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SAPERI E DISCIPLINE

Le ragioni di un viaggio

di Giancarlo Restelli*

 

Nella beata notte dell’ignoranza quando tutti i gatti sono grigi. (F. Mehring)1

Perché un viaggio con gli studenti verso un lager nazista cinquantotto anni dopo la fine della seconda guerra mondiale?

Probabilmente molti pensano di conoscere questo doloroso capitolo della storia del Novecento perché a volte la Rai ripropone filmati e ricostruzioni storiche, seppure a tarda notte, oppure perché ricordano sicuramente film significativi come “Schindler’s list”, “Jonah che visse nella balena” e, tra gli ultimi, “La vita è bella” di Benigni.

Eppure, se c’è un argomento nella storia del ‘900 in cui la superficialità prevale sulla complessità degli avvenimenti è proprio questo, come si cercherà di dimostrare nell’articolo.

Per esempio, non tutti ricordano che il primo lager aperto dai nazisti, solamente due mesi dopo la presa del potere da parte di Hitler, fu Dachau, e che Dachau fu aperto nel marzo del 1933 alla periferia di Monaco di Baviera con lo scopo di “rieducare” gli oppositori di Hitler. I vertici del partito nazionalsocialista non fecero mistero delle finalità del lager, reso necessario dall’ enorme numero di arresti operati contro socialisti, comunisti, democratici dopo la conquista del potere nel gennaio ‘33. Ma Dachau e Flossenburg, Esterwegen (‘34), Sachsenhausen (‘35), Buchenwald (‘35), Terezin (‘39) presuppongono la riscoperta di un capitolo volutamente poco noto della storia tedesca: la massiccia opposizione al fanatismo hitleriano che fu cancellata con misure estreme di violenza quotidiana, soprattutto dopo l’incendio del Reichstag il 28 febbraio 1933.

Alla fine del 1933 erano operanti circa 50 campi di concentramento sotto il controllo delle SA e delle SS. Enzo Collotti2 sostiene che dall’autunno ‘33, 45 campi erano in funzione con 40.000 detenuti di cui 311 erano ex-parlamentari (45 membri del Reichstag erano già stati assassinati ). Alain Grosser scrive: “Nel 1933 i tribunali pronunciarono 40.000 condanne per crimini e delitti politici, nel ‘35, 85.000, nel ‘36, 90.000. Dal 1933 al ‘38, 345.000 tedeschi subirono condanne come oppositori politici”.3 Solo dopo l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944 vi furono 7.000 arresti e 4.980 esecuzioni.

Quanti tedeschi passarono per i campi di concentramento?

La cifra oscilla fra 700.000 individui e un milione.4 Se pensiamo che la Germania nel ‘39, con le annessioni, arrivava a 87 milioni di abitanti, almeno un cittadino tedesco su 87 lottò contro il regime delle camicie brune e di questi non pochi persero la vita.

Per anni si è voluto credere che tutto il popolo tedesco fosse stato fanatizzato da Hitler per poter punire duramente, dopo il 1945, la Germania con la divisione in due stati antagonisti; in realtà, come si è mostrato, sacche di resistenza attiva e passiva furono presenti nella realtà tedesca dal 1933 lungo tutti i 12 anni di dominio nazista.

In ogni caso le adunate di massa, il mito del Fuhrer, il nazionalismo estremo e il disprezzo delle razze non ariane furono il prodotto dello smantellamento rapido di quelle tradizioni socialiste e democratiche che avevano rappresentato un punto fermo nella storia tedesca ed europea.

Solo la violenza estrema e brutale della soldataglia nazista, di cui Dachau è più di un simbolo, poteva trasformare il paese di Marx, Engels e Rosa Luxenburg nella brutale nazione imperialista volta alla conquista dell’ intera Europa. Solo la sconfitta nella prima guerra mondiale e l’ignominioso trattato di Versailles (1919) con la terribile crisi del ‘29 potevano trasformare il paese in cui erano risuonati i versi di Schiller nella Nona di Beethoven (“Tutti gli uomini saranno fratelli”) in una macchina da guerra poderosa e bestiale.

Ma non è solo il caso di Dachau e la resistenza tedesca al nazismo a rendere intrigante l’argomento lager. Lo scorso 27 gennaio, per decisione del Parlamento italiano, è stata commemorata la Shoah, ossia la deportazione e la morte nei lager di sei milioni di ebrei.

