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FOCUS: IL DISAGIO DEGLI INSEGNANTI
Crisi di ruolo e socializzazione professionale degli insegnanti
di Maddalena Colombo *
Questo contributo, a cura della redazione é una
sintesi del capitolo "La socializzazione degli insegnanti in Italia",
contenuto nel testo a cura di Maddalena Colombo (2005), Riflessività e
creatività nelle professioni educative, Milano, "Vita&Pensiero", a cui
rimandiamo per una disamina più approfondita del tema. Ci sembrava
importante riportarlo, se pur ridotto, per la chiarezza e la pregnanza
del quadro che tratteggia. Ringraziamo l'autrice per la sua gentile
disponibilità.
Imparare ad insegnare: la socializzazione alla
professione dell'insegnante
La scuola di oggi é attraversata da numerose e spesso
ambivalenti correnti di mutamento che provocano attese e
contemporaneamente frustrazioni negli attori istituzionali e nel
pubblico. Molti sono i fattori di innovazione che vanno ad affiancarsi a
forme note e meno note di resistenza al cambiamento da parte delle
diverse categorie sociali interessate. In questo articolo si intende
illustrare, attraverso concetti chiave della sociologia, alcuni aspetti
della condizione di lavoro degli insegnanti in Italia, assumendo come
idea di fondo che gli insegnanti - come qualsiasi altra categoria
professionale - esprimono bisogni non solo di formazione e
aggiornamento, dettati per lo più dalle modificazioni continue nel
quadro economico e culturale in cui operano, ma anche di socializzazione
alla professione. Con questo termine si intende "l'imparare a
insegnare"1 , cioé, dal punto di vista dell'organizzazione scolastica,
l'insieme delle azioni specificamente rivolte a trasmettere valori,
immagini, modelli di comportamento relativi all'insegnamento, dai più
esperti ai nuovi professionisti, in modo tale che le caratteristiche
condivise del mestiere (i suoi "tratti indentitari ed ereditari")
assicurino continuità storica al ruolo e all'istituzione di riferimento.
Dal punto di vista soggettivo, la socializzazione é
indispensabile sia per confermare la scelta occupazionale e le
motivazioni connesse alla scelta sia per assicurarsi la piena titolarità
ad entrare a far parte di una comunità professionale come membro
riconosciuto dagli altri.
Attraverso la socializzazione professionale, infatti,
avviene quell'intreccio tra individuo e ruolo, ossia tra individuo e
società di appartenenza, indispensabile per il reciproco funzionamento2.
Esaminare la socializzazione significa allora guardare verso entrambi i
poli di questo intreccio (il soggetto e la società) per scoprirne i
delicati meccanismi - anche alla luce dei cambiamenti storico-culturali
che determinano in parte le proprietà di un dato ruolo professionale.
L'insegnamento: una semi-professione intellettuale
Secondo la definizione di vari autori, é definito
professionista colui che applica un dato corpus di conoscenze ad uno
specifico campo di azione, avvalendosi di una razionalità tecnica che
implica: il rispetto di standard da seguire nell'applicazione delle
conoscenze; il rispetto di un codice di comportamento (deontologia
professionale) nel rapporto con il cliente/committente; una relazione di
tipo economico (mezzi/fini; rischi/benefici; costi/guadagni) con il
cliente o il pubblico; un elevato livello di autonomia e decisionalità
nell'orientamento delle proprie azioni; la percezione dell'ambiente
complessivo nel quale si svolge la sua opera e la capacità di
modificarlo.
Nel caso degli insegnanti, occorre parlare di un
semi-professionismo3, o quasi-professionismo, poiché innanzitutto gli
insegnanti non hanno una relazione economica con il cliente o l'ambiente
di riferimento, ovvero la relazione che definisce l'incarico
professionale é protetta, come avviene in qualsiasi organizzazione
"domestica"4, dal fatto che lo Stato funge da mediatore tra utenza e
professionista, determinando anche direttamente e indirettamente gli
standard professionali da seguire. La seconda caratteristica del
professionista che l'insegnante non può riflettere appieno é l'affidarsi
a un codice deontologico stabilito dalla categoria professionale di
riferimento, e non solo perché manca la formalizzazione di questa
categoria, ma anche perché il grado di libertà nei comportamenti
didattici é assicurato dal principio costituzionale della libertà di
insegnamento.
