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Partire
da dove si è
Strategia autobiografiche in
classe
di
Maria Vezzoli*
La
vita non è quella che si è vissuta,
ma
quella che si ricorda
e
come la si ricorda per raccontarla
Gabriel
Garcìa Màrquez, Scrivere per raccontarla, 2002
La mia storia con le
autobiografie
Ho incontrato Duccio Demetrio nei primi anni Novanta,
prima attraverso i suoi scritti, segnalati da una formatrice
lungimirante, Maria Luisa Bargero, allora preside di “Rinascita” a
Milano, poi l’ ho conosciuto di persona, nel corso di un’attività
di ricerca – azione, patrocinata dal Provveditorato di Bergamo, nel
‘97-’98, e condotta dallo stesso Demetrio: c’era una formazione
iniziale per noi insegnanti, poi si facevano alcune attività
autobiografiche con le classi, si riportavano le esperienze alla
supervisione dell’équipe dell’Università Statale di Milano,
un’esperienza ricca, importante per i docenti e per i ragazzi
coinvolti.
All’inizio ero un po’ scettica: avevo le solite
remore degli insegnanti, problemi di tempo, di programmi, di
prerequisiti. Insegnavo in un Istituto tecnico di buon livello: si
lavorava bene, molta apertura, sperimentazioni vissute davvero con
entusiasmo e spirito di ricerca. Avevo partecipato a
molti corsi, facevo da tempo formazione degli insegnanti con
l’OPPI di Milano. Avevo portato avanti, con un gruppo di colleghi,
docenti e formatori, un bel lavoro di ricerca, guidata da Raoul
Gagliardi, dell’Università di Ginevra, sulla didattica del “partire
da dove si è”, raccogliendo, studiando e utilizzando nel quotidiano
scolastico le rappresentazioni mentali degli allievi… che cosa si
poteva fare di più?
Si poteva: da quell’ormai storico 1997 sono
diventata una fiera sostenitrice delle attività autobiografiche,
frequento con assiduità i corsi e i seminari promossi e gestiti da
Demetrio, porto le strategie autobiografiche nelle scuole in cui lavoro
come formatrice e, devo dire, ho avuto ottimi riscontri da allievi e
docenti. Ottimi riscontri
non vuol dire che con le strategie autobiografiche si risolvano i
problemi della scuola e dei nostri allievi, non siamo a questi livelli
di onnipotenza…però…
Autobiografie: perché
funzionano
…però far richiamare alla memoria di ciascuno le
proprie storie di vita, di pensiero, di apprendimento, utilizzando
opportune e specifiche strategie, aiuta i ragazzi ad apprendere intorno
a se stessi, a mettere insieme il disegno della propria esistenza,
dandole un senso, scoprendo l’importanza del passato nella costruzione
dell’identità e nella proiezione verso il futuro.
Ecco quindi un recupero di autostima e di
autoefficacia1: i ragazzi scoprono che
hanno un valore, che possiedono competenze di cui sovente essi
stessi non sono consapevoli e che la conoscenza di sé aiuta nel
rapporto con gli altri. Chi racconta è protagonista che non subisce
ma costruisce il processo formativo che gli appartiene. Quando
poi alcune parti del racconto di sé vengono condivise in piccoli gruppi
di allievi, senza troppe interferenze adulte, vi è una forte spinta ad
andare oltre l’egocentrismo giovanile, ad accettare e riconoscere l’
altro come portatore di saperi ed esperienze, a superare i conflitti, a
costruire quindi un gruppo di apprendimento forte e produttivo nella
ricchezza delle diversità che lo denotano.
I ragazzi attivano processi di metacognizione e
capacità di autovalutazione, possono essere aiutati a riconoscere le
proprie conoscenze e le modalità di apprendimento, i propri limiti e
potenzialità, di cui spesso essi stessi non hanno coscienza. Tutto ciò
aiuta a ridar vita a quel fantasma tanto spesso vagheggiato che è la
motivazione.
Usare strategie autobiografiche, poi, sostiene non
poco gli insegnanti nel loro lavoro, non solo migliorando la conoscenza
di sé come insegnanti e come adulti, ma facilitando la scoperta di
modalità/forme/ricchezze del pensiero giovanile: permette insomma di
avvicinarsi ai ragazzi con un’ottica diversa, di
dimostrare che la scuola si interessa a loro, aiutandoli a
mettersi in contatto con se stessi attraverso la memoria.
