FOCUS: IL DISAGIO DEGLI INSEGNANTI
Ancora egualitarismo negli stipendi? No, grazie
di Paolo Aziani
Parliamo di soldi: forse rassegnati al principio che
carmina non dant panem troppi insegnanti hanno una sorta di pudore a
parlare del 'vile denaro', anche perché in ogni caso non saprebbero a
chi rivolgersi: nella scuola la contrattazione individuale non c'é, gli
aumenti di merito nemmeno e ogni incremento ha sempre valore erga omnes.
Tuttavia tra le tante ragioni di frustrazione degli
insegnanti, l'insoddisfazione per lo stipendio sta ai primi posti: ad
ogni aumento, per definizione "inadeguato", questa lamentela viene
presentata sempre in termini generali, relativi alla categoria nel suo
insieme.
Ma in questo modo il problema é malposto: gli
stipendi sono in realtà del tutto inadeguati rispetto ad alcuni ma più
che giusti per altri.
Il problema é alla radice: a parità di scuola e di
anzianità gli stipendi sono uguali per tutti. Summa lex, summa iniuria:
questo egualitarismo spinto si ritorce in una somma ingiustizia perché
non tiene conto delle differenze quantitative e qualitative, che pure
esistono, ma che non vengono mai considerate, quasi fosse un tabù dire
che i lavori degli insegnanti, anche a parità di diploma o laurea, 'non'
sono tutti uguali, che insomma gli insegnanti fanno lavori diversi per
quantità e qualità.
Iniziamo dal primo aspetto, più semplice da calcolare
e relativo alle quantità.
Una prima differenza riguarda il numero di classi e
di alunni per classi: personalmente ho presente casi di docenti del
triennio superiore con classi di 15, 17 alunni e persino di 12 (per
certe specializzazioni, concessi 'in deroga' per tener in vita indirizzi
particolari.)
é
giusto che il docente che ha classi con 27 studenti prenda lo stesso
stipendio di quello che ne ha 12? O non si dovrebbe pensare una sorta di
indennità aggiuntiva per chi ha più studenti?
Lo stesso vale per il numero di classi: il carico di
lavoro di 14 ore in una classe con 4 "disposizioni" non é uguale a
quello di chi ne fa 18 con 6 classi (non fosse che per il numero di
riunioni...).
Infine vi é la vexata quaestio delle abissali
differenze nei compiti da correggere: ci sono discipline che non
prevedono del tutto gli scritti (come storia e filosofia, o scienze), e
anche tra quelle che li prevedono le differenze sono significative
poiché altro é correggere un tema di italiano, altro un brano di greco,
altro ancora una tavola da disegno.
Qualcuno potrebbe obiettare che anche nelle materie
che prevedono solo voti orali si fanno poi verifiche scritte, ma qui
dobbiamo stare a ciò che é obbligatorio per contratto, perché ogni
considerazione delle attività volontarie sarebbe fuorviante: sappiamo
tutti che ci sono colleghi che volontariamente lavorano molto più di
altri, ma ogni ragionamento sugli stipendi della categoria deve partire
dai doveri contrattuali, fare il conto delle quantità di lavoro che uno
é obbligato a svolgere in ogni caso, volente o nolente.
E allora i numeri indicano differenze molto
significative, anche considerando un impegno minimo.
Immaginiamo il "tipo ideale" del collega sfaticato:
anche se punta a fare il meno possibile dovrà fare almeno 6 compiti
all'anno (3 a quadrimestre). Ipotizziamo anche che, coerente con la sua
indole, esorti gli studenti a scrivere testi brevi, si limiti a leggere
gli elaborati segnando gli errori senza tuttavia scrivere le correzioni
e infine metta solo il voto in numero con un giudizio ultra sintetico:
anche in queste condizioni, al limite della decenza, dovrà impiegare
almeno mezz'ora a compito, cioé 3 ore annue per ogni studente. Se ha tre
classi relativamente piccole, da 25 studenti l'una, il totale é di
almeno 225 ore (0,5 per 6 per 25 per 3), ripeto, duecentoventicinque ore
dedicate alla correzione dei compiti. Se lo stesso tempo lo avesse
trascorso in classe, con una cattedra da 18 ore, avrebbe lavorato 12
settimane in più rispetto al collega che non deve correggere neanche un
compito.
E tutti i calcoli sono fatti assolutamente al minimo,
senza tener conto né degli aggravi di classi più numerose, né tanto meno
di procedure di correzione più scrupolose e molto più impegnative in
termini di tempo.
Perché non se ne parla mai, se non nelle lamentele a
mezza voce in aula docenti? Perché nessun sindacato solleva la
questione?
L'obiezione che viene solitamente avanzata é che
tutti i docenti, più o meno, hanno compiti da correggere: ma questo é
falso in linea di diritto (ci sono docenti che siccome 'non' devono fare
i compiti, non li fanno nemmeno sotto tortura), e anche in linea di
fatto, perché le procedure di correzione possono essere le più diverse
anche tra docenti della stessa materia.
Queste differenze quantitative sono evidenti
nell'ambito di ogni scuola o sezione. Se poi si allarga la riflessione
alle disparità esistenti tra scuole diverse, anche se dello stesso
livello, le differenze crescono, pur restando uguali gli stipendi: tutti
sappiamo quali sono gli istituti in cui le riunioni sono lunghe e
numerose (anche se non necessariamente utili) e quelli in cui sono
ridotte all'essenziale, giusto per salvare la forma: perché anche qui
tutti devono essere pagati allo stesso modo?
Finora ho esaminato le disparità più clamorose sul
piano quantitativo, quelle innegabili ed evidenti a tutti.
Altrettanto frustranti sono quelle qualitative. Le
differenze sono nell'impegno, ma anche (sempre a parità di anzianità ed
esperienze) nel livello complessivo di conoscenza, di competenza, di
disponibilità e di cultura: come per ogni categoria, anche nella nostra
ci sono ottimi, medi e mediocri, ma tutti prendono lo stesso stipendio.
Ultimo tabù, che tuttavia non riguarda solo la
scuola, ma tutti gli stipendi, riguarda le differenze nel costo della
vita tra le diverse aree del paese: é risaputo che lo stesso stipendio
che a Milano colloca sulla soglia della povertà, in un centro del sud,
con altri prezzi di casa, cibo, riscaldamento ecc. può garantire
un'esistenza più che dignitosa. Nel settore privato gli stipendi di
fatto ne tengono conto, nel pubblico no: é giusto? Evidentemente no, ma
nessuno vuole affrontare il problema, con la scusa di non voler
ripristinare le 'gabbie salariali' superate decenni fa.
Che fare dunque?
Toccherebbe a un sindacato moderno fare proposte, ma
in genere i sindacati sono molto restii ad affrontare le differenze
quantitative (calcolano solo le ore di attività extra ma non le
differenze, in quelle ordinarie) e del tutto alieni dal sollevare la
questione della qualità.
L'infausta proposta del concorso di Berlinguer si
poneva il problema, ma la soluzione trovata, il concorso a quiz, la
decisione che in ogni scuola ci sarebbe stato un 20% di eccellenti ("a
prescindere", direbbe Totò), sembrava fatta apposta per far affondare la
proposta in un coro di critiche.
Da allora non si é più parlato di stipendi
differenziati: il riconoscimento delle differenze di quantità e di
merito é tornato un tabù.
Ma é un male, non solo perché ingiusto (chi fa di più
deve guadagnare di più) ma anche perché questo in pratica premia i
peggiori e avvilisce i migliori: esattamente il contrario di ciò di cui
la scuola avrebbe bisogno. |