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SAPERI E DISCIPLINEFOR TICIl piano nazionale di formazione alle TIC: formazione o addestramento?di Mauro Riboni Dopo una lunga fase di gestazione sono in pieno svolgimento i corsi di formazione all’uso delle tecnologie della comunicazione varati dalla circolare 55/2002. Si tratta dei corsi impropriamente detti anche “UMTS” perché finanziati con i fondi ricavati dall’asta per le concessioni UMTS (il nuovo standard di comunicazione della telefonia cellulare) o “MonforTic” dato che l’accesso agli stessi e il loro monitoraggio è stato gestito dall’INVALSI attraverso la piattaforma MonForTic. I fondi – centocinquanta miliardi di lire – erano stati stanziati già alla fine del 2000 e nel febbraio 2001 erano state delineate le linee formative del piano presentate al primo salone delle Tecnologie didattiche (TED) di Genova. Solo un anno dopo, però – fine maggio 2002 – viene pubblicata la monumentale CM 55 che con le sue oltre 180 pagine dà il via all’operazione. Il piano coinvolge a tutt’oggi circa 190.000 docenti in oltre 8000 corsi di 120 ore articolati su 10 moduli in cui si abbinano attività di formazione corsuale in presenza (60 ore) ed attività di auto-formazione, assistita da tutor, (altre 60 ore) attraverso una ricca serie di strumenti fruibili on line o, quantomeno, “a distanza”. Le cifre stanno di per sé a dimostrare l’importanza dell’operazione: critiche e perplessità sono peraltro inevitabili quando più di un aspetto deve essere sacrificato nel difficile tentativo di conciliare esigenze estremamente variegate. L’elemento tempo è il primo e fondamentale scoglio in quanto le 12 ore teoricamente previste per ogni modulo appaiono estremamente limitate per una formazione che voglia evitare di cadere nell’addestramento puro e semplice. Lo spazio, pur minimo, destinato ad un rapporto in presenza coi colleghi corsisti ed il tutor può e deve essere gestito con forme e modalità nuove, totalmente diverse da quelle tradizionali, attraverso lo strumento della classe virtuale e i numerosi forum attivati sul portale PuntoEdu (http://puntoedu.indire.it). Sia la classe virtuale che i forum sono partiti leggermente in ritardo rispetto all’inizio dei primi corsi, ma sono oggi abbastanza funzionali e attivi. La dotazione degli strumenti a disposizione è in qualche caso talmente ricca da risultare dispersiva per i primi approcci, ma ciò è tipico di tutto quanto viene fruito in rete ed è tanto connaturato all’oggetto stesso della formazione, cioè all’utilizzo consapevole delle nuove Tecnologie della Comunicazione, da risultare difficilmente evitabile. Il piano si articola in 3 tipologie di percorsi formativi: un primo percorso (A) di base, rivolto ai docenti con scarsa o nessuna competenza nell’uso delle TIC, un secondo percorso (B) teso a costituire una figura di docente “consulente” esperto nelle metodologie e nelle risorse didattiche offerte dalle TIC, e un terzo percorso (C sdoppiato a sua volta in C1 e C2) teso a costruire le competenze necessarie a figure di “responsabile” delle infrastrutture tecnologiche della scuola o di reti di scuole. La partenza del piano, inizialmente prevista per il gennaio scorso, è slittata in varie Regioni ad aprile inoltrato e, nel caso dei corsi B e C, è iniziata solo a settembre. Anche per questo vale la pena, per ora, di considerare in particolare il solo percorso di base che, oltre ad essere l’unico effettivamente avviato, coinvolge da solo la quasi totalità dei docenti-corsisiti mentre gli altri percorsi sono di fatto destinati ai tutor. Altre considerazioni potranno essere fatte in seguito in modo sensibilmente diverso per questi segmenti. L’elemento che caratterizza l’operazione e su cui tuttora si discute è il fatto che il Piano sia nato, pur con molte mediazioni, attorno al percorso di certificazione della ECDL, quella “patente europea del computer” – vedi riquadro – pensata in vista di pura documentazione di un livello minimo di conoscenza dei programmi d’ufficio. Da essa riprende infatti integralmente i 7 moduli aggiungendone altri sette più centrati sull’uso didattico delle TIC e sulle problematiche tipicamente scolastiche ad esse inerenti. Il modello originario prevedeva i sette moduli ECDL più tre sull’uso didattico (7+3) ma si è via via evoluto, dopo innumerevoli mediazioni, in un complicato intreccio di 7+7 moduli – i moduli sull’uso didattico venivano portati a sette – entro cui i corsisti avrebbero scelto i 10 da seguire. Nella ricerca di una esasperata flessibilità