FOCUS: IL DISAGIO DEGLI INSEGNANTI
Questioni di identità
di Stefano Marzocchi
Varie forme del malessere diffuso tra chi opera nella
scuola appaiono per molti versi connesse con questioni di identità, a
partire dalle forti ambivalenze che investono la figura del docente e
inducono, tra l'altro, un'autentica crisi di appartenenza. La
diminuzione di riconoscimento (economico, istituzionale, sociale) é
paradossalmente accompagnata da richieste più o meno esplicite, ma
sempre più onerose e irrealistiche, di supplire istituzioni, funzioni e
soggetti sociali che arretrano o si indeboliscono di fronte alla
complessità e alla velocità del mutamento della vita collettiva.
Come una sorta di mediatore universale, il docente
dovrebbe misurarsi vittoriosamente con le sfide del multiculturalismo e
con quelle della flessibilità nelle professioni, con la delega
educativo-relazionale da parte delle famiglie e con le incongruenze
degli interventi di riforma scolastica, con l'impatto delle nuove
tecnologie e con la trasformazione del setting formativo, con il disagio
dell'adolescenza e con la perdita d'aura dei saperi e della scuola
stessa.
Al di là della figura del docente, inoltre, questioni
di identità emergono certamente nella relazione con gli studenti e può
essere utile considerarle dalla prospettiva della letteratu-ra
sociologica e antropologica più recente.
1. Enfasi come sintomo
La fortuna della formula "sapere, saper fare, saper
essere" nei discorsi sulla formazione va forse attribuita, almeno in
parte, a uno spontaneo effetto retorico rassicurante: la sua triadica
compattezza evoca una felice sinergia e riesce ad attutire la
concretezza e l'eterogeneità degli interrogativi che emergono dai
contesti d'apprendimento reali. La sua fragilità latente, tuttavia, si
manifesta non appena si estende lo sguardo al di là dei luoghi
istituzionali della formazione e della sue canoniche fasce d'età, che
del resto sfumano sempre più verso una dimensione life long. Gli scenari
delle società globalizzate e postmoderne (o ipermoderne) impongono
infatti un confronto con aspetti inediti di ciascun termine della
formula: reticolarità e ibridazioni dei saperi; flessibilità e
obsolescenza delle competenze (professionali, ma anche in senso lato
"civiche"); incertezza delle identità e volatilità dei vissuti.
Soprattutto attorno alle questioni di identità si
addensa un disagio che a sua volta si riverbera sulle altre due
dimensioni della formazione. Il grado di incertezza delle identità
investe il tessuto di ovvietà condivise che ogni dialogo, compreso il
dialogo educativo, esige come proprio non detto, come sfondo non
tematico su cui disegnare strategie comunicative e da cui far emergere
processi di apprendimento e di crescita personale.
Da alcuni anni il tema dell'identità é al centro di
una vastissima letteratura antropologica, sociologica e filosofica, ma
anche della discussione politica e della comunicazione di massa. Ora,
una buona regola filosofica suggerisce che l'affollarsi dei discorsi
attorno a un oggetto non é indice di un suo alto grado di realtà. Al
contrario, l'enfasi della rappresentazione é in genere sintomo di
cattiva salute del rappresentato, sintomo del fatto che esso sta
disertando la tacita fidatezza del nostro mondo della vita, o che
comunque ha uno statuto di esistenza assolutamente non ovvio. Se ci si
interroga con tanta insistenza sulla natura dell'identità, é perché si
ha la sensazione di avere a che fare con qualche cosa di sfuggente o
perduto.
2. Globale/locale
Una fonte di incertezza é innanzitutto l'interazione
continua tra locale e globale. I riflessi della globalizzazione (o
mondializzazione) nella sfera del simbolico, dell'immaginario e del
costume hanno definitivamente invalidato la vecchia metafora
antropologica del mosaico delle culture, che veicolava una forte
implicazione teorica: ciascuna cultura é dotata di una tendenziale
coerenza interna ed é sovrapponibile alla "propria" società e al
"proprio" territorio.
