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FOCUS: IL DISAGIO DEGLI INSEGNANTI
Il lavoro dell'insegnante
di Andrea Varani
Adesso tocca noi. Dopo le campagne di stampa
sull'evasione fiscale di lavoratori autonomi, commercianti e artigiani,
denuncia peraltro ricorrente da almeno trent'anni senza che si sia visto
cambiamento alcuno, ora é sotto torchio il pubblico impiego, all'interno
del quale la categoria degli insegnanti rappresenta una quota
consistente.
La polemica su quanto lavorano gli insegnanti é
anch'essa di vecchia data, ma non c'é dubbio che negli ultimi anni la
condizione lavorativa della categoria sia considerevolmente cambiata,
anche se luoghi comuni e stereotipi continuano ad essere largamente
diffusi. Una ricerca, commissionata nel corso del 2005 alla società di
studi demoscopici Apollis dalla Giunta provinciale, sul tema "Orario e
carico di lavoro degli insegnanti in Provincia di Bolzano" può fornirci
alcuni dati su cui riflettere.
Lo studio é stato condotto sulla quasi totalità degli
insegnanti della provincia trentina (5.200 su 7.400, monitorati per un
intero anno scolastico); pur con le probabili differenze fra situazioni
locali diverse e in attesa di ulteriori ricerche in questa direzione, ma
non essendoci motivi per pensare che gli insegnanti bolzanini abbiano
comportamenti clamorosamente diversi da quelli del resto d'Italia, la
consistenza del campione indagato può fornire significative indicazioni
sull'intera categoria.
Il dato che emerge sembra rompere consolidati
pregiudizi dimostrando che il carico di lavoro degli insegnanti si
colloca sui medesimi parametri di altre attività lavorative, ad esempio
nel pubblico impiego o in altri settori analoghi: l'insegnante lavora in
media 1.643 ore all'anno, pur concentrando gran parte delle attività
lavorative nelle 33/35 settimane di lezione che formano un anno
scolastico. Escludendo le ferie estive, le vacanze natalizie e pasquali
e calcolando quindi un anno lavorativo di 46 settimane, ne deriva una
media di 35,7 ore settimanali.
Le differenze fra i diversi livelli scolastici non
sono particolarmente rilevanti, andando dalle 1.677 ore annue delle
scuole superiori, con una punta dei docenti maschi fra i 30 e i 39 anni
che lavorano quasi 1.700 ore all'anno, alle 1.630 ore della media.
Particolarmente interessanti sono i dati che
dettagliano il tipo di attività svolta (relativi naturalmente a
insegnanti non a part-time): 518 le ore di lezione curricolare, 283 per
la programmazione e preparazione delle lezioni, 133 per corsi di
aggiornamento e autoaggiornamento, 132 per
elaborazione/valutazione/documentazione, 100 in attività di
accompagnamento e sorveglianza, 69 in organi collegiali e gruppi di
lavoro, 61 nel coordinamento didattico con altri colleghi, 49 per la
correzione di compiti, 47 in attività aggiuntive connesse
all'insegnamento, 40 per partecipazione ad esami, 38 in pause e tempi di
viaggio, il rimanente monte-ore é utilizzato per assistenza didattica
individuale, colloqui e contatti con l'esterno, attività amministrative,
collaborazione in sindacati o associazioni professionali (da rilevare la
ancora scarsa propensione associativa della categoria).
Questa piena assunzione del proprio ruolo
professionale é confermata anche dal 64% di risposte che indicano
nell'impossibilità di "interrompere i pensieri di lavoro" uno degli
aspetti più gravosi della professione, alleviata per contro,
dall'autonomia (83%), dalla libertà di scelta dei percorsi didattici e
del metodo di insegnamento (82%) e dalla flessibilità
nell'organizzazione del lavoro (79%). Ancora, alla richiesta di indicare
gli aspetti del lavoro che richiedono maggior impegno, la risposta più
frequente é quella relativa alla responsabilità educativa, compensata
però dalla soddisfazione per il rapporto con gli alunni,
dall'aggiornamento nella propria materia e dalla preparazione delle
lezioni.
Il quadro che emerge sembra quindi smentire
l'immagine dell'insegnante impegnato unicamente nello svolgere le sue
ore di lezione, magari in modo ripetitivo e routinario, mettendo in
luce, invece, un'attività articolata e complessa, simile, per le sue
forti connotazioni di autonomia, al lavoro di un professionista più che
a quello impiegatizio.