si è reso piuttosto ostico l’approccio iniziale dei corsisti che, nella quasi totalità, erano del tutto digiuni anche degli elementi minimi su cui basare la scelta. Nonostante questo ostacolo iniziale, trascinatosi in buona parte dei primi incontri di corso, il fatto che un così alto numero di docenti si sia reso disponibile ad intraprendere un tale percorso formativo rivela una esigenza diffusa e una disponibilità alla formazione che non era scontato pensare a priori. La situazione di partenza della gran parte dei corsisti ha fatto sì che la scelta fosse in qualche caso “pilotata” se non obbligata ai 7 moduli ECDL più 3 sull’uso didattico e di fatto sussiste e si sconta in quasi tutti i corsi un rilevante squilibrio tra i due blocchi del percorso in cui è il primo a prendere il sopravvento. Ciò offre ai più critici lo spunto per demolire alla radice un tale approccio “certificativo” e addestrativo contestandone radicalmente i programmi centrati su temi lontani dalla realtà docente, la metodologia di somministrazione dei contenuti, i criteri di valutazione puramente quantitativi nonché i metodi di erogazione della certificazione, da “diplomificio”. Da un diverso punto di vista l’ancoraggio al percorso formativo-certificativo dell’ECDL (quello che ha aperto la strada a varie altre esperienze: vedi le certificazioni linguistiche) ancorché criticabile e migliorabile, va, a mio avviso, valorizzato. In primo luogo l’ECDL ha il vantaggio di essere una realtà esistente e operante, in tutto il territorio nazionale, tramite una rete di centri (test-center) – quasi tutte scuole superiori con ampia esperienza di formazione specifica nel settore – riconosciuti dall’unico organismo certificatore (l’AICA). Senza ombra di dubbio, è proprio questa rete di strutture che ha permesso e permette l’avvio e lo sviluppo di tale esperienza di formazione. Inoltre attualmente manca in Italia una effettiva esperienza di E-Learning che, nella migliore delle ipotesi, potrà essere l’obiettivo e non certo il prerequisito del piano di formazione opportunamente congiunto alle varie sperimentazioni che, a “macchia di leopardo”, si vanno affacciando sulla realtà, non solo scolastica, italiana e internazionale. È proprio per permettere un aggancio con tali esperienze che va vinta la diffidenza ancora profondamente radicata nel corpo docente italiano e va considerata come elemento imprescindibile la diffusione di conoscenze pur minime e ancora “tecnicistiche”. Di fatto nei corsi risulta prevalente il rischio di sconfinare facilmente in eccessi dispersivi anche a causa dell’elevata eterogeneità dei corsisti. A questo hanno tentato di rispondere, in sede più operativa, le singole direzioni regionali che hanno coordinato l’avvio dei corsi e la relativa formazione dei tutor ma, soprattutto, lo spontaneo coordinamento dei tutor stessi che, ancora prima dell’avvio dei corsi, hanno animato i molteplici forum di discussione. In tali spazi si va tuttora raccogliendo, oltre alle immancabili lagnanze e critiche, spesso anche utili, un’interessantissima raccolta di spunti, idee e materiali liberamente scambiati anche dai corsiti stessi in una efficace logica di “Learning by doing”. Un ulteriore elemento significativo è stata proprio la formazione dei formatori. Sono stati attivati percorsi di formazione presso i centri universitari (per la Lombardia sono stati coinvolti la Bocconi, la Cattolica ed il Politecnico con i rispettivi centri di formazione specifica) e si sono sviluppate numerose “communities” sul sito European Schoolnet (http://www.eun.org): spazi di libera discussione in cui si potenzia ulteriormente la spinta allo scambio e al confronto sui diversi approcci e sui possibili utilizzi delle TIC nella scuola. Nel Piano ministeriale, infine, l’ECDL è sempre citata come corso, come riferimento al syllabus delle competenze informatiche che sta dietro ad essa, ma è lasciata in ombra la questione dell’attestazione dell’AICA che ha un costo non irrilevante, per quanto contenibile in base a specifici accordi centrali (vedasi accordo del 5 giugno 2003 tra MIUR e AICA). Uno degli obiettivi del piano è indubbiamente quello di raggiungere una più diffusa certificazione delle competenze informatiche dei docenti ma non sembra, al momento, che questo riscuota ampi consensi anche perché si scontra, paradossalmente, con una sorta di paura di dover poi assumere anche controvoglia – qualora certificati “esperti” – mansioni “futuribili” non sempre gradite.
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