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Ciò che (non) siamo, ciò che (non) vogliamo

di Lucia Frigerio

Scomodare il grande Montale per parlare di scuola e mettere a fuoco le problematiche degli insegnanti, della loro identità professionale, del loro ruolo, del loro inquadramento contrattuale può suonare enfatico, anche se é vero che le parole del poeta sono così perfettamente espressive di situazioni di disagio, che molti le hanno usate anche in circostanze meno alte o nobili rispetto a quelle in cui sono state scritte. Del resto e, per inciso, i "classici" sono tali proprio perché possono essere "traditi", cioè leggibili ed interpretabili da ogni tipo di lettore, in tempi e a livelli diversi, data la loro natura di paradigmi esemplari e universali in cui a ciascuno é possibile riconoscersi.

Ma ritorniamo alla realtà quotidiana delle aule (sporche e spesso non a norma) e delle classi (numerose e sempre più difficili) per spiegare le linee portanti sulle quali PRAGMA ha deciso di strutturare questo numero dedicato al disagio degli insegnanti, cioè a tutti quegli aspetti di insoddisfazione, fatica, difficoltà che caratterizzano una professione importante e complessa come quella dell'insegnante. Abbiamo ripreso la prima delle tre domande fatte al nuovo ministro nell'editoriale dello scorso numero  e ci siamo impegnati a precisarla meglio, fornendo ai lettori - oltre che al ministro, se vorrà leggerci - un'ampia, ma certamente non esaustiva, panoramica di vissuti e di punti di vista.

Ne é venuto fuori un insieme polifonico che, lungi dall'essere disarmonico e dissonante, ma soprattutto lungi dall'omologarsi ad una delle tante forme di lamentazione più corporative della categoria, consente di cogliere una grande quantità di aspetti e di elementi che compongono la realtà dei docenti delle scuole superiori, evidenziandone corrispondenze e connessioni.

Il lettore troverà, accanto a pagine di vita quotidiana e di riflessione su di essa, spunti di approfondimento teorico - afferenti ad ambiti di studio filosofico, antropologico, socio-psicologico - che la redazione ha avuto la fortuna di poter pubblicare. Si é pensato che oggi non sono molte le occasioni di aggiornamento e/o di confronto su temi "alti" e comunque indispensabili ad una professione intellettuale come quella degli insegnanti, e si é voluto in questo modo dare un contributo alla riflessione comune.

I due filoni - quello della scuola di tutti i giorni e quello dello studio e della ricerca su di essa e, più in generale, sulla società - si intrecciano volutamente, allo scopo di ribadire la pari importanza e dignità delle diverse letture, a seconda che si stia vivendo la realtà da dentro, oppure che la si stia osservando da fuori. In entrambi i casi l'unica "credenziale" richiesta é stata quella dell'autenticità, o meglio della correttezza, intesa come apertura mentale il più possibile priva di stereotipi e di pregiudizi.

Come sempre però - e in tempi di finanziaria ancor di più - molte delle osservazioni e delle domande che emergono non sembrano essere destinate a risposte in tempi brevi, dato il contesto generale tutt'altro che tranquillizzante. Viviamo in un contesto in cui le risorse si prosciugano ed ognuno si interroga sul futuro della società e sui suoi possibili modelli di sviluppo, quindi anche di scuola. é in questo senso che i versi citati nel titolo sono anche nelle nostre corde: oggi é più facile dire ciò che "non" si é e "non" si vuole piuttosto che sbilanciarsi verso ideali, progetti, utopie. Ma é giusto che sia così?

Il ministro parla di un "anno ponte" - questo 2006/2007 - necessario per scalare qualche marcia e rendere meno incontrollato e pericoloso il cammino di un processo di riforme che anche noi francamente abbiamo faticato a seguire e a comprendere, dato che da nessuno é mai venuta una spiegazione chiara e precisa, e che le nostre timide riserve, al pari di quelle di altri importanti interlocutori, non sono state prese in considerazione. Un anno di pausa e di riflessione ci va bene, ma alcune indicazioni chiare su questioni fondanti non vanno eluse, sia in nome di quella dimensione ideale cui ogni progetto educativo deve rifarsi, sia a fronte di scadenze ed esigenze concrete che gli insegnanti debbono e vogliono rispettare e soddisfare.

é per questo che, se da una parte siamo contenti dei provvedimenti presi per sanare le condizioni di precariato più sclerotizzate, dall'altra chiediamo che si preso un impegno preciso anche per la differenziazione delle funzioni e delle carriere all'interno della professione docente. Chiediamo insomma che siano valutate e riconosciute, anche in termini economici, le diverse professionalità e i diversi contributi che ogni insegnante sa e può dare alla scuola.

Infatti, se si continuerà a identificare il lavoro dell'insegnante solo come le diciotto ore di cattedra più un monte ore di non meglio definite o motivate riunioni, sarà ben difficile riconoscere e gratificare l'impegno dei docenti nonché costruire una scuola che possa adeguarsi al tipo di società in cui viviamo.

Con quali risorse si potranno integrare i sempre più numerosi alunni stranieri, a volte anche ben preparati in discipline meno direttamente collegate alla nostra cultura, ma spesso in difficoltà proprio a causa di una lingua "veicolare" che non é facile da imparare? Come si potrà sostenere che la nostra scuola é aperta alla presenza e alla frequenza degli alunni disabili, senza avere personale specializzato e in numero adeguato? Quali percorsi personalizzati ed attività aggiuntive si potranno avviare per incoraggiare le attitudini e i diversi interessi degli studenti, in un'ottica di promozione delle capacità e di valorizzazione dei talenti? In nome di quali risultati raggiunti si potrà dire di aver tolto dalla strada e recuperato al vivere civile tanti adolescenti sbandati e in difficoltà?

A questo punto varrebbe la pena di riprendere e articolare meglio alcune "vecchie" idee come, ad esempio, quella dell'organico funzionale di istituto, che consentirebbe di liberare e valorizzare risorse e capacità all'interno della professione docente, rendendola meno monolitica e ingessata, più differenziata e qualificata. Occorre una scuola dove tra i professionisti assunti ci sia la possibilità di diversificare le mansioni, e non solo le discipline di insegnamento, di valorizzare le esperienze in funzione collaborativa e partecipata, e non solo competitiva o di controllo, di stabilire con il territorio un contatto vero e produttivo, non strumentale e occasionale. Occorre soprattutto restituire alla scuola la sua vocazione sociale, farle recuperare il senso di un ruolo insostituibile per il futuro delle nuove generazioni.

Ecco, forse é proprio pensando al futuro non solo dei nostri figli, ma anche a quello di tutti coloro che verranno dopo, che gli insegnanti possono recuperare fiducia e nutrire speranza: possono provare a dire ciò che sanno e che intendono condividere, ciò in cui credono e su cui sono disposti a confrontarsi: possono finalmente dire ciò che sono e ciò che vogliono.



 

 

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