Proprio il richiamarsi alla libertà di insegnamento
é, secondo la nota interpretazione di K. E. Weick5, una delle cause
fondamentali del funzionamento anomalo delle organizzazioni didattiche
che sono definite sistemi "a debole integrazione".
In questo tipo di logica organizzativa, ciascun
elemento reagisce alla presenza dell'altro ma nello stesso tempo
mantiene una propria identità e qualche segno della propria separatezza.
Ciò fa sì che raramente gli insegnanti possano avere una visione
complessiva dei confini e delle conseguenze della propria opera anche
perché spesso non hanno quel controllo del proprio lavoro sull'ambiente
che invece é tipico del comportamento professionistico.
In sostanza, se la qualificazione dell'insegnamento
come professione intellettuale (e degli insegnanti come lavoratori della
conoscenza, knowledge workers) é fuori discussione6, la sua collocazione
entro un sistema di relazioni organizzative spurie, retto da logiche
miste - non puramente economiche e non totalmente istituzionalizzate -
lo definisce come un lavoro complesso, la cui professionalità risulta
per molti aspetti indeterminata e perciò difficile tanto da trasmettere
quanto da imparare.
Una storia tutta italiana: come e perché si
diventava insegnanti
In Italia la condizione lavorativa degli insegnanti,
cos“ come si caratterizza attualmente, affonda le sue radici storiche
verso la fine dell'Ottocento, quando la scuola inizia a perdere il
connotato classista che l'aveva contraddistinta fino allora e diviene
l'unico strumento per la lotta sociale contro la miseria e
l'analfabetismo. Per tutto il XIX secolo, infatti, gli insegnanti -
impiegati statali a diverso contratto e retribuzione a seconda del grado
di istruzione, del genere e della localizzazione urbana o rurale7 -
avevano subito una condizione di subordinazione totale all'apparato
burocratico statale, sottoposti a controlli sul piano ideologico,
prestazionale, e alle norme restrittive che, ad esempio, imponevano di
abitare nel luogo di lavoro, una certa disciplina sanzionatori ecc.
é al
passaggio del secolo che, sulla spinta dell'obbligo scolastico e
dell'espansione della domanda educativa, viene immesso nel ruolo docente
un ampio contingente di nuovi insegnanti, che di fatto apre la strada a
una presa di coscienza di sé in quanto gruppo occupazionale che si
organizza per chiedere maggiori controlli sul reclutamento e migliori
condizioni retributive e lavorative.
Riguardo all'accesso alla professione, infatti, fino
alla Riforma Gentile (1923) le procedure di controllo sui requisiti
culturali degli aspiranti sembravano piuttosto blande, tanto da far
parlare i commentatori dell'epoca di una scuola elementare diventata
refugium peccatorum8, ossia ripiego occupazionale per giovani di
qualsiasi estrazione e retroterra culturale. Diventare maestri
costituiva in quel periodo una valida opportunità lavorativa soprattutto
per le ragazze, unico sbocco degli studi nel corso magistrale (una
scuola meno selettiva del ginnasio) e che garantiva una spendibilità
immediata, data la necessità diffusa di insegnanti a fronte della
carenza di diplomati.
La femminilizzazione di questa categoria
professionale esprime da un lato le più sviluppate preferenze femminili
verso l'insegnamento, dall'altro una considerazione sociale medio-bassa
di questo mestiere in rapporto al mercato del lavoro. Per le donne della
prima metà del ventesimo secolo la professione insegnante rappresentava
un'aspirazione e un obiettivo socialmente approvato, anche perché non
erano molti gli impieghi pubblici aperti ai cittadini di sesso
femminile. La seconda connotazione che può essere attribuita alla
categoria degli insegnanti in Italia é quella che li vede difensori di
un patrimonio culturale e quindi soggetti alla classe politica e agli
imperativi del sistema sociale.