In pratica, che cosa si
fa? e come si fa?
Esistono diversi modi di fare didattica
autobiografica e un insegnante, una volta assorbitane la
“filosofia”, ne può creare continuamente di nuovi. Si possono fare
attività autobiografiche sia dentro lo svolgimento delle materie
scolastiche sia accanto, con particolari progetti da affiancare al
percorso disciplinare.
Dentro: si tratta di far svolgere agli allievi
compiti, anche giocosi, durante i quali richiamano alla mente un loro
personale vissuto scolastico con una determinata materia, contenuto,
attività.
Accanto: si organizzano momenti in cui, in una
situazione di serenità e in assenza di valutazione, i ragazzi rievocano
individualmente storie della
loro vita, guardando insieme eventi ed esperienze, aspetti cognitivi,
aspetti emotivi…
In entrambi i casi la rievocazione sarà fatta
tramite un disegno o un breve scritto (anonimo: i ragazzi contrassegnano
con uno pseudonimo o un logo personale).
Quello che accade dopo è strettamente legato al tipo
di attività, agli scopi prefissati, al gruppo o alla classe con cui
abbiamo a che fare. È possibile lasciare ciascuno libero di riflettere
su quanto scritto, disegnato, magari rivelando, se vuole, alcune
parole-chiave, o elementi particolari.
È spesso agevole e vantaggioso far sì che, a
gruppetti, i ragazzi si confrontino tra loro, raccontando, discutendo,
così che, in un secondo momento, protetti dall’anonimato del gruppo,
possano riportare alla classe (o gruppo allargato) riflessioni, pensieri
e modalità di pensiero, storie di vita. Questa fase non è sempre
possibile, soprattutto alle prime battute, ma poi assai di frequente
viene promossa dai ragazzi stessi, e diventa palestra di confronto e
condivisione, con la costruzione di un
vero e proprio sapere culturale ed emotivo del gruppo.
Per affrontare tutto ciò senza timori ed esitazioni
però un insegnante non può andare allo sbaraglio, rischiando ansie e
fallimenti. È necessario fare un’iniziale esperienza
autobiografica con l’aiuto di un esperto, e poi partire in punta di
piedi, proponendo agli allievi esercizi collaudati, anche qui contando
sull’aiuto di un esperto, che possa svolgere ruolo di consulente e di
supervisore.
L’esperto non si limiterà a proporre e far provare
esercizi e a fornire un
inquadramento teorico, ma avrà soprattutto il compito di sostenere gli
insegnanti nel lavoro, abituandoli a intervenire poco, accogliere,
valorizzare, lasciare liberi i ragazzi di esprimersi, tacere, non
valutare, non consigliare, non indirizzare, limitarsi a coordinare. Gli
insegnanti, infatti, per loro caratteristica professionale, sono sovente
abituati a “guidare” e a limitare gli spazi di libera espressione
degli studenti.
Qui di seguito racconterò per esteso un esercizio,
dal cui resoconto si potranno cogliere indicazioni per svolgere attività
autobiografiche, e accennerò ad alcuni altri. Molti altri ancora si
trovano nel kit indicato in bibliografia e poi, con l’esperienza, se
ne può inventare davvero a bizzeffe, su misura per ogni situazione,
tanto per gli allievi quanto per il docente.
Un semplice “mi
ricordo”: racconto di un’esperienza
È un esercizio di base, utile in molte situazioni:
nell’accoglienza, nel lavorio paziente per amalgamare le classi
“difficili”, ma anche nell’orientamento e in molte altre
occasioni. Può richiedere un tempo che va dalla mezz’ora alle due e
più ore, a seconda dell’obiettivo che ci si prefigge. In fase di
accoglienza, per esempio, può sostituire le tradizionali attività di
“reciproca presentazione” tra i ragazzi.
Riporto qui di seguito parte del resoconto di
un’esperienza reale, fatta in una seconda superiore di un Istituto
tecnico di una cittadina lombarda. La classe è, in un certo senso,
“neonata” dalla fusione di classi preesistenti, con l’aggiunta di
ripetenti e “raccogliticci”: quindi non solo una classe pressoché
nuova, ma anche una classe che nasce difficile.
