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FOCUS: IL DISAGIO DEGLI INSEGNANTI
Uno spiraglio tra le nubi
di Annamaria Braga
Gli insegnanti: categoria di insoddisfatti e
frustrati? Certamente sì, se si considerano lo stipendio, la fatica e lo
studio necessari per svolgere questa attività, nonché la scarsa
considerazione sociale di cui godiamo.
Certamente non si affronta questa professione per
amore di guadagno, altre sono le motivazioni che ci inducono, dopo circa
venti anni di studi, ad abbracciare l'insegnamento: desiderio di
acculturare, di sviluppare capacità critiche e analitiche, di aiutare i
ragazzi a formarsi una personalità forte, individuale e non omologata
alle mode, di educare...
Ma ciò che forse oggi sconforta maggiormente é la
consapevolezza di non godere nemmeno più di quel prestigio sociale
derivante dalla cultura di cui erano (e sono) depositari gli insegnanti,
che in un passato, nemmeno troppo lontano, faceva di un maestro e di un
professore il "Signor Maestro" e il "Signor Professore".
Nonostante questa sconfortante realtà, accompagnata
dai "ma che cosa pretendete, in fondo lavorate solo diciotto ore alla
settimana...?" e i "beati voi, con tutte le vacanze che fate...!" noi
insegnanti insistiamo, convinti dell'importanza che il sistema
scolastico ha all'interno di qualunque società. E siamo anche disposti a
combattere tutte le quotidiane e non facili battaglie in classe,
specialmente alle superiori.
A questo proposito, mi sembra possa essere
significativa un'esperienza che mi sono trovata ad affrontare alcuni
anni fa, da precaria, e che potrebbe essere esemplificativa di un
disagio più generalizzato.
Da incaricata annuale presi servizio in uno di quei
prestigiosi licei, noti a livello nazionale e non solo cittadino,
frequentati dalla cosiddetta "Milano-bene", non solo per quanto attiene
l'utenza studentesca, ma anche per i docenti, tutti orgogliosi
dell'appartenenza a tale istituzione. Mi furono affidate due classi di
biennio, una delle quali, seppi poi, era stata "ripudiata", in quanto
ingestibile, da alcuni professori che avevano potuto chiedere altre
classi. Entrando in aula con la pretesa di fare lezione, mi trovai di
fronte a un vero e proprio muro di gomma: ogni mia proposta, ogni
tentativo di stimolo cadeva nel vuoto, se andava bene, o veniva accolto
con improperi e turpiloqui dai ragazzi, assolutamente risoluti a evitare
lo studio di tre materie, che l'anno successivo avrebbero affrontato con
un altro professore, e più che mai determinati a dedicarsi solo alle
discipline che prevedevano la verticalizzazione di cattedra. Anche
l'intervento del dirigente scolastico non riusc“ a sortire alcun
effetto, anzi forse servì solo ad accrescere la solidarietà e la
compattezza del gruppo classe, tenuto in scacco da un paio di "bulletti"
che cercavano, riuscendoci, di imporre una loro idea di scuola.
Una collaborazione da parte delle famiglie non era
nemmeno pensabile: avrebbero dovuto accettare l'idea che i propri figli
non solo non ponevano la scuola fra le loro priorità, ma non erano certo
un esempio di educazione e di comportamento corretto.
E i colleghi? In questa situazione é proprio da loro
che mi sentii più abbandonata: né una parola di rimprovero ai ragazzi,
né una di conforto a me. Ogni mattina mi sembrava di andare in trincea,
arrivavo a provare addirittura una nausea fisica all'idea di dover
entrare in aula.
Per fortuna c'era l'altra classe, dei veri "tesorini"
quei ragazzi, che mi permettevano di tirare il fiato e di provare
qualche soddisfazione. Inconsapevolmente sono stati proprio questi altri
ad aiutarmi: la fama dei bei voti che prendevano incominciò a circolare
e nell'altra classe, iniziai a essere vista non solo come "quella
carogna che dà solo due!". Inaspettatamente uno sparuto gruppetto mi
chiese di poter svolgere un lavoro autonomo di ricerca relativo a uno
degli argomenti che caparbiamente cercavo di trattare. La loro
iniziativa non solo fu accettata da me, ma venne anche premiata con un
valutazione alta, forse anche eccessiva rispetto al lavoro svolto.
All'improvviso qualche cosa cambiò. Altri chiesero di
poter fare cose simili e le mie spiegazioni incominciarono a essere
ascoltate, almeno da alcuni. Ricordo che una mattina, mentre stavo
leggendo un testo di Petrarca, uno dei "bulli" chiese di potersi
avvicinare con la sedia: potenza del Petrarca! Un "Ma prof, é
bellissimo!" concluse la lezione e da quel giorno tutti si diedero da
fare fino a concludere l'anno con la sufficienza raggiunta da tutti,
senza che questa volta nulla venisse regalato.
E le famiglie e i colleghi? Sperticati ringraziamenti
dai primi (dove erano nei mesi della "guerra", quando, come mi venne
detto, ero solo un'esaltata che pretendeva chissà che da quei poveri
ragazzi?), incredulità dai secondi, (che solo ad anno concluso ammisero
che era la peggior classe che avessero mai affrontato.)
Io ne uscii convinta dell'importanza del ruolo di un
insegnante, della sua possibilità di poter non solo insegnare contenuti,
ma anche a convivere in modo civile, rispettosi gli uni degli altri.
Questa esperienza mi ha inoltre insegnato ad
abbandonare certe iniziali rigidità, mi ha fatto capire che l'obiettivo
primario di un insegnante non é quello di avere intorno a sé una ventina
di "mummiette" apatiche, che fanno vivere tranquilli. Si sa che ciò che
si studia a scuola e che non ha in qualche modo attinenza con un futuro
lavoro, é destinato ad essere dimenticato e che lo studio a scuola viene
vissuto come una costrizione.
Allora é meglio abbattere qualche barriera, non
scandalizzarsi di assecondare qualche richiesta che giunga dai ragazzi,
non dimostrarsi degli adulti ostili, ma porgersi come persone capaci di
comprenderli e di ascoltarli, pur mantenendo dei paletti saldi quali il
rispetto reciproco, il senso del dovere e, naturalmente, l'importanza
dello studio, che non vale di per sé ma in quanto nutrimento interiore,
"pane" per la nostra mente, nonché rito di passaggio alla vita adulta.
La professione dell'insegnante non é certo facile,
spesso si lavora isolati, impreparati a fronteggiare realtà difficili o
delicate, ma che ci é richiesto di affrontare. Ecco perché, quando si
riesce a raggiungere un obbiettivo anche piccolo, allora s“ che le
fatiche sono valse, e questa professione ha davvero un senso. |
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