Per taluni questa caratteristica é da far risalire
alla posizione sociale di provenienza degli insegnanti o alla classe di
riferimento, cioè la classe media9; per altri é associata all'ideologia
egualitarista che vede l'istruzione come bene posizionale che va oltre
le classi sociali e permette di dispensare privilegi di natura diversa
da quella economica, non necessariamente spendibili sul mercato.
é bene
sottolineare che in questa seconda visione, si enfatizza l'impegno
professionale degli insegnanti, almeno di quelli per i quali la scelta
occupazionale diviene una forma di impegno sociale e civile.
Un ulteriore tratto caratteristico di questa
categoria risiede nella debolezza dei sistemi di reclutamento e
socializzazione. Fino all'ultima riforma legislativa del 1998 che ha
istituito le scuole di specializzazione all'insegnamento e la formazione
universitaria dei maestri l'accesso al ruolo é avvenuto per lo più dopo
periodi di incarico a termine o supplenza, cioè fasi di precariato
istituzionalizzato. Dal punto di vista dell'iniziazione, quindi, il
precariato é equivalente al tirocinio professionale previsto per altre
professioni ma avviene senza l'impegno di professionisti esperti in
qualità di tutor o mentori.
Questi elementi, che possiamo definire irrazionali,
sono intervenuti a lungo sulla costruzione dell'immagine della
professione docente, provocando conseguenze poco giustificabili in una
logica di mera razionalità: ad esempio, a dispetto di un periodo di
reclutamento così lungo (o forse proprio a causa di questo)
l'attaccamento alla professione risulta rilevante, se é vero che sono
pochi a dichiarare di voler cambiare mestiere (uno su quattro)J e che in
genere chi si orienta professionalmente verso la scuola non matura
esperienze di lavoro in altri ambiti. Inoltre, dalle indagini
sull'immagine della professione rivolte agli insegnanti in servizio,
risulta che essi mostrano una diffusa adesione agli aspetti
istituzionalizzati e formalizzati del ruolo e considerano naturale che i
percorsi di studio a indirizzo pedagogico siano ritenuti inferiori nella
gerarchia degli studi e le occasioni di aggiornamento siano di fatto
limitate e scadenti. In altre parole si vuole suggerire che potrebbe
sussistere una correlazione positiva tra le difficoltà di immissione e
di socializzazione al ruolo docente e l'inevitabilità nell'adattamento
alle funzioni richieste.
Se teniamo sotto controllo la recente storia della
professione docente in Italia, tuttavia, possiamo affermare che nella
categoria dei docenti italiani non sembra mai venuta meno una fonte di
problematicità e di disagio nell'esercizio della professione, disagio
legato ai ben noti fattori di "de-professionalizzazione" e
burocratizzazione.
Quali strategie professionali per i diversi modelli
di socializzazione?
Volendo interpretare questi complessi dinamismi alla
luce della teoria della socializzazione applicata ai ruoli
professionali, appare evidente che le procedure di socializzazione al
ruolo insegnante fin qui discusse rispondono a una logica coerente con
il modello "funzionalista"K in quanto incontrano la necessità
funzionale - dettata da condizioni storiche ed organizzative precise -
di reclutare soggetti con alto potenziale di adattamento alle regole
implicite ed esplicite del sistema di azione, minimizzando i costi di
una eventuale trasformazione del medesimo sistema dall'interno.
La strategia professionale più in linea con questo
modello di socializzazione é pertanto quella razionale, che sviluppa tra
i ruoli scolastici (insegnante-allievo) una giusta distanza, evitando il
coinvolgimento in relazioni di tipo primario. Non sempre però questa
strategia é appagante visto che accentua il caratteristico senso di
isolamento degli insegnanti e produce sensazioni di inadeguatezza quando
il soggetto-docente sente di non riuscire a far fronte alle
problematiche poste dagli studenti attraverso le sole competenze
tecniche.