Nel resoconto vengono distinti un prima, un durante,
un dopo e vengono proposte alcune osservazioni finali.
Prima
L’insegnante che gestisce l’attività avvisa
ragazzi che “oggi” ci sarà un’attività un po’ particolare, di
tipo “autobiografico”, che aiuta, attraverso un recupero individuale
di memoria, a costruire un gruppo classe più amalgamato, più sereno
“non per farvi diventare obbligatoriamente grandi amici, ma per farvi
star meglio insieme”. Qualcuno fa domande, chi non aveva ascoltato
l’incipit (accade spesso) chiede che cosa “si deve” fare.
L’insegnante coglie subito l’occasione per dire che oggi non è la
giornata del “si deve” ma semmai la giornata del “si può”.
Serpeggia una certa curiosità. L’insegnante taglia corto e
consegna ai ragazzi un foglio bianco, fa scrivere “mi
ricordo...”, invita gli allievi a guardarsi un po’ dentro, frugare
nella memoria, scrivere direttamente “con il pensiero”, fluidamente,
senza preoccuparsi, a lasciarsi andare un po’ e, soprattutto, a non
aver ansie e paura di essere valutati. Quali ricordi? quelli che
vogliono, i primi che vengono in mente, di scuola o non di scuola, da
piccoli e da grandi. Li tranquillizza ulteriormente comunicando con
chiarezza che nessuno sarà obbligato a leggere: il foglio resterà
sempre di esclusiva proprietà di chi l’ ha scritto.
“Ma è
il gioco della verità?” dice una ragazza. La risposta è “come
volete: tanto state parlando con voi stessi…”
Durante
I ragazzi si guardano in giro, manifestano una certa
perplessità. Si sente una voce canticchiare “mi ricordo montagne
verdi…”, qualcuno chiede “che roba è?” “roba vecchia, la
canta mia mamma” risponde l’improvvisato cantante; seguono alcune
risate, poi le teste si abbassano cominciano a scrivere: c’è
silenzio, persino raccoglimento. Dopo una decina di minuti
l’insegnante dà lo stop. Alzano la testa, sembrano perplessi.
Qualcuno bofonchia che non ha finito, un ragazzo dice “già? Peccato,
cominciavo a divertirmi”.
L’insegnante invita i ragazzi a formare gruppetti
spontanei e a raccontarsi tra loro qualcosa di quanto hanno scritto, se
vogliono. Chi preferisce star
per conto suo, può farlo, rileggere quanto scritto, aggiungere
qualcosa, sottolineare parole che gli sembrino particolarmente
significative. Formano tutti gruppetti o coppie. L’insegnante invita a
tenere le voci basse per non disturbarsi. Dopo una ventina di minuti,
stop. Sono un po’ seccati, vorrebbero continuare a chiacchierare tra
loro. In alcuni gruppi si scambiano i foglietti. Si concedono ancora
dieci minuti: flessibilità autobiografica…
Dopo
L’insegnante fa alcune domande: come siete stati,
era bello o sgradevole ricordare e scrivere “veloce” ?
Qualcuno dice: “mi è venuto da ridere
ricordando”. Subito un contrappunto: “mi sono arrabbiato
ricordando”. Nel complesso scrivere non è stato affatto sgradevole,
solo, per alcuni, un po’ di fatica a partire.
L’insegnante riprende la parola: “Qualcuno vuol
parlare di un ricordo, suo o di altri, o di qualche parola particolare?
Come è stato scelto il ricordo, proprio“quello?”
Parla solo chi vuole, nessuno viene obbligato né
incalzato.
Una breve esitazione, qualche momento di silenzio.
L’insegnante aspetta, si guarda intorno sorridendo, ma tace. Una
ragazza rompe il silenzio: “perché è la cosa più importante, è
sempre lì”, e subito altri si aggiungono… presto è necessario
coordinare gli interventi.
