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Il mestiere dell’insegnante tra tagli e promesse   

di Lucia Frigerio

Si può essere tradizionalisti indefessi oppure sperimentatori “spinti”, ma su due punti ci si ritrova sempre d’accordo come insegnanti: da una parte sull’arricchimento ineguagliabile che viene dal rapporto con i ragazzi, dall’altra sulla frustrazione continua che nasce dallo scarso riconoscimento, non solo economico, della propria professione.

Questo in particolare modo in Italia, anche se non mancano dati europei dello stesso tono. È ciò che emerge dalle tante indagini che, ad ogni inizio d’anno scolastico, hanno diritto di cronaca sulle pagine dei giornali.

Di che cosa si lamentano gli insegnanti?

Innanzitutto di fare molto lavoro “sommerso”, cioè a casa e non retribuito. Non sono pochi, anche alle scuole elementari, coloro che, finite le 18 - 25 ore di lezione, a casa studiano; sì, perché molto spesso i programmi delle materie sono fermi rispetto alle nuove acquisizioni della ricerca – non solo in campo scientifico – e poi gli studenti (quei ragazzi di cui si diceva sopra) sono curiosi e si aspettano un sapere vivo e al passo con le novità. E come dargli torto: chi di noi si farebbe operare a cuor leggero con gli strumenti di quarant’anni fa?

D’altra parte, l’insegnante che a casa deve approfondire e ricercare è comunque un individuo adulto come gli altri, alle prese con i conti di fine mese, il tempo che vola e, perché no, la famiglia che incalza. E se le retribuzioni, in paragone a quelle dei colleghi europei che trascorrono più ore a scuola, possono sembrare adeguate, è proprio perché del lavoro sommerso e della qualità messa in campo nell’insegnamento in effetti non ci si è seriamente occupati e, peggio ancora, la si è lasciata assumere a coloro che erano più deontologici e professionali.

Con i pochi finanziamenti che ormai arrivano alle scuole, spesso si è più disposti a finanziare attività pomeridiane, difficilmente controllate e controllabili nella loro reale ricaduta sugli studenti, che ad incoraggiare una progettazione didattica di qualità. Così le lezioni del mattino, vero cuore dell’attività e della “produttività” scolastica, passano in secondo piano, tanto scontate da meritare poco più di un cenno. Un docente universitario recentemente intervistato sul “Corriere della sera”, si domandava, (e noi gli facciamo eco): perché mai dei laureati, competenti e appassionati della loro disciplina, dovrebbero buttarsi nell’insegnamento senza un trattamento economico adeguato?

Ma gli insegnanti si lamentano anche di altro: ad esempio, come si possono trascorrere tante ore della propria giornata in ambienti spesso trascurati, se non a volte addirittura fatiscenti, quali sono molte scuole del nostro paese? È tale la depressione che quando capita di trovare una scuola un po’ più vivibile e dignitosa, si esce nell’espressione: sembra un campus americano! E non sono autocommiserazioni e lamentele scontate, proprio in questi giorni la stampa sta diffondendo i dati (raccolti per altro dal ministero dell’Istruzione) sul patrimonio immobiliare della scuola. Dalla rilevazione si desume che quasi 10 milioni di persone, tra studenti, docenti e personale, studiano e lavorano per ore in strutture che non sono a norma.

Dalle stalle alle stelle e viceversa: sicuramente molti insegnanti sarebbero più disponibili a stare a scuola se anche certi ambienti di lavoro fossero più confortevoli, attrezzati e stimolanti. Qui ci si potrebbe fermare più spesso con gli studenti per approfondire e discutere, si potrebbero più agevolmente scambiare opinioni e lavori fra colleghi, ci sarebbe modo di fare, a scuola e a “costo zero”, il proprio lavoro di studio e di elaborazione individuale.

Una scuola così potrebbe davvero essere aperta agli esterni, che la utilizzerebbero come risorsa o che si metterebbero a disposizione come risorse, visto che la scuola è un luogo di incontro e di relazioni, oltre che di lavoro e di studio.

Ma c’è chi dice: ma che cosa vogliono questi insegnanti? lavorano poco, si ostinano a insegnare anche a chi non ne vuol sapere, e pensano perfino di dare un aiuto alle famiglie nell’educazione dei loro figli!

Questo è il messaggio che ancora una si vuole dare al paese: nonostante le dichiarazioni di intenti trionfalistiche dei programmi elettorali e gli spot televisivi ottimistici e rassicuranti, le scelte fatte e i tagli operati – tanto nei posti di lavoro quanto nei finanziamenti – rimandano ad un’idea di scuola come investimento a perdere e costo da contenere al di qua di ogni ragionevole limite.

Eppure gli insegnanti, proprio per la loro così ricca e complessa professionalità, a metà tra l’intellettuale e l’educativo, sanno che non è giusto ma nemmeno conviene, soprattutto a loro, accodarsi alle politiche più regressive e di basso profilo, e che occorre invece continuare a capire e conoscere meglio i termini delle questioni per crescere insieme, anche nel confronto con altre realtà europee, nell’impegnativo compito che è loro affidato.

 

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