Quando le situazioni di classe o le relazioni coi
genitori o i colleghi si rivelano pesanti, l'insegnante funzionalista
preferisce ripiegare sotto l'ombrello dell'istituzione ossia affidarsi
al mandato formale di ruolo piuttosto che mettere in gioco altri aspetti
del sé professionale. In sostanza, anche la scuola, come molte altre
agenzie educative, ha sentito gli effetti di una crisi profonda di
questo modello di socializzazione, inadeguato non solo per la relazione
tra chi insegna e chi apprende ma anche per costruire dei buoni
insegnanti.
La socializzazione degli insegnanti italiani,
tuttavia, non ha seguito un unico modello, sebbene quello
funzionalista-integrazionista risulti dominante; un modello alternativo
- che possiamo definire con Lacey "conflittuale" - si é parallelamente
sviluppato, a partire dalla grande ondata di nuovi assunti degli anni
'70 in seguito alla caduta delle barriere d'accesso alla scuola e
all'università.L
Tale contingente di nuovi insegnanti, numericamente
importante, ha di fatto trasformato la base sociale del corpo docente,
avviando un processo di differenziazione interna non solo del background
con cui l'aspirante entrava in ruolo, ma anche della motivazione
professionale, aumentando la quantità di coloro che diventavano
insegnanti per ripiego. Le forme di disadattamento rispetto ai compiti
richiesti dal mandato istituzionale che sono state diverse: infatti la
tipologia di insegnanti "contrappositivi" - che concentrano il proprio
impegno in azioni di contrasto o neutralizzazione delle norme esplicite
- può includere comportamenti professionali del tutto accettabili,
almeno rispetto al lavoro didattico individuale, oppure insegnanti
mediocri, inerti e poco competitivi: "L'atteggiamento dei
contrappositivi é di costante antagonismo, non per originalità di
pensiero divergente, senso della diversità, acume critico (...), ma per
la tendenza a recitare la parte di chi non é d'accordo, comunque e
sempre (...) Il loro atteggiamento influenza negativamente il clima
depressivo e nevrotico da cui la scuole sono spesso affette, soprattutto
nelle fasi di cambiamento, che solo da una parte limitata dei docenti
viene vissuto con lo spirito dello stato nascente, cioé in senso
creativo"M. In sostanza, chi aderisce a questo modello professionale non
necessariamente cessa di lottare per il miglioramento dei risultati del
proprio insegnamento, però impedisce all'ambiente complessivo di
evolversi, attuando pratiche anticonformistiche e talvolta irrazionali
(se viste sul piano della collegialità). Se, mediante tali pratiche
provocatorie, essi verificano che l'istituzione si mostra inflessibile,
ripiegano sul proprio gruppo di riferimento, talvolta riconducibile a
ideologie politiche tal'altra di tipo qualunquistico.
Complessivamente, sul piano della capacità di
produrre cambiamenti significativi nel contesto in cui si opera, le
ricadute di questa impostazione professionale non sono dissimili da
quelle che si hanno attraverso la precedente: ambedue i professionisti
"subiscono" lo stato di fatto, ritenuto insoddisfacente per qualche
aspetto, ambedue sono appiattiti su metodiche di insegnamento
normalizzantiN. Mediante strategie opposte di mero adattamento (modello
funzionalista-integrazionista) o nessun adattamento (modello
conflittualista), il docente si trova a gestire i compiti professionali
impiegando energie superiori rispetto ai risultati attesi,
auto-alimentando la propria insoddisfazione, a volte anche profonda.
