punto
si apre un altro discorso, quello di dare corpo e forza alle autonomie
delle istituzioni scolastiche e formative. Occorre ricordare che tutta
la partita della riforma del secondo ciclo si é giocata su di un tavolo
in cui c’erano solo due giocatori, il Miur e le Regioni. é il tavolo
istituzionale della Conferenza Unificata, nata nel ’97 in forza della
legge delega 59/97, cha ha avviato l’intero processo autonomistico dei
diversi corpi che componevano lo Stato accentratore. I protagonisti
dell’intera vicenda relativa al secondo ciclo sono stati solamente
due. Ed il terzo protagonista? La scuola attiva, la scuola che ha la
responsabilità dei Pof e dei curricoli formativi, purtroppo é stata a
guardare, costretta a guardare!
Il dpr 275/99
prevede che le istituzioni scolastiche si possano coordinare in reti e
consorzi (articolo 8), ma le scuole dovrebbero andare oltre la
dimensione puramente territoriale, che potrebbe ghettizzarle e gettarle
nelle braccia dei Comuni e delle Province. Sarebbe ore che le diecimila
scuole italiane trovassero una forma di collegamento, di raccordo, per
andare al tavolo della Conferenza Unificata come terzo autorevole
interlocutore. Solo se e quando le scuole avranno trovato questa capacità
organizzativa, allora non parleremo più di due canali, e non
aspetteremo più che qualcun altro segni il destino degli istituti
professionali.
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Ispettore tecnico
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