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Messaggi in bottiglia
Un libro è un libro
di Antonio Corò
La “deregulation” è quella cosa per cui si
ritiene che il regime di concorrenza in un certo settore modifichi,
migliorandola, la qualità dei prodotti o dei servizi che da quel
settore derivano.
È questo il significato che si dà in campo
energetico o telefonico. Oggi (o, meglio, tra un po’) potremo
acquistare l’energia da chi vorremo. Se poi accadrà un black out sarà
ben difficile scoprire, proprio a causa dell’interconnessione della
rete tra i vari gestori, di chi sia stata la colpa. Se poi i vari
gestori, magari con una
politica di cartello, dovessero aumentare la bolletta (vi ricordate che
sia già successo in qualche settore?), pazienza, pagheremo. È finita
l’epoca per cui un’azienda statale era concepita come di proprietà
di ciascuno di noi che pretendeva, conseguentemente, servizi di qualità.
Anche per la scuola è così. Qualcuno pensa,
(ma solo qualcuno) che se si vuole un servizio di qualità la
scuola pubblica non sia più adatta. Non per colpa dei docenti, ma -
cosa volete!- se si tagliano i fondi per l’istruzione pubblica non
c’è da stupirsi se non si riuscirà neppure a fare più quelle
fotocopie necessarie e interessanti per gli studenti.
In America la questione l’hanno risolta. Basta
siglare una convenzione con qualche azienda privata in modo da farle
pubblicità e una manciata di fondi si trova. Salvo poi punire con una
sospensione l’allievo che (peggio di Franti) ridacchia della questione
e non vuole sottomettersi assolutamente alle catene della pubblicità,
magari evitando di bere pubblicamente la bibita sovvenzionatrice o di
mettere la maglietta targata con il suo logo.
In Italia, grazie ad alcuni geni, la finanza creativa
ha attecchito. Ed è proprio con i canoni di questa recente e
meravigliosa scienza che possiamo risolvere alcuni problemi della nostra
scuola, atavici ma oggi più evidenti. In primo luogo perché non
vendere gli edifici scolastici? Credo che assicurazioni, uffici, società
ed enti potrebbero essere interessati all’acquisto. Basterà poi
affittare dai privati alcuni locali per mettere gli studenti (se si
comprano banchi più piccoli, la densità per metro quadro aumenta e il
costo diminuisce) e il gioco è fatto. Non ditemi che qualcuno in
qualche altro campo lo sta già facendo. Può essere, ma, anche se così
fosse, perché non copiare le buone idee? In fondo anch’io vorrei
vendere la mia casa per andare in vacanza. Poi, quando torno, vado in
affitto. Che problema c’è?
In secondo luogo i libri di testo. Per questi inutili
e pesanti e costosi ammennicoli, qualcuno ha trovato la soluzione.
Stamparli direttamente da Internet. Mica tutti e mica completamente, sia
chiaro, ma solo quelle parti che servono alla bisogna. Che ne so, la
citazione, la cartina, la frase fatta, la data della battaglia di Canne
o della morte di Napoleone. In fondo dobbiamo prepararci agli unici
mestieri del futuro che sembrano esserci concessi: la partecipazione ai
quiz (per le veline, non so). Non serve più infatti un libro di testo
organico, su cui magari condurre lo studente a fare ricerca e del quale
in classe se ne utilizza solo una parte, pur rimandando alle altre. Oggi
è molto meglio stampare solo quello che serve. La proposta, che
qualcuno ritiene a torto indecente, ha anche altri aspetti positivi. Si
salvano gli alberi dell’Amazzonia, si evitano stampe inutili, si
salvano le schiene degli studenti, si evitano costi (ah! le case
editrici!). In fondo io ho trovato in Internet il manuale per la mia
macchina fotografica e mi è servito benissimo. Perché non deve essere
così anche per Lettere, Storia, o Meccanica? Bisogna inoltre diffidare
dalle visioni unitarie di una singola materia perché spesso in questo
caso si annidano tra gli autori pericolosi sovversivi che possono fare
del male alle nuove generazioni. La stampa da Internet, che qualcuno
vuole sia sovvenzionata in futuro dalle scuole stesse per evitare costi
alle famiglie, ha anche altri risvolti interessanti. Innanzitutto un mio
amico che vende cartucce per le stampanti si sta già fregando le mani,
facendo i conti di quanto costa stampare una pagina formato A4 a colori
(a proposito, e questi costi su chi ricadono?). In secondo luogo si
pagherebbero solo i diritti di autore, evitando tutte quelle inutili
spese, del tipo redazione dei testi e spese di distribuzione, che vanno
ad aumentare inutilmente il costo di una cosa di per sé già inutile.
È ora di finirla con credere che il libro sia un prodotto che deriva
sempre da un lavoro di equipe e che rappresenti un elemento la cui
fisicità costituisce l’insieme di indice, contenuti, concetti, facile
da sfogliare e indispensabile per imparare a creare percorsi.
Ho detto tutto ciò ad un amico che si è detto
entusiasta. Chissà se lo sarebbe anche chi dirige il tutto
nell’irraggiungibile stanza dei bottoni?
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