Questa implicazione era irrealistica già ai tempi
dell'antropologia "classica" e lo é a maggior ragione da quando l'entità
e la velocità dei flussi globali hanno reso permeabile qualsiasi
barriera territoriale e hanno sostituito una nuova topologia di
interazioni, prevalentemente immateriali, alle mappe della geografia
fisico-politica.
Molti osservatori hanno interpretato gli effetti
della globalizzazione come tendenziale omologazione ai modelli del mondo
più ricco e influente, come sostanziale occidentalizzazione del mondo ("McMondo"
o "Coca-colonizzazione"), attenuata solo da feno-meni di resistenza che
possono comunque sfociare nella reazione identitaria estrema dei vari
fondamentalismi. L'approfondirsi del dibattito ha però fatto emergere un
quadro più articolato e ambivalente.
Certamente i rapporti di forza squilibrati tra Nord e
Sud del mondo rendono preponderante l'influsso del "centro" sulla
"periferia" ma, almeno a livello culturale, si verificano effetti di
ritorno nel cuore dello stesso Occidente, imputabili a vari fattori:
immigrazione, TV satellitare, reti informatiche, turismo di massa, moda
della cucina esotica ecc. .
Inoltre, accanto ai fenomeni di omologazione, si
riscontra una moltiplicazione dei particolarismi culturali. Quella che
sembrerebbe solo una riduzione all'identico genera esiti non previsti di
contaminazione e ibridazione, che rivelano potenzialità creative e non
sono sempre sinonimo di degrado o di vulnus inferto a una pretesa
purezza originaria.
Lo stesso mito della autenticità, del resto, é
sintomo dell'incertezza diffusa e delle radicali trasformazioni che
coinvolgono le identità. Tutte le culture hanno sempre vissuto di
conflitti, integrazioni e scambi; in misura variabile, sono tutte
polifoniche, ibride e impure. Sarebbe saggio tentare di guarire dalla
nostalgia per la purezza che, oltre ad abbagli teorici, può come é noto
alimentare ideologie aggressive che propongono un pericoloso farmaco
contro le inquietudini della società multiculturale.
L'apertura di finestre sull'orizzonte globale non é
imputabile solo all'incremento della mobilità fisica, della navigazione
in rete e della conoscenza delle lingue ma a un più generale processo di
deterritorializzazione o dislocazione: anche lo spazio locale di chi non
viaggia e non usa la telematica é continuamente esposto agli effetti di
forze e di eventi molto distanti.
La delocalizzazione di attività industriali e
l'immigrazione modificano gli insediamenti urbani. Centri commerciali,
fast food e cinema multi-sala, sostituiscono anonimi "nonluoghi" alla
patina sedimentata del paesaggio urbano, contribuendo a trasformare gli
stili di vita; dallo sradicamento nasce poi una paradossale familiarità
di ritorno: ci sentiamo a casa nel nonluogo che, per la sua
standardizzazione, produce riconoscimento tanto a Milano quanto a
Budapest. I canali televisivi, la musica e le mode giovanili, la
pubblicità e le "iper-merci" (beni ormai sublimati a puro nutrimento per
l'immaginario) dispensano anche ai sedentari una mobilità surrogata.
La nostra cultura, i gesti quotidiani, il tessuto
delle microinterazioni locali perdono progressivamente il radicamento
nel territorio che non riesce più a fungere da rassicurante contenitore
del Sé. Ne conseguono sensazioni di disorientamento e di incertezza che,
oltre una certa soglia, possono convertirsi in reazioni aggressive,
soprattutto da parte di chi subisce gli effetti globalizzanti senza
avere il potere e gli strumenti per fruirne attivamente. All'estremo
opposto, l'euforia della leggerezza e della fluidità del mondo
interconnesso, in cui si annullano distanze geografiche e temporali,
barriere politiche e culturali, é in sintonia con l'atmosfera ovattata
della business class delle linee aeree internazionali.
