HOME.GIF (399 byte)
 

Il bullismo nelle scuole superiori

Un disagio nascosto o semplicemente ignorato?

di Giuliana Cavallo Guzzo

 

Il 17 marzo 2004 l’ASL di Milano ha organizzato al palazzo delle Stelline la prima conferenza cittadina sul bullismo. Questo fenomeno ha cominciato ad essere studiato nei Paesi anglosassoni e del Nord Europa già negli anni ‘70, ma in Italia è stato affrontato, come dimostra la letteratura a riguardo, soprattutto a partire dagli anni ‘90.

Secondo la definizione datane da Olweus, si tratta di un comportamento aggressivo con tre caratteristiche peculiari: l’intenzionalità, in quanto viene attuato volontariamente, la sistematicità, che lo rende stabile nel tempo, e l’asimmetria di potere tra le parti coinvolte.

Si possono inoltre distinguere tre tipologie fondamentali di bullismo: quello diretto, che si manifesta a livello fisico (botte, spintoni..), quello indiretto, che mira ad escludere e screditare la vittima (diffusione di pettegolezzi e dicerie false, esclusione dal gruppo…) ed infine il bullismo verbale, che si traduce in offese e prese in giro ripetute ed insistenti.

L’equipe di psicologi dell’ASL che lavora al progetto “Stop al bullismo” ha presentato i risultati di un’indagine condotta nelle 59 scuole elementari e medie milanesi in cui  opera: è emerso che, mediamente, alle elementari 64 bambini su 100 subiscono e/o commettono prepotenze sui compagni, mentre alle medie la percentuale è del 50%. I dati di Milano risultano nel complesso simili a quelli di Napoli, a riprova che il fenomeno non è strettamente legato a situazioni di svantaggio socio-economico-culturale e va capito ed affrontato con strumenti e parametri  interpretativi più “trasversali”.

Come ha sostenuto nel suo intervento Livia Pomodoro, presidente del Tribunale dei minori, la società in cui viviamo è caratterizzata dall’ossessione della visibilità, ed è più facile acquisire un ruolo manifestando atteggiamenti negativi che non comportandosi bene. Questa situazione può avere effetti devastanti su tanti ragazzi, creando dei modelli negativi: eppure i mezzi d’informazione non mostrano nessun desiderio di tutela nei confronti dei minori, “sbattendoli” in prima pagina quando sono protagonisti di episodi di cronaca e strumentalizzandoli senza alcun rispetto.

La consapevolezza della complessità del fenomeno e delle cause – perlopiù esterne alla scuola - che lo producono non può però esimere le comunità scolastiche dall’affrontarlo, attrezzandosi di strumenti adeguati: a questo scopo è nata appunto presso l’ASL di Milano un’equipe di psicologi che opera nelle scuole con programmi rivolti agli alunni, agli insegnanti e ai genitori.

Appare a prima vista singolare che questi interventi finora siano stati rivolti quasi esclusivamente alle scuole elementari e medie: cosa succede infatti a quel 50% di bulli e/o vittime che troviamo alle scuole medie con il passaggio alle superiori?

Evidentemente il fenomeno del bullismo esiste anche alle superiori, ma a volte forse non è considerato così importante affrontarlo; o, in altri casi, vengono prese in considerazione più le implicazioni che ha sul piano del comportamento (perseguite attraverso le cosiddette “sanzioni disciplinari”) che non il problema in se stesso, ritenendo magari che non sia compito della scuola affrontarlo.

Eppure, le poche indagini che sono state fin qui condotte in Italia sul bullismo nelle scuole superiori delineano scenari piuttosto inquietanti: una ricerca condotta nella provincia di Ferrara (Crescere insieme liberi dalle prepotenze. Progetto di prevenzione e contrasto del bullismo nelle scuole della provincia di Ferrara, a cura di PROMECO, maggio 2003) segnala che negli Istituti professionali (i cui alunni costituiscono il 49,4 dell’intero campione intervistato) il 53,4% degli studenti è coinvolto come bullo e/o vittima; le prepotenze subite sono in primo luogo prese in giro, ma anche offese e insulti, esclusioni dalle compagnie, piccoli furti, scherzi pesanti.

Per quanto riguarda quest’ultimo tipo di prepotenza, i ragazzi hanno indicato come scherzi pesanti violenze fisiche e morali molto gravi: pugni, spintoni, percosse, buttare gli abiti nel water, mi hanno distrutto il motorino, gel nelle scarpe, sterco nella cartella, hanno detto che ero incinta, hanno detto che era morta una persona cara…

Questo dato è tanto più inquietante se si pensa che i ragazzi intervistati hanno indicato come luogo in cui più frequentemente si svolgono le prepotenze la classe stessa (57,3%).

Viene spontaneo pertanto chiedersi: e gli adulti? Cosa colgono di questo “mondo sotterraneo”? Sono i ragazzi che sanno mimetizzarsi bene o sono i grandi che non sanno vedere e capire?