Ma quanti ricordano che a questo numero terribilmente alto dobbiamo aggiungere alcuni milioni di russi, polacchi, lituani, italiani, greci, serbi, francesi, inglesi ecc. morti negli stessi campi?

Secondo l’Aned (Associazione italiana ex-deportati) il numero dei morti deve tenere in considerazione anche i civili ebrei e i militari rinchiusi nei lager.

Per esempio, dopo l’8 settembre ‘43, solo in Italia e nelle colonie italiane furono catturati e deportati dai tedeschi 650.000 militari del nostro paese, di cui molti non fecero ritorno. Quanti partigiani di ogni nazionalità finirono nei lager?

Fin dal momento della sua costituzione l’Aned non perde occasione per ricordare che la tragedia dei lager è la tragedia di tutti. Certo il popolo ebraico ha pagato un prezzo altissimo in fatto di sofferenze e morti ridotti in cenere (tra il 56% e il 64% delle comunità europee dell’ anteguerra), ma lo sterminio del popolo ebraico non deve farci dimenticare che il razzismo nazista fu spietato con tutte le popolazioni considerate “inferiori” e avversarie del Terzo Reich. I russi, per esempio, in quanto comunisti, erano trattati alla stregua di pericolosi avversari, e in più, appartenevano alla “razza slava”, una razza di “sottouomini”, una razza schiava dei “padroni del mondo”.

Ma la giornata del 27 gennaio, per non tradirne lo spirito, ha invitato a ricordare gli altri lutti che hanno segnato la storia dell’ ultimo secolo. Quel giorno si è infatti ricordato anche lo spaventoso numero di morti della seconda guerra mondiale (non meno di 50 milioni); i massacri della Wermacht e delle SS in Italia (6800 militari, 44.720 partigiani, 9180 civili di cui 580 bambini assassinati a sangue freddo);

l’apocalisse di Dresda, Colonia e Berlino, il massacro di Katlin compiuto dai sovietici contro gli ufficiali polacchi, Hiroshima e Nagasaki.

Questi dolorosi capitoli della storia sono da sempre al centro della riflessione dell’Aned perché molti suoi membri hanno combattuto in Russia, Grecia, Albania, Africa settentrionale e orientale, prima di conoscere la dura realtà del lager.

Un altro aspetto che in genere si crede di conoscere riguarda i motivi che spiegano l’altissimo numero di vittime dei lager. Perché morirono non meno di un milione e mezzo di persone solamente ad Auschwitz ?

In genere si risponde chiamando in causa il fanatismo delle SS e le teorie aberranti sulle razze che dovevano scomparire oppure essere schiavizzate.

Altri studiosi, più portati ad analisi trascendentali, credono che il Male assoluto abbia dominato le menti dei tedeschi oppure che il lager sia totalmente incomprensibile, cioè fuori dalla logica umana. Per esempio Vittorio Strada, in un articolo del “Corriere della Sera” dell’ 8 giugno 1979, parla del Male che assume nella storia aspetti diversi e la cui origine “resta per sempre aperta e indefinita”. Dal lager di ieri al genocidio di oggi, tutto ritorna in questa categoria del Male che l’uomo non riesce a scrollarsi di dosso e che periodicamente compare.

Forse, più che di speculazioni astrattamente filosofiche, c’è bisogno di una interpretazione più oggettiva dei fenomeni sociali, c’è bisogno di una “bussola” che ci orienti e ci permetta di capire il reale.

L’Aned ormai da tempo si batte per una interpretazione storiografica suffragata dalle fonti, volta a definire correttamente il perché dello sterminio.

Un documento, tratto dal testo “Il disonore dell’uomo” di K. Schnabel,5 risponde molto bene alla domanda che ci siamo posti.

I nazisti avevano quantificato con scrupolo amministrativo spese e ricavi per ogni deportato, non dimenticando quanto potevano ricavare impadronendosi di oggetti personali, oro dentario, e soprattutto sfruttandone il lavoro quotidiano fino allo sfinimento. Calcolando una permanenza media nel lager di tre mesi, detratte le spese del vestiario (!), del vitto (!) e dell’ incenerimento (!), il profitto risultava altissimo.