Il problema però é più complesso. Se non si può non
convenire che "il rapporto di lavoro nella scuola resta comunque,
nonostante i suoi margini di creatività e autogestione, un lavoro
dipendente" (Patroncini 2002), meno semplice é definirne le
caratteristiche in azione. Le ipotesi in questo senso sono numerose
quanto contrastanti.
Fallimentare é, ad esempio, il tentativo statunitense
di trasformare centralmente i programmi in algoritmi applicativi, da
utilizzarsi meccanicamente dagli insegnanti; di fronte a questa
richiesta "non tutti gli insegnanti si manifestavano così pronti a
trasferirle in aula, anzi qualcuno giungeva fino a sovvertire questi
programmi, reinterpretandoli con adattamenti non previsti dai manuali di
applicazione" (Damiano 2004, p. 207).
Il riconoscimento di intuizione, creatività e
improvvisazione nella pratica didattica fa invece definire
l'insegnamento fondamentalmente come arte (Gage 1978; cit. in Damiano).
La capacità di fornire al cliente un prodotto personalizzato attraverso
l'uso di strumenti e procedure variate e autonome lo fa definire invece
come artigianato (Pratte e Rury 1991). O, come variante di questo
orientamento, come un artigianato particolare, caratterizzato dalla
dimensione morale (Tom 1980). Per una più approfondita disamina di
questi aspetti si rimanda a Damiano (2004).
Una buona sintesi, che assumiamo, sembra essere la
definizione di semi-professionisti data da E. Etzioni (1969) ai "gruppi
che operano in organizzazioni complesse, spesso sotto il controllo di
altri". (La definizione viene citata e approfondita da Maddalena Colombo
alle pagg. 5 e 6 di questo numero della rivista).
In realtà, il problema del reale orario di lavoro
dell'insegnante non é di facile soluzione, anche se "può consolarci il
fatto che anche negli altri paesi europei questo problema non sia stato
del tutto risolto" (Patroncini 2002).
Va ricordato, peraltro, che ci sono ben altri
elementi su cui riflettere di fronte alla polemica sul peso degli
insegnanti sulla spesa pubblica. Il Ministero del Lavoro (Commissione
Brambilla 2001) fornisce alcune proiezioni emblematiche: partendo dal
dato demografico che chi va oggi in pensione a 58 anni con 35 di
contributi ha una speranza di vita di altri 25 anni, si calcola che un
dipendente privato impieghi 17 anni per recuperare quanto versato in
contributi, lasciando scoperti altri 8 anni, un impiegato pubblico
recuperi in 15 anni, con ancora 10 anni di pensione, mentre se é un
artigiano o un commerciante impiegherà solo cinque anni e mezzo per
riavere quanto versato e per quasi altri 20 verrà mantenuto dalla
collettività. Dove sono allora le categorie privilegiate e parassitarie?
N
n Apollis (2005), Orario e carico di lavoro degli
insegnanti in Provincia di Bolzano, http://www.provinzia.bz.it/pressnotes/module/pres_getimg.asp?imgID=216392.
n Colombo M. (2005), Riflessività e creatività nelle
professioni educative, Milano, Vita & Pensiero.
n Damiano E. (2004), L'insegnante. Identificazione di
una professione, Brescia, La Scuola.
n Etzioni E. (1969), The
semi-professions and their organisations, New York, The Free Press.
n Gage N.L. (1978), The scientific
bases of the art of teaching, New York, Teachers College Press.
n Masuelli M. (1999), Funzioni-obiettivo,
comportamenti professionali dei docenti e gruppi di appartenenza, in
"Scuola democratica", 22, pp. 204-214. Citazione a p. 210.
n Ministero del lavoro e delle politiche sociali -
Sottosegretario Brambilla (2001), Commissione per la valutazione degli
effetti della legge n¡ 335/95 e successivi provvedimenti,
http://www.welfare.gov.it/eachannel/menuistituzionale/ministero/sottosegretaridistato/studiricerchebrambilla.htm
n Patroncini P. (2002), Gli orari di lavoro degli
insegnanti in Europa e la loro rappresentazione contrattuale,
http://www.edscuola.it/archivio/ped/orari.html.
n Pratte R. e Rury J.L. (1991),
Teacher, professionalism and craft, in "Teachers College Record," 1, pp.
59-72.
n Tom A. R. (1980), Teaching as a
moral craft: a metaphor for teaching and teacher education, in
"Curriculum Inquiry," 3, pp. 317-323
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