Accanto alle strategie tradizionali, non sono mancate
negli ultimi anni - tanto in letteratura quanto nella pratica della
formazione in servizio - proposte alternative, cioé approcci alla
gestione della professione insegnante ispirati alla creatività e non
alla dialettica adattamento/disadattamento. Essi partono dall'idea di
socializzazione "aperta" e di dialogo continuo tra il Sé personale e il
Sé professionale, ovvero tra le due componenti salienti della
professione insegnante, quella ideale (ruolo immaginato) e quella reale
(ruolo situato), dal cui latente contrasto sorgono le crisi di identità
professionale e le strategie adattive sopra illustrate. Alla base di
questa impostazione vi é una filosofia per la conduzione dell'esercizio
professionale decisamente diversa da quella che sottostà ai modelli
precedenti: essa é ispirata all'approccio "comunicativo"O, che non
prescrive modalità necessarie di comportamenti di ruolo ma stimola il
soggetto ad agire a seconda delle situazioni, comunicando appunto con il
contesto in cui la propria azione trova il suo senso soggettivo e
oggettivo.
In generale, il modello comunicativo di
socializzazione é: fondato cognitivamente (e non normativamente),
enfatizza le conoscenze, la costruzione attiva dell'identità, la
negoziazione delle norme, il pluralismo culturale e le discontinuità tra
le esperienze.
L'insegnante che gestisce strategicamente le
conoscenze (che passa cioé dalla pratica alla riflessione, e da questa
alla produzione di un discorso) é del tutto in linea con l'idea-chiave
del professionista riflessivoP, che riflette nella e sulla pratica
professionale in modo da non rimanere bloccato in situazioni complesse e
fuori dall'ordinario.
Le problematiche sociali emergenti e il nuovo
disagio degli insegnanti
D'altra parte, nell'epoca attuale la crisi di
identità dell'insegnante, così come la crisi della scuola a più riprese
denunciata, vengono acuite dall'irrompere sulla scena scolastica di
sempre più gravose e diversificate problematiche sociali, che in certe
aree del paese minacciano le condizioni stesse del fare lezione. Come
alcuni hanno scritto: "L'adolescenza ha fatto irruzione nel sistema
scolastico dell'obbligo non come condizione (ciò é accaduto invece per
l'infanzia nella scuola primaria) ma come 'problema', insieme con le
differenze sociali e culturali tra gli studenti, l'apatia e il disagio,
talvolta perfino fenomeni più gravi quali la droga e la violenza"Q. In
questo contesto l'azione scolastica é stata aggravata anche di funzioni
aggiuntive quali quelle di supporto, orientamento, promozione sociale
ecc. di un numero crescente di giovani.
L'utenza scolastica oggi non é più "leggibile"
tramite gli strumenti di una volta: essa non é solo una differenza in
termini di risorse per l'apprendimento, legata tradizionalmente allo
status e all'appartenenza di ceto, bensì una frammentazione
socio-culturale che attraversa più dimensioni contemporaneamente. Le
variabili più incisive sui comportamenti scolastici sembrano quelle del
genereRe dell'appartenenza etnicaS, ma possono risultare discriminanti
anche la localizzazione territoriale, la generazione, lo stile di vita o
di consumoT. L'elevata variabilità degli alunni pone il problema di come
passare dall'insegnamento "puro" all'insegnamento in situazione, che
tenga conto dei contesti sociali dell'apprendimento; esso mette
quotidianamente in discussione le sicurezze professionali degli
insegnanti, soprattutto gli stili di leadership e i miti didattici
consolidati, come la programmazione e l'uguaglianza di trattamento. Sono
in molti a convincersi che fare scuola come una volta non basti più.
Tutto ciò sta provocando un serio deterioramento
della motivazione professionale dei docenti: alcuni indicatori
permettono di confermare che, dietro l'insoddisfazione dei numerosi
insegnanti, sia quelli impegnati sia quelli non impegnati, é presente
una crescente consapevolezza che la scuola - e in particolare la
funzione insegnante - non sia adeguata a rispondere a queste
problematiche. Ad esempio, nell'indagine IARD del 2000, vi é stato un
aumento vertiginoso (+50%) rispetto alla medesima indagine di dieci anni
prima, di coloro che denunciano i seguenti problemi: l'eccessiva delega
della famiglia alla scuola; l'abbassamento generalizzato dei livelli di
apprendimento; la diffusione di insegnanti "di manica larga", ossia con
criteri valutativi discutibili o poco professionali.