Gli studi sul bullismo concordano tutti nel riconoscere che questo fenomeno genera grande sofferenza e mina la personalità della vittima, con danni che possono manifestarsi anche dopo molto tempo; per il bullo, d’altra parte, le “bravate” di cui si rende protagonista a scuola possono segnare l’inizio di una carriera deviante. Il bullismo può quindi seriamente minare le relazioni che sussistono a scuola e il benessere degli alunni, non solo di chi è direttamente coinvolto ma anche dei cosiddetti “spettatori”.

È con il gruppo classe allora che si deve agire, impostando un’attività di prevenzione e promozione del benessere che contrasti la diffusione del bullismo: l’equipe dell’ASL di Milano opera proprio in questa direzione, con un programma triennale di formazione per gli insegnanti sui temi del bullismo* ma soprattutto sulla conduzione della classe, su come migliorare le abilità socio-affettive e comunicative degli alunni con attività di gruppo.

Gli psicologi che lavorano al progetto svolgono anche interventi nelle classi utilizzando il metodo dei gruppi di discussione; queste attività possono essere poi proseguite dagli insegnanti, che vengono sostenuti nel loro “apprendistato” con incontri di consulenza e supervisione.

Non è semplice d’altra parte coinvolgere i collegi docenti delle scuole superiori in attività formative di questo genere: pur avvertendo spesso un forte disagio nel rapportarsi agli alunni, soprattutto a quelli di biennio, molti docenti preferiscono però seguire attività formative legate alla propria disciplina, ritenendo che la promozione del benessere a scuola sia un compito che non li tocca direttamente.

Questo atteggiamento è alla radice di molti insuccessi educativi con classi particolarmente “difficili”, perché gli interventi dei singoli docenti non sono sufficientemente coordinati con quelli degli altri colleghi e manca una reale condivisione degli obiettivi educativi trasversali e delle modalità per realizzarli.

A volte risulta difficile anche la lettura e l’interpretazione delle dinamiche interne alla classe, che non vengono colte nella loro complessità e magari banalizzate con stereotipi che i docenti senza volerlo utilizzano.

Uno di questi luoghi comuni, ad esempio, è quello secondo cui il bullo è, in fondo, un debole che si atteggia a duro per difendersi, o un ragazzo che vive una situazione di disagio: in realtà, sostengono gli esperti, il bullo è una persona che sta bene, perché riesce ad ottenere quello che vuole, e quindi non percepisce il proprio agire come un problema e non vede nessuna necessità di cambiarlo.

Per questo i progetti di prevenzione sono indirizzati alla classe intesa come gruppo e come risorsa: imparando ad ascoltare in primo luogo le proprie emozioni e poi quelle dei compagni in un contesto come il gruppo di discussione, che consente a ciascuno di esprimersi, i ragazzi sperimentano concretamente che è possibile affrontare i problemi interni al gruppo con metodi diversi dallo scontro e che questi metodi favoriscono e preservano il benessere di ciascuno.

Per maturare questa consapevolezza, però, è necessario che gli spazi d’ascolto siano effettivi, sufficientemente ampi e costanti nel tempo: se i ragazzi sanno che, ad esempio, ogni due settimane hanno a disposizione del tempo per mettersi seduti in cerchio a discutere su problemi sorti all’interno della classe, è possibile che gradualmente imparino ad utilizzare correttamente questo metodo e a farlo proprio, rinunciando a poco a poco allo strumento dello scontro verbale o fisico.

E in una classe che acquisisce questa coscienza di sé, anche il bullo smette di esistere in quanto tale, perché ha perso il suo pubblico e, quindi, la sua forza.

 

·        Il gruppo di lavoro è coordinato da Nicola Iannaccone ed è composto da psicologi di formazione cognitiva e cognitivo-comportamentale: Federico Colombo, Stefania Di Domizio, Ilaria Veronesi. Nel corrente anno scolastico sono stati soltanto due gli Istituti superiori di Milano che hanno richiesto l’intervento dell’equipe, l’Istituto tecnico “Giulio Natta” e l’Istituto professionale alberghiero “Carlo Porta”. Per informazioni sul programma “Stop al bullismo” si può telefonare al n. 02/85788055.


Bibliografia

Alcuni testi utili sul bullismo:

Cserwinsky L. D., La discussione intelligente, Erickson, Trento 2000.

Fonzi A. (a c. di), Il bullismo in Italia, Giunti, Firenze 1997.

Iannaccone N., Colombo F., Adolescenza, violenza e bullismo: linee-guida per la programmazione di interventi preventivi. Consigli per gli studenti, in Pellai A., Bonicelli S. (a c. di), Just do it! I comportamenti a rischio in adolescenza. Manuale di prevenzione per scuola e famiglia, Franco Angeli, Milano 2002, pp. 146-151.

Iannaccone N., Colombo F., Bullismo. Una risorsa per la classe, in Sacchi D. (a c. di), Apprendisti adulti, McGraw-Hill, Milano 2003.

Menesini E., Bullismo – Che fare? Prevenzione e strategie d’intervento nella scuola, Giunti, Firenze 2000.

Olweus D., Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze 1996.

Sharps S., Smith P.K., Bulli e prepotenti nella scuola, Erickson, Trento 1995