Quando un ragazzo dice “guardo le facce che mi
stanno intorno e mi viene in mente...” altri si aggiungono: c’’è
un’inattesa consapevolezza del proprio essere più o meno legati al
contesto. L’insegnante approfitta per lanciare, in maniera soft,
qualche informazione sulle strategie individuali del ricordare e sugli
stili cognitivi: alcuni ricordi sono più influenzati dal contesto,
altri meno, così come anche le persone sono più o meno dipendenti dal
contesto.
E parlare con i compagni, in gruppetti? È un momento
nel complesso vissuto con piacere, molti dicono di essersi sentiti
liberi, senza timore di giudizio da parte degli altri. E poi “ho
scoperto delle cose che non sapevo, che anch’io ho provato.”
Accade un imprevisto: entra, per sbaglio, il
professore di Lettere, un po’ temuto ma abbastanza colloquiale. Alcuni
ragazzi lo invitano:
“Si
fermi, prof., lo faccia anche lei…”
“Che
cosa?”
“Ma
il “mi ricordo!”
“Che
cosa?”
Tutta la classe insorge, decisa a coinvolgerlo nel
gioco: gli spiegano che cosa deve fare, chiaramente partecipi e
divertiti. Il professore pone una domanda analoga ad una fatta
precedentemente anche dai ragazzi : “ devo scrivere un solo ricordo o
anche più di uno?” I ragazzi rispondono da esperti.
Mentre anche il prof. scrive il suo “mi ricordo”
riprendono a raccontarsi. Qualcuno vuol leggere un racconto del suo
gruppo, autore permettendo?
Confabulano brevemente, si alzano parecchie mani.
Dopo un paio di letture gli autori si rivelano spontaneamente. E
parecchi chiedono di leggere direttamente il proprio. C’è di tutto un
po’: le bravate all’asilo; una gita scolastica in terza media, in
cui si è potuto “assaporare il piacere della libertà”; un grande
amore finito che ha fatto “capire la differenza tra amare e voler
bene”; la prima sbronza e la prima sigaretta; una paura superata con
l’aiuto degli amici; una vittoria o una sconfitta nello sport. La
condivisione è forte, l’interesse reciproco è vivace.
A gran voce si chiede al prof. di Lettere di leggere
il suo racconto: accetta,
lamentando di non aver potuto continuare a scrivere perché il tempo era
scaduto. Mentre legge, il silenzio e l’ascolto si possono quasi
toccare. È il racconto di una gita in montagna col nipotino.
Nel racconto i ragazzi rilevano, con profondità
inattesa, il “rimescolarsi” tra episodi ed emozioni, la proiezione
verso il futuro, colta nel desiderio di ripetere con le figlie
l’esperienza narrata. “Il battito d’ali di un corvo”,
citato alla fine, “non è un episodio: è, soprattutto,
un’emozione” dice una ragazza. Qualcuno generalizza dicendo che
“le emozioni possono derivare dai fatti e i fatti possono derivare
dalle emozioni”. Altri afferma che nei racconti i fatti e le emozioni
“si rincorrono, si fondono senza distinzioni”.
Discutendo, convengono che un testo non è mai né
del tutto emozioni né del tutto fatti. L’insegnante ci mette lo
zampino, facendo emergere che anche nei testi più rigorosamente
“scientifici” non vi è mai completa oggettività, le emozioni sono
sempre presenti e influenti.
Il ricordo, dicono, è legato alle emozioni, e se si
raccontano fatti è perché questi hanno suscitato emozioni. Gli
insegnanti suggeriscono di tenere ben presente ciò, anche
nell’apprendimento, nel ricordare scolastico. L’argomento scivola
sul rapporto tra studio ed emozioni. Molti gli interventi. Alla domanda
di un insegnante se “esiste per qualcuno un piacere legato alle cose
che si studiano, all’impadronirsi di nuovi concetti”, solo due
ragazze rispondono positivamente.
La maggior parte dei ragazzi si dichiara convinto che
semmai il piacere si ritrova nelle letture extrascolastiche.
Un’allieva riferisce, con ampio consenso dei compagni, che
certe lezioni di scienze fatte lo scorso anno per prati e boschi
sono state davvero piacevoli, e che ben se le ricorda. Altri ragazzi
sottolineano che non tutto si può fare così. A questo punto si parla
un po’ delle possibilità che l’autonomia scolastica potrebbe
offrire per rendere più piacevoli le lezioni: per esempio fare corsi
intensivi, raggruppando le ore, permetterebbe di
approfondire di più, di “immergersi” negli argomenti,
sentirli più vicini e interessanti….