Un altro elemento di denuncia é quello che proviene
dalla recente indagine dell'Istituto Cattaneo che va a rinforzare lo
stereotipo sociale dell'insegnante sempre più debole e rinserrato nel
proprio individualismo professionale, incapace di risolvere la tensione
esistente tra richieste eccessive della società e deficit di risorse
dell'istituzione scolastica. Nel complesso l'atteggiamento degli
insegnanti di fronte a queste sfide é ambivalente: da un lato sono
preoccupati per il calo di prestigio professionale e per gli scarsi
risultati del proprio lavoro, dall'altro sono scettici sul fatto di
tornare a usare strumenti pedagogici di maggiore controllo e severità,
come la selezione o l'uniformazione dei programmi, considerati superati
nelle condizioni odierne.
Le sfide della contemporaneità e le risposte
possibili
Come vivono gli insegnanti questo stato di cose? Qual
é il grado di consapevolezza che si può rilevare nella maggioranza di
essi? Quali strumenti di fatto utilizzano per uscire dalla situazione di
blocco e di disagio sopra descritta? Si può parlare oggi di una
socializzazione "innovativa" al posto di quella tradizionale?
Rispondere a queste domande costituisce, senza
dubbio, una pista di indagine interessante, dal momento che sono molto
limitate le analisi correnti sul disagio professionale degli insegnanti
e sulle strategie di affronto.
Dalla letteratura più diffusa é facile indurre che,
pur senza negare lo stimolo al cambiamento impresso dall'autonomia
scolastica, gli insegnanti tendono a ricorrere ai soliti strumenti,
anche perché il quadro generale della riforma non permette di vivere una
vera e propria "svolta" rispetto alle condizioni di lavoro pre-autonomia
(si intende qui lo status giuridico ed economico). Certo,
l'invecchiamento e la mancanza di ricambio nel corpo docente, tipici
fenomeni italiani, non aiutano il sistema a diventare un po' meno
"ingessato" e a introdurre nuovi dispositivi, idee, prospettive. Resta
da capire se la risorsa umana oggi disponibile, caratterizzata sì dal
disagio professionale ma anche da una quota rilevante di esperienza,
possieda in sé la forza per passare dalla socializzazione tradizionale
ad una più creativa, senza la quale nessuna "tecnologia" nuova potrebbe
favorire un salto di qualità, un cambio reale di prospettiva.
Per chi scrive, non é difficile trarre - da indagini
empiriche svolte in contesti scolastici - elementi sufficienti per
rilevare che esiste una doppia consapevolezza nei docenti, specialmente
tra coloro che si trovano a metà circa della loro carriera: essi da un
lato riconoscono che la misura del disagio sta in definitiva sulle
spalle di ogni singolo insegnante che deve farvi fronte nell'interazione
con la propria situazione di classe o di scuola; dall'altro, sono
consapevoli che le strategie giuste vadano trovate a partire dalla
capacità di lettura di tale situazione, dunque appellandosi a risorse
presenti all'interno e non all'esterno dell'insegnante. Questa seconda
osservazione riporta direttamente al modello comunicativo di
socializzazione, che implica la capacità di leggere il presente e di
trasformare l'esperienza vissuta in "discorso" sull'esperienza stessa
(riflessività). Inoltre, mostra come le strategie eccessivamente
adattive (modello funzionalista-integrazionista) o eccessivamente
contrappositive (modello conflittualista) siano oggi fuori luogo se si
vuole superare il disagio dell'insegnante, che resta comunque un
fenomeno soggettivo.