La crudeltà nei confronti dei singoli nasceva dalla consapevolezza nelle autorità tedesche di poter sfruttare un serbatoio quasi illimitato di manodopera: l’Europa orientale e sovietica e l’Europa balcanica, milioni e milioni di schiavi che avrebbero arricchito l’industria tedesca, le banche, l’alta finanza.

Furono almeno 8 milioni gli schiavi che lavorarono nell’industria tedesca del Terzo Reich, non meno di 2500 aziende. I nomi delle aziende e delle banche più importanti sono ancora oggi il simbolo del capitalismo rampante tedesco: Allianz, Basf, Bayer, Bmw, Daimler, Deutsche Bank,

Dresdner Bank, Hoesch Krupp, Siemens e Wolkswagen, Continental e Agfa. Deutsche Bank fornì abbondanti capitali per la costruzione di Auschwitz e di 47 sottocampi che comprendevano l’universo concentrazionario del più tristemente famoso lager nazista.

Per avere un’idea dell’ enorme massa di profitti ottenuta sfruttando i detenuti, basta pensare che nel 1999 il governo tedesco ha deciso di stanziare 8 miliardi di marchi (pari a circa 4000 miliardi di euro) per le famiglie dei deportati. Ma a parere di molti il denaro già stanziato è poca cosa per risarcire l’esercito di schiavi del capitalismo nazista, infatti i rappresentanti degli internati chiedono non meno di 12 miliardi di marchi.

Terribili esperimenti medici furono compiuti nei lager in accordo con le industrie farmaceutiche tedesche, ad esempio la Bayer; anche qui la logica del profitto è fondamentale.

Tutto questo è risaputo dall’Aned, un po’ meno dall’opinione pubblica e da alcuni storici, ma è opportuno che i ragazzi delle scuole imparino a conoscere questi dati.

Chi scrive è convinto che la migliore storiografia deve sempre essere “revisionista”, nel senso che il revisionismo, nel suo aspetto innovativo, è il continuo tentativo di andare al di là dell’apparenza, dei luoghi comuni, alla ricerca di nuove interpretazioni che scalfiscano la superficie dei fenomeni per vedere il magma incandescente da cui i fatti storici hanno avuto origine. Soprattutto di fronte a un argomento così doloroso abbiamo il dovere di andare a fondo, dando spazio alla migliore storiografia sull’ argomento.

Perché la macchina dello sfruttamento-sterminio non fu arrestata? Gli alleati sapevano? Il “silenzio” di Pio XII fu un atteggiamento consapevole?

Anche qui studi recenti permettono di dissipare la “nebbia” che per troppo tempo ha impedito di capire la realtà.

Documenti riproposti recentemente dimostrano che gli alleati conoscevano benissimo ciò che avveniva nei lager, ma decisero lo stesso di non intervenire per non pregiudicare le operazioni belliche. Per esempio il 22 maggio 1943 il “Los Angeles Time” diede ampio spazio a un rapporto sull’ assassinio dei detenuti ebrei ad Auschwitz sollevando una vasta eco, tanto che molti giornali ripresero la notizia: il “Washington Post”, il “New York Herald Tribune”, per fare un esempio. 6

Più volte fu chiesto a Roosvelt e Churchill di bombardare le linee ferroviarie che conducevano ad Auschiwitz, le richieste erano inoltrate dall’Agenzia ebraica internazionale perfettamente informata di quanto stava accadendo, ma non si fece mai nulla.

Ma perché non intervenne almeno il Papa dell’ epoca, Pio XII, canonizzato recentemente? Perché non si oppose al rastrellamento degli ebrei di Roma? Perché non denunciò i crimini nei lager, tranne solo un vago accenno nel discorso del Natale 1942?

In quell’occasione ricordò “le centinaia di migliaia di persone che senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità e stirpe, sono destinati alla morte o ad un progressivo indebolimento”7. Probabilmente temeva che il cattolicesimo in Germania avrebbe subito le persecuzioni naziste; contemporaneamente però era presente in Pio XII, seppure abilmente camuffato, quell’ antisemitismo cattolico responsabile delle terribili persecuzioni ai danni della popolazione ebraica europea nei secoli precedenti.

Ricordiamo che solo nel 1962 Giovanni XXIII cancellò dalle preghiere pasquali l’ invito ignominioso a pregare per i “perfidi giudei”; ricordiamo che solo nel 1986 un papa, Giovanni Paolo II ha fatto visita alla sinagoga di Roma.