Sono passate due ore: i ragazzi hanno imparato su se
stessi, hanno interagito tra loro e con i professori. La classe con i
suoi insegnanti sta rinascendo su nuove basi….
Osservazioni finali
I ragazzi hanno ben accettato il lavoro proposto, che
consente tra l’altro molti agganci e approfondimenti
relativi all’attività scolastica e alle sue problematiche
ricorrenti. Durante il compito autobiografico e negli istanti
immediatamente successivi i ragazzi mostrano buone capacità di
raccoglimento e notevole serietà.
Rispetto al momento autobiografico, caratterizzato da
centratura su di sé, nelle discussioni si tende, a volte, a produrre
generalizzazioni: l’individualità più intima fa i conti con il
gruppo classe. È stato assai positivo il ruolo del professore che “ha
giocato” e si è anche messo in gioco con i ragazzi.
È importante che i docenti dirigano i loro sforzi
soprattutto sul far emergere, ascoltare, lasciar interagire,
intervenendo solo con piccoli input significativi. È importante che
l’insegnante che conduce si presenti agli studenti organizzato e
sicuro, infondendo così fiducia nel valore del lavoro che si ha da
fare.
E il finale - finale? Beh, i ragazzi hanno voluto
trascrivere i loro racconti con il computer su fogli
contrassegnati da un logo e ritagliati in forme diverse e ne
hanno fatto un collage da appendere in classe con il titolo: “Il
ritratto della seconda A”. Riconoscersi come gruppo attraverso le
diverse storie individuali di ciascuno non è cosa da poco.
Nell’insegnamento
disciplinare, per creare un aggancio individuale
Ecco ancora alcuni input, sperimentati, utili per
promuovere una sorta di autobiografia scolastica o anche
“disciplinare”, utilizzare all’inizio dell’anno, per una
disciplina nuova, o una disciplina nota con un nuovo insegnante, oppure
durante l’anno quando si dà inizio a un argomento. Le regole sono
quelle già emerse: anonimato, atmosfera non valutativa, momenti di
conversazione nel gruppo dei pari… Gli esempi riportati sinteticamente
provengono da esperienze fatte in diversi corsi delle scuole superiori.
I ragazzi raccontano storie non solo interessanti e spesso divertenti,
ma utilissime per sostenere, indirizzare e agevolare il lavoro degli
insegnanti. Ne emerge con chiarezza che per i ragazzi il ritrovare nella
quotidianità le “cose” studiate a scuola legittima e fa capire il
senso delle discipline scolastiche e che determinati argomenti si
prestano più di altri a fornire un forte appiglio individuale.
Ti è mai capitato di pensare: che bello ritrovare
quei concetti di …. anche fuori dalla scuola? racconta… I concetti
che i ragazzi citano più di frequente sono quelli di Scienze, legati
alla salute, all’alimentazione, alla sessualità. C’è chi cita la
passeggiata in montagna, in cui ha scoperto che le carte topografiche
servono davvero. Citata con frequenza è la Filosofia, un po’ meno la
Storia, riconosciute come valide a capire comportamenti umani, eventi
politici e persino luoghi d’arte. Negli istituti psicopedagogici
emerge la Pedagogia (il fratellino, il nipotino…); molto presenti le
materie giuridiche ed economiche, legate
a numerose operazioni della vita quotidiana. Le materie letterarie
vengono salvate soprattutto grazie alla poesia, assai gettonata,
improvvisamente capita e anche di aiuto nei passaggi cruciali
dell’esistenza (lutti, dispiaceri…) e in momenti importanti della
vita sentimentale: “Quella noia del Petrarca mi è venuto fuori
proprio bello quando sono andato alle cascate con la mia ragazza”….
Quando mi metto a studiare Storia… Troppo spesso
emerge la noia, l’idea di sequenze di fatti senza senso; interessa un
po’ di pettegolezzo, magari sulle abitudini un po’ “osé” degli
antichi romani o sulla vita di illustri personaggi: “Mi interessa
sapere come vivevano, e scoprire le loro debolezze, che erano come
noi… però i libri sono tremendi”
Quando ti sembra che la tua intelligenza fallisca?