Quanto alla ricerca dell'identità, non ci si può
affidare a un orizzonte stabile (e locale) di istituzioni e riferimenti
culturali che distribuiscono ruoli definiti, bensì occorre costruire la
propria identità attingendo ai molteplici habitat di significato cui si
appartiene nel quadro della ecumene globale. é un'appartenenza che non
deriva semplicemente dall'esposizione ai media e dall'accesso alla
mobilità fisica o telematica, poiché richiede anche rispettivi livelli
di competenza che ne permettano la fruizione.
Una sfida decisiva per un progetto formativo
all'altezza della complessità globale riguarda proprio le molteplici
alfabetizzazioni indispensabili per riconoscere e rielaborare la
partecipazione a più mondi. Occorre costruire cornici cognitive per
navigare il rumore del mondo, ma anche cornici emotive per accettare e
valorizzare il carattere plurale della propria e delle altrui identità.
3. Auto-socializzazione
Lo spostamento di potere verso i flussi globali,
accelerato dalla deregolamentazione che esso stesso induce, erode le
competenze e l'autonomia (territoriali) del politico, indebolendo tanto
la capacità degli stati nazionali di governare gli effetti spontanei del
mercato, quanto le reti protettive del welfare. Le istituzioni perdono
progressivamente quelle funzioni di riduzione cognitiva della
complessità sociale e di mediazione simbolica che erano in grado di
distribuire ruoli e contesti di senso (anche i rapporti educativi hanno
potuto fruire a lungo della partecipazione della scuola al "concerto"
istituzionale, per quanto spesso conflittuale e dissonante).
Sempre meno cittadino socializzato dalle istituzioni,
l'individuo appare finalmente emancipato dalla vocazione oppressiva
connaturata al progetto della modernità, ma al prezzo di trovarsi
abbandonato alla solitudine di "nudo" consumatore di fronte a un
repertorio cangiante di seduzioni e opportunità.
Nella fase "liquida" della modernità, l'eterogeneità
dei modelli, l'instabilità delle regole e delle richieste (ad esempio
nel mercato del lavoro e delle competenze) non consentono di affidarsi
alle routine silenziose che, grazie all'interiorizzazione del sociale e
con qualche eccesso di conformismo, esoneravano dalla coazione a una
scelta continua. Si sollecitano piuttosto una flessibilità generalizzata
e l'assemblaggio di identità frammentarie e modulari, più adeguate a
costituire i nodi dinamici di una società reticolare e decentrata. Si
tratta di approntare "biografie del rischio" con strategie a breve o
brevissimo termine, sempre rivedibili.
4. Impotenza narrativa
L'indebolirsi della funzione narrativa delle
istituzioni (e della vecchia televisione generalista e "pedagogica")
favorisce il passaggio dalla storia collettiva alle autobiografie, non
più sorrette da un contesto condiviso e autorevole di interpretazione
degli eventi e di legittimazione delle aspettative. La governance
societaria del tempo collettivo arretra di fronte alla crescente
privatizzazione della memoria e del futuro.
La stessa autobiografia, inoltre, perde i connotati
umanistico-moderni della Bildung, con i suoi riti di passaggio (tra i
quali, nell'avventura formativa, la sfida simbolica del vecchio esame di
maturità) che assegnavano chiare appartenenze a stadi della vita e
supportavano la costruzione di un epos personale.
Auto-costruirsi in condizioni di incertezza e
fluidità significa non poter contare molto sull'esperienza e sul passato
che, da risorsa, si possono rovesciare in vincolo incompatibile con
l'apertura a nuove opportunità. Significa anche poca propensione a
investire in un futuro che appare fuori controllo e quindi non merita la
classica virtù borghese del rinvio della gratificazione in vista di una
progettazione di sé a lunga gittata. L'incitamento alla flessibilità -
professionale, ma anche affettiva - promuove una sorta di eterno
presente come giustapposizione di microvissuti che non trovano il tempo
di sedimentare in esperienza effettiva.
La velocità con cui consumiamo vita e immaginario,
unita alla saturazione del mondo delle merci e della comunicazione,
determina una "perdita dell'intervallo" necessario alla riflessione
(silenziosa) e alla narrazione di sé.
