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FOCUS: IL DISAGIO DEGLI INSEGNANTI
Le difficoltà dei proff.
di Giuseppina Casto
Non sono un'insegnante alle prime armi né una che
vorrebbe fuggire dalla più vicina "finestra" pensionistica. Ho scelto
questa professione per passione, dopo aver svolto altri lavori, perché
sono curiosa e l'insegnamento esige curiositas: per gli studenti, per le
discipline che si insegnano, per il mondo della scuola, sempre in
trasformazione se non nel caos.
Ho anche successivamente rimodulato la mia scelta
perché, dopo tanti anni di scuola di frontiera, e spesso di oggettivo
disagio, come il Professionale, mi era sorto il rincrescimento di aver
accantonato un po' troppo l'aspetto più culturale della mia professione
- quello che attiene all'istruzione - per privilegiarne quello
prevalentemente sociale - cioè relativo all'educazione. Ero certamente
stanca di dovermi ogni giorno rapportare con realtà socio-culturali
spesso carenti o complesse, cos“, curiosa di sperimentare la scuola
"facile", ho voluto rimettermi in gioco e andare ad insegnare al Liceo.
In realtà mi sono sbagliata: anche al Liceo e fin da
subito ho incontrato il disagio degli studenti, così diversi ogni giorno
e spesso così lontani, con ben altro per la testa che non le materie di
studio, mentre le famiglie alle loro spalle sembrano tenere tanto al
diploma liceale. Qui ho dovuto inventarmi qualcosa che non solo li
coinvolgesse, ma mi permettesse anche di entrare in comunicazione con
loro, senza andare in crisi dopo il primo contatto con il loro muro di
gomma.
Mi é toccato ripartire dal mio disagio e, analizzando
le diverse situazioni in cui di volta in volta mi ritrovavo, ho scoperto
l'esistenza di tanti e differenti tipi di difficoltà, e oggi ho quasi
imparato a riconoscerli tutti: uso il quasi perché ogni tanto ne scopro
di nuovi all'improvviso, senza che abbia avuto la possibilità di
avvertirne nemmeno il più debole dei segnali.
C'é il disagio oggettivo del gap generazionale che
scava un solco a volte invalicabile, e c'é anche quello derivato
dall'eccessiva presenza femminile di personale docente, magari anche in
una scuola superiore frequentata da molti maschi, che hanno bisogno di
modelli di riferimento, di figure con cui discutere, litigare,
scontrarsi, dialogare, scherzare, parlare di sport, confrontarsi.
C'é il disagio leggero dell'inizio dell'anno
scolastico, che si vive nelle classi che non si conoscono e che
all'inizio sembrano sempre peggiori rispetto a quelle lasciate l'anno
prima, così come c'é il disagio che deriva dal non riuscire a comunicare
con le famiglie di quelli che sono in situazione critica o disperata,
perché spesso hanno genitori iperprotettivi o, all'opposto,
assolutamente assenti.
Poi c'é il disagio di fine quadrimestre, quando si
devono usare quelle aride formule numeriche, i voti, che si dettano di
malavoglia in uno scrutinio in cui é più importante la registrazione, la
verbalizzazione, la solita burocrazia, che non il confrontarsi su
carenze, debolezze o progressi anche minimi degli studenti.
A volte il disagio é "stagionale", perché più di
altre fasce di età gli adolescenti avvertono i cambiamenti di stagione
come quelli umorali, legati alla vita del loro contesto, familiare,
scolastico ecc.. . Allora é necessario capire il più presto possibile
che cosa succede, individuare se é la primavera o se dietro c'é qualcosa
di più profondo, lottare per riuscire a farli stare attenti durante le
lezioni, e riaverli in classe un po' più sereni. é necessario mettersi
in discussione, stare alzati fino a tardi a leggere quello che scrivono
o quello che vorrebbero che si leggesse nei loro testi, e a cercare le
parole più adatte per comunicare e mantenere costante il dialogo.
Poi c'é il disagio di fine anno e delle settimane
prima della maturità, anche questo molto delicato e difficile da
gestire, a causa delle improvvise crisi di sconforto e degli scatti di
insofferenza da parte di ragazze e ragazzi. Gli insegnanti, invece,
devono finire il programma, devono ultimare le verifiche e non sempre
riescono a gestire tutto. é proprio in questi momenti che si può vivere
il disagio più forte, quando i nostri "amati - odiati" studenti si
rivolgono a noi pronunciando la fatidica frase: "Ma cosa vuole? Cosa
vuole capirci lei? Cosa sa di quello che ci serve o che é meglio per
noi?".
Ci sono poi i disagi che io chiamo "esterni" e che
dipendono dal ruolo che la società riconosce alla scuola ed ai docenti,
un ruolo che é sempre meno valutato e riconosciuto anche da parte delle
famiglie. Esse sembrano infatti aspettarsi dagli insegnanti una sorta di
facile salvacondotto che traghetti i loro figli verso professioni
remunerative e prestigiose. Insomma, i disagi sono molti e di diversa
origine: da carenza socio-culturale dell'ambiente, da primo contatto, da
scrutinio informatico, da scontro generazionale, da crisi epocale... e
nessuno va sottovalutato.
Ma poi,
basta che un ex-alunno ci venga a trovare a scuola o ci telefoni per
salutarci e dica: "Prof.! Per fortuna che mi ha insegnato questo o
quello, perché ora mi serve molto", oppure: "Prof.! Grazie per avermi
aiutato quando stavo male! Si ricorda? Come ero scemo!", e capiamo che é
proprio il non aver ceduto impotenti di fronte ai disagi, mantenendo la
fiducia in noi e nei nostri studenti, che la nostra professione si
realizza compiutamente. |
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