Molto spesso, dicono i ragazzi. A scuola il non capire un compito, un
problema. Il fallimento è legato anche
a incomprensioni relazionali, a scuola e fuori, con i docenti, i
compagni, gli amici, i genitori…
Devo fare un esercizio di matematica… come si muove
il mio pensiero? Ci sono descrizioni rivelatrici di stili cognitivi
specifici: globale o analitico, sistematico o intuitivo, impulsivo o
riflessivo, visivo o auditivo. Spesso emergono stupefacenti capacità di
riflettere sulle modalità del proprio pensiero.
Io e la Chimica – La chimica, spesso mal proposta
come un bagaglio di astruse teorie, gode cattiva fama presso la maggior
parte degli allievi. Si possono ricavare indicazioni didattiche a
bizzeffe.
Ricordi un momento particolare in cui è stato bello
imparare qualcosa di…? I ragazzi parlano spesso di cose “utili”,
legate alla quotidianità, dal funzionamento del motore alla prevenzione
dell’AIDS. E poi, ancora una volta, c’è la poesia che aiuta a
“sognare un mondo più bello”; a “dare serenità”, a “pensare
ai miei affetti”.
Concludendo,
autobiograficamente e con un messaggio al maestro…
Come si vede, quando parlo di autobiografie parto e
non la finisco più. La
colpa è certo mia, ma anche di Duccio Demetrio che ha sparso il
contagio autobiografico.
Spero che non inorridisca, se ho strumentalizzato
forse un po’ troppole autobiografie ai fini scolastici. Ma a scuola
funziona davvero.
Nel mio cuore, e nei momenti importanti della mia
vita, continuo a coltivare l’autobiografia a un livello personale, più
puro. Oso sperare, e ho buone ragioni per farlo, che anche qualcuno dei
ragazzi, che hanno cominciato a scuola, prima o poi.
Altri materiali
esemplificativi si possono scaricare al sito www.rivistapragma.it
1 Secondo Albert Bandura,
è la stima che l’individuo fa delle proprie abilità di
riuscire in un determinato compito e riguarda specificatamente la
convinzione di poter aver successo in una determinata situazione. Ad un
più alto senso di autoefficacia corrisponde una maggiore probabilità
di riuscire.
·
a Maria Vezzoli, di cui abbiamo già pubblicato una
sintetica presentazione (cfr. n. 23-24 di PRAGMA a pag. 28-31), dobbiamo
anche qui una doverosa “errata corrige” al suo cognome che è
Vezzoli e non Vezzosi.
Bibliografia
VV Insegnare/apprendere: le rappresentazioni mentali,
OPPI, 1994
Bandura A., Autoefficacia, Erikson, 2000
Chesi M.L., Colombo M.L., Vezzoli M.,Zucca A., La
didattica modulare - dossier in Scuolainsieme -n.3/2002 La tecnica della
scuola, 2002
De Beni, Pazzaglia, Molin, Zamperlin Psicologia
cognitiva dell’apprendimento, Erickson, 2001
De la Garanderie A., I
profili pedagogici, La Nuova Italia, 1991
Demetrio D.,Favaro G., Didattica interculturale,
FrancoAngeli, 2002
Demetrio D., Per una
didattica dell’intelligenza, FrancoAngeli, 1995
Demetrio D., Il gioco della vita, (kit
autobiografico) Guerini, 1997
Demetrio D., Ricordare a
Scuola, Laterza, 2003
Demetrio D., Autoanalisi per non pazienti, Raffaello
Cortina, 2003
Gardner H., Sapere per
comprendere, Feltrinelli, 1999
Guido C., Mondelli G, Didattica e metacognizione,
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A. Miller Alice, Il dramma del bambino dotato, (riscrittura)
Bollati Borighieri, 1999
Perticari P., Attesi
imprevisti, Bollati Borighieri, 1996
Vatzlawick P., Il linguaggio del cambiamento,
Feltrinelli, 1994
Vezzoli M., Storie di conoscenza e di emozioni con la
chimica, ovvero: le autobiografie cognitive degli insegnanti – in
Chimica Nella Scuola, n.5 /3, Società Chimica Italiana, 2003 |
    
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