Siamo sempre "in servizio" come agenti (e pazienti)
della comunicazione, sospesi in una simultaneità virtuale senza
contiguità fisica. Questa simultaneità a distanza permette anche
effimere risposte alle nostalgie di calda appartenenza, sempre più rara
nella sfera delle relazioni di prossimità: in occasione di grandi eventi
mediatici, le solitudini individuali si proiettano in instant
communities globali ad alto tasso emotivo e a brevissimi tempi di
decadimento.
5. Invasione dell'intimità
Non é solo il territorio a non essere più un efficace
contenitore del Sé, ma anche lo spazio domestico che ha avuto a lungo la
funzione di salvaguardare la fidatezza del "proprio" e del familiare
dall'insicurezza e dall'equivoco della dimensione pubblica. Oggi esso,
invaso in entrata dal frastuono televisivo che si intreccia ai gesti
quotidiani, aperto in uscita alle proiezioni immaginarie di sé in mondi
eterogenei e lontani, permeabile in entrambi i sensi ai media
interattivi, perde progressivamente i connotati di sfera privata.
Alla tradizionale costruzione di identità nelle
dinamiche familiari - che partecipano peraltro al fluidificarsi delle
relazioni, si affianca un caotico show room globale di identificazioni
possibili. Esso da un lato moltiplica gli orizzonti di vita e di senso,
sciogliendo la rigidità dei ruoli parentali, dall'altro produce bizzarri
effetti collaterali: vissuti di intimità (non reciproca) a distanza con
le star televisive; illusione di leggerezza angelica (dietro a un
nickname) nel cyberspazio; dipendenza dalla funzione legittimante dei
talk show che ci porgono le parole per dire le "nostre" emozioni e
sollecitano "verifiche" spesso fallimentari nella vita reale.
6. Estetica/anestetica
L'economia psichica del consumatore - allo stesso
tempo solitario e massificato -- comporta un rilancio indefinito del
desiderio non tanto verso oggetti quanto verso sensazioni, possibilmente
inedite e intense. La relazione con il mondo e con l'altro assume una
connotazione estetica: é una questione soggettiva di "gusto" che non
poggia su innervazioni del sociale, né su pertinenze etiche.
Alla deriva estetica partecipano varie tipologie
postmoderne di essere nel mondo.
Scivolare tra la folla nei centri commerciali procura
una sottile gioia della disidentificazione, una leggerezza
deresponsabilizzata nell'anonimato del nonluogo. I contatti fugaci tra
sguardi non diventano esperienza dell'altro, mentre cellulari e
auricolari attenuano il grado della nostra stessa "presenza".
Il turista massificato si spinge sempre più lontano
per vivere l'esotismo del totalmente altro che però i filtri protettivi
allestiti dalle agenzie di viaggio gli impediscono di incontrare
davvero. Ai frammenti di alterità catturati dalle videocamere digitali
sono pertinenti i criteri estetici del pittoresco, piuttosto che quelli
etici o conoscitivi dello sguardo sociale o antropologico.
Un depotenziamento estetico del reale é prodotto
anche dall'esposizione ai media: l'emozione viene diluita nel continuo
intrattenimento e svincolata da un coinvolgimento etico che risulterebbe
comunque insostenibile di fronte all'irruzione del dolore del mondo nel
soggiorno di casa.
La cura ossessiva del corpo, infine, esprime da un
lato la costante tensione verso la ricerca dell'identità, mentre insegue
dall'altro il miraggio del corpo ideale, non tanto come apertura alla
relazione, quanto come specchio narcisistico per un'estetica autarchica.
Più in generale, flessibilità e velocità non sono
compatibili con fedeltà di lungo periodo, né verso gli altri, né verso
le proprie scelte. Il soggetto tende a contrarsi in un "io minimo" che
si protegge dal dolore della perdita più che plausibile in un contesto
di incertezza considerando sempre reversibile e sostituibile ogni
esperienza e mantenendosi a una distanza emotiva di sicurezza dal mondo
e da sé: una sospensione immunizzante che fa scivolare l'estetico verso
l'anestetico.
* docente al Liceo Scientifico "F. Severi" di Milano
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