La prospettiva dell'analisi sul sé professionale
(riflessività) può esser stimolata più dai momenti di crisi che non
dalla routine, proprio grazie alla forza che questi eventi incidentali
riescono ad imprimere sui processi cognitivi e affettivi implicati nella
riflessività.
Non é tuttavia scontato che gli eventi di crisi nella
carriera di vita degli insegnanti diano luogo a un processo riflessivo:
di fronte all'evidenza di un difficile compito, gli insegnanti fedeli ai
modelli di socializzazione tradizionali reagiscono mediante pratiche non
riflessive (routinizzazione, rimozione delle componenti emotive,
attribuzione di responsabilità su agenti esterni, autoreferenzialità).
L'insegnante che adotta un approccio comunicativo,
invece, cerca in sé gli elementi per costruire ciò che serve - come
detto sopra - a convertire l'esperienza in discorso sull'esperienza ma,
in definitiva, questo processo non può svolgersi in assoluta solitudine
perché il discorso per esser tale va comunicato. é esattamente ciò che
A. Gouldner, il precursore della sociologia riflessiva, immaginava,
ossia l'andare oltre la "paura del Sé". Secondo la visione
costruzionistica, infatti, la migliore strategia per andare al fondo del
proprio sé in situazione consiste nel problematizzare le proprie "buone
idee quotidiane" (credenze, sapere popolare, panico morale, conoscenza
sulla pratica, conoscenza contestuale, conoscenza tecnica e
professionale) in un confronto continuo con la situazione problematica
che fa da "specchio" (Alter Ego) per l'esercizio riflessivo. Si
comprende come questo esercizio corrisponda più o meno allo smontaggio
di un meccanismo: solo guardando i pezzi di cui é composto ci si rende
conto sia degli elementi particolari che conteneva sia del funzionamento
generale; ciò implica nel professionista una capacità di decentramento
che nei modelli performativi tradizionali non era richiesta. Inoltre,
servono abilità di comunicazione, modulazione delle prestazioni,
strutturazione-destrutturazione-ristrutturazione del pensiero pratico
per inseguire la situazione educativa nelle diverse tappe del suo
svolgersi.
La questione del ruolo, ossia dell'identità
professionale in senso stretto, non é per nulla minimizzata bensì
diviene centrale in questo approccio: l'insegnante non ha più bisogno di
imparare il ruolo per poter insegnare, ma impara a costruirselo proprio
insegnando, liberato dall'ansia di adattarsi oppure di rifiutarsi di
fronte a prescrizioni e compiti attesi.
Sembra dunque che nella carriera di vita degli
insegnanti non possa essere evitata la questione della coscienza di
ruolo (che é connessa intimamente alla crisi di identità professionale).
Essa rappresenta un passaggio obbligato nel percorso di assunzione
matura dell'identità professionale; ipotizziamo pertanto che lo
spostamento da una visione tradizionale a una di tipo comunicativo
costituisca una saggia alternativa per ritrovare l'equilibrio, la
serenità e l'autorità indebolita dai processi di
de-professionalizzazione in corso. Con E. Hughes, si può dire che siamo
al terzo stadio della socializzazione professionale: dopo il "passaggio
attraverso lo specchio", dopo il "dualismo tra modello ideale e modello
pratico", oggi siamo allo stadio della "conversione finale", ossia della
ricomposizione tra i vari Sé in gioco, dell'adeguamento della concezione
di Sé alla situazione lavorativa, il che implica una presa di coscienza
delle proprie capacità psichiche, mentali e personali, dei propri gusti
e delle proprie avversioni, per metterle in relazione con le opportunità
di carriera e le possibili decisioni o rischi da assumere per
proiettarsi in un futuro professionale coerente con l'evoluzione
realistica del sistema in cui il professionista é inserito.