Comunismo, socialismo, repubblicanesimo, democrazia, cristianesimo sociale, liberalismo erano le componenti ideologiche che più avevano avversato le pretese egemoniche della chiesa di Roma da Porta Pia fino al concordato del 1929, quando Mussolini fu definito “l’uomo della Provvidenza” perché “non ha le preoccupazioni della scuola liberale”.

Perché mai il Vaticano fu il primo stato a riconoscere il governo di Hitler, addirittura poche settimane dopo la conquista del potere nel gennaio del ‘33?

A quell’epoca il Nunzio apostolico a Berlino era il giovane cardinale Pacelli, futuro Pio XII. È possibile che il cardinale di Cracovia, Adam Sapieda, non sapesse nulla di quanto avveniva a pochi chilometri di distanza, cioè ad Auschwitz? Non avvisò Pio XII? In una lettera del febbraio ‘42 racconta al papa delle persecuzioni naziste ai danni della popolazione polacca, ma non fa alcun cenno agli ebrei.

Purtroppo gli archivi vaticani sono ancora in gran parte inaccessibili agli studiosi, ma questo, come altri nodi storiografici non ancora risolti, sono la linfa vitale del Negazionismo da Faurisson fino ai tanti demenziali siti internet che popolano il web.

Il Negazionismo, nella sua follia ideologica, è il prodotto di un antisemitismo ancora operante, di un neofascismo che trae spunto dalle contraddizioni sociali della realtà contemporanea, ma è anche la diretta conseguenza di 50 anni e più di “silenzi”, omissioni e aperte falsità sul tema dei lager. Non dimentichiamo che nei primi anni sessanta Faurisson era partito proprio da Dachau, dal non funzionamento della camera a gas di questo lager, per assolutizzare il particolare: le camere a gas non sono mai esistite e sono il prodotto della propaganda sionista.

Ebbene, gran parte di queste cose si possono imparare partecipando con i propri studenti a pellegrinaggi negli ex campi di sterminio e soprattutto ascoltando gli ex-deportati dell’ Aned, i quali con grande competenza ed entusiasmo continuano da anni la loro battaglia per “non dimenticare”, ma anche per capire che cosa è accaduto.

Credo che queste considerazioni, questi problemi aperti della storiografia, i tanti risvolti che rendono ancora attuale il lager 58 anni dopo possono giustificare una visita con i propri studenti per vedere e soprattutto ascoltare le parole dei reduci così cariche di buon senso e verità.

Bisogna strappare la logora “tappezzeria” che impedisce di vedere il “muro” degli avvenimenti storici. Il contributo che può dare l’ Aned contro le leggende storiche è notevole.

Solo così i gatti riacquisteranno il loro colore dissipando le tenebre dell’ ignoranza 8 (F. Mehring ).

* docente all’Ipsia “Bernocchi” di Legnano (MI)


Note

  1. F. Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti

  2. E. Collotti, La Germania nazista, Einaudi 1962

  3. A. Grosser, Dieci lezioni sul nazismo, Rizzoli 1977

  4. G. Sandoz, Les Allemandes qui ont defié Hitler, Pigmalion 1986

  5. K. Schnabel, Il disonore dell’uomo, Lerici editore

  6. F. Sessi, Auschwitz 1940-45, Rizzoli Bur 2000

  7. Triangolo Rosso, settembre 2000, pag. 58;

  8. F. Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti

Bibliografia

  • H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità 1966

  • C. Browning, Uomini comuni: polizia tedesca e soluzione finale in Polonia, 1999

  • E. Collotti, La Germania nazista, Einaudi 1962

  • A. Grosser, Dieci lezioni sul nazismo, Rizzoli 1977

  • R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, Einaudi 1999

  • R. Hoss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi 1960

  • P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi 1986

  • M. Marrus, L’ olocausto nella storia, Il Mulino 1994

  • H. Marsalek, Mauthausen, La Pietra 1977

  • F. Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti

  • G. Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Rizzoli 2000

  • L. Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Einaudi 1971

  • G. Sandoz, Les Allemandes qui ont defié Hitler, Pigmalion 1986 

  • K. Schnabel, Il disonore dell’uomo, Lerici Editore

  • F. Sessi, Auschwitz 1940-45, Rizzoli 2000

  • W. Sofsky, L’ ordine del terrore: il campo di concentramento, Laterza 1995

  • Triangolo Rosso, settembre 2000