Esiste dunque un bisogno diffuso, tra gli insegnanti
esperti e più esposti alla demotivazione professionale, di strumenti
riflessivi e creativi da applicare alle situazioni per innovare i loro
domini cognitivi e affettivi. Tale bisogno accomuna gli insegnanti a
molti altri lavoratori della conoscenza, costretti a navigare in
un'epoca di fluidità e incertezza come quella post-moderna.
A tutti si applica l'imperativo della creatività che
consiste in tre fondamentali carattere del sapere: innovazione,
interattività e curiosità.
* docente nel dipartimento di Sociologia, Università
Cattolica di Milano
1 C. Lacey, La socializzazione degli insegnanti,
Zanichelli, Bologna 1981.
2 E. Besozzi, Il processo di socializzazione
nella società moderna e contemporanea, in L Ribolzi (a cura di), Formare
gli insegnanti. Lineamenti di sociologia dell'educazione, Carocci, Roma,
2002.
3 E. Etzoni (ed.), The semi-professions and their
organizations, The Free Press, New York 1969. L'A.
definisce semiprofessioni quei gruppi che operano in organizzazioni
complesse, spesso sotto il controllo di altri.
4 P. Romei, Le organizzazioni "domestiche":
caratteristiche strutturali e di funzionamento delle organizzazioni con
risorse essenziali garantite, "Rivista trimestrale di scienza
dell'amministrazione", 1984, 4, pp. 55-78. L'A. definisce domestiche le
organizzazioni che non devono competere con le altre per sopravvivere,
che hanno flussi di clienti stabili e assicurati, che hanno risorse
garantite indipendentemente dalla qualità delle prestazioni.
5 K. E. Weick, Educational
organizations as loosely coupled systems, New York 1976.
6 Merton, Teoria e struttura sociale, p. 426.
L'A. definisce intellettuale colui che si dedica ai problemi della
conoscenza e alla loro formulazione.
7 M. Dei, Colletto bianco, grembiule nero. Gli
insegnanti elementari italiani tra l'inizio del secolo e il secondo
dopoguerra, Il Mulino, Bologna 1994.
8 G. Lombardo Radice, "I diritti della scuola"
(1907), citato in DEI, Colletto bianco, grembiule nero, p. 57.
9 Il riferimento é al celebre volume di M.
Barbagli - M. Dei, Le vestali della classe media, Il Mulino, Bologna
1969.
J Questo dato é stato rilevato nelle indagini
IARD sugli insegnanti e si mantiene stabile sia nella prima rilevazione
(1989) che nella seconda (1999). Cfr. A. Cavalli (a cura di), Insegnare
oggi. Prima Indagine IARD sulle condizioni di vita e di lavoro nella
scuola italiana, Mulino, Bologna 1992. A. Cavalli (a cura di), Gli
insegnanti nella scuola che cambia. Seconda Indagine IARD sulle
condizioni di vita e di lavoro nella scuola italiana, Mulino, Bologna
2000.
K C. Lacey, La socializzazione degli insegnanti,
pp. 8-13. I modelli di socializzazione indicati dall'A. sono tre:
funzionalista, conflittualista, interazionista. Anche Besozzi si
richiama ai tra approcci teorici alla socializzazione presenti nel
pensiero sociologico: integrazionista, conflittualista, comunicativo. E.
Besozzi, Elementi di sociologia dell'educazione, Carocci, Roma 1993.
L Ricordiamo la legge che istituisce la scuola
media unica (1962) e quella che apre gli accessi universitari a tutti i
diplomati quinquennali (1969).
M M. Masuelli, Funzioni-obiettivo, comportamenti
professionali dei docenti e gruppi di appartenenza, "Scuola
democratica", 22 (3/4), 1999, pp. 204-214. La citazione é a pag. 210.
N D. Sacchetto, La vita professionale degli
insegnanti nelle loro parole, in A. DAL LAGO - R. DE BIASE (a cura di),
Un certo sguardo. Introduzione all'etnografia sociale, Laterza, Bari
2002.
O E. Besozzi, Tra somiglianza e differenza, Vita
e pensiero, Milano 1990, p. 110.
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