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Intervista
a due educatori di comunità
Il disagio adolescenziale a
scuola
a
cura di Isabella Pellicanò
Molti si stanno domandando che attenzione le scuole
pongano oggi al disagio giovanile, un’area quanto mai vasta e che
richiede, oltre a particolari cure, professionalità elevata. Per
riuscire ad avere indicazioni utili a definire i contorni della
situazione - anche se limitatamente alla realtà della città di Milano
- abbiamo contattato Dario Anzani, educatore della Cooperativa sociale
Comunità del Giambellino - Centro Diurno, che da anni si occupa di
interventi sui minori a rischio e di collaborazioni educative
nelle scuole di un territorio piuttosto vasto della periferia sud
ovest, e Francesco Negro, educatore della Cooperativa sociale La
Cordata, che gestisce varie attività di assistenza tra cui una casa di
accoglienza per minori a rischio. Il quadro che ne esce è davvero
preoccupante e impietoso nei confronti di una scuola che appare sempre
più staccata dai problemi reali e a volte proiettata in un’ottica di
“marketing” per avere iscrizioni numerose e “di prestigio”. Le
domande che abbiamo posto riguardavano gli eventuali cambiamenti della
scuola come istituzione e dei singoli istituti nei confronti
dell’attuale realtà sociale e delle eventuali nuove problematiche
emerse negli ultimi anni.
Dario Anzani ha svolto un’ampia disamina alla luce
degli oltre trecento interventi attuati dalla Cooperativa nell’ultimo
quinquennio, sia nelle scuole medie, sia in istituti superiori di
indirizzo liceale e professionale, ed ha posto l’accento
sull’attuale enorme aumento della dispersione, soprattutto nella
scuola media. In realtà si fa sempre meno per attivare progetti volti
al recupero della motivazione sia per l’oggettiva mancanza di risorse
umane sia per lo spostamento di quelle esistenti su obiettivi che
possano rendere di più in termini di “immagine”. I consigli di
classe appaiono sempre più esautorati e meno efficaci negli interventi,
quando non totalmente scollati al proprio interno; l’utenza marginale
è giudicata scomoda e assorbente e quindi risulta molto più facile
espellere che integrare. D’altra parte è della scorsa primavera una
inchiesta apparsa sui principali quotidiani cittadini che raccontava di
scuole del centro storico prese d’assalto dalle famiglie della prima
periferia per iscrivere i figli in classi “scelte”, con pochi casi
problematici e in grado quindi di garantire una maggiore attenzione ai
contenuti. Va notato che le stesse scuole della periferia erano al
completo fino a un paio di anni fa .
Viene ovvia la domanda «Come mai?» e la
prima risposta è senza ombra di dubbio quella fornita da Anzani.
«Non si investe più nel recupero» e, aggiungiamo noi, si è persa di
vista la funzione principale della scuola che è quella educativa,
ritenuta oggi troppo onerosa. Ma una scuola che non educa a che cosa è
ridotta? «A fare marketing sul POF» ribatte Anzani, «a costruirsi
un’immagine gradevole che invogli i genitori a iscrivere i figli, non
importa con quale progettualità reale. Questa scuola si è dimenticata
le buone pratiche fino a poco tempo fa ancora attuate e a vantaggio di
tutta l’utenza. Gli interventi svolti dalla Cooperativa negli anni
passati miravano infatti a coinvolgere il maggior numero possibile di
docenti e a sensibilizzarli sul problema del disagio giovanile
affrontando così la tematica della costruzione del gruppo classe e
dello spazio relazionale. Purtroppo però il numero dei docenti
sensibili non si è accresciuto e anzi ultimamente la scuola è apparsa
via via più autoreferenziale e chiusa al proprio interno, così le
attività proposte si sono sfilacciate e sono diventate episodiche.
Tutto ciò ha pregiudicato nuovi interventi della Cooperativa che ha
indirizzato le proprie risorse educative su progetti di strada o
limitati alle scuole medie più a rischio.
«Molti insegnanti della vecchia guardia sono andati
in pensione, i nuovi sono molto tecnici e meno attenti alle
problematiche dei singoli allievi» ci dice Negro, «così i ragazzi
problematici si trovano a dover affrontare in solitudine un percorso
subito disagevole, che li spinge verso la Formazione professionale, non
sempre all’altezza di questo compito così oneroso». Non tutti i
centri infatti sono pronti a lavorare insieme agli educatori, mancano
strutture in grado di aiutare l’orientamento di soggetti che
necessitano di attenzioni particolari, che non possono permettersi il
lusso di sbagliare ancora e quindi avrebbero bisogno di supporti che
oggi mancano del tutto. «C’è un vuoto nell’ambito
dell’orientamento e una forte carenza di informazioni sui corsi di
formazione gestiti da enti privati che usufruiscono dei Fondi europei,
le strutture pubbliche appaiono poco presenti e spesso disorganizzate e
farraginose negli interventi.»
Insomma il quadro mostra una grande difficoltà di
gestione di risorse che, seppure presenti, non riescono a offrire
servizi in tempi ragionevoli. E quando finalmente i ragazzi approdano
alla scuola superiore di qualsiasi tipo, a volte non riescono a trovare
quella attenzione che potrebbe, in molti casi, consentire loro di
ottenere risultati apprezzabili. La scuola di oggi molto spesso non si
fa carico dei giovani affidatile, i lunghi periodi di assenza non
vengono rimarcati e comunicati alle strutture di accoglienza, rendendo
così più difficile il compito di rimotivazione e di controllo della
dispersione che svolgono gli educatori. Il panorama che offre la scuola
è quello di un luogo di disagio condiviso da docenti spesso frustrati e
adolescenti in difficoltà. Non è difficile quindi comprendere perché
vi sia un “turn over” particolarmente alto dei docenti
dell’Istruzione professionale, dove confluisce l’utenza portatrice
di maggiori problemi e dove stanno approdando sempre più stranieri per
i quali si stanziano sempre meno risorse o esistono solamente interventi
episodici.
Anzani ci informa a questo proposito di un progetto
in atto tra la Comunità del Giambellino, il Comune di Milano e
l’Università Bicocca e in cui si prevede l’utilizzo di volontari e
tirocinanti della facoltà di Scienze dell’Educazione per
l’integrazione di ragazzi stranieri, che vengono aiutati
nell’acquisizione della lingua e nell’inserimento sociale. Un
intervento simile ci appare particolarmente interessante ed esportabile,
anche se non sempre possibile in quanto utilizza sinergie particolari,
ma forse varrebbe la pena di ripensarlo adattandolo alle singole realtà.
Rappresenta senza dubbio un esempio innovativo di valore che cerca di
superare l’impasse in cui la scuola si è trovata oggi rispetto al
problema dell’integrazione degli stranieri, attuabile con sempre
maggiori difficoltà data la mancanza di risorse in tal senso. Aggiunge
Negro che ultimamente, tutto viene demandato al privato sociale dietro
il quale può nascondersi a volte un vero e proprio “business”.
Ma, ci chiediamo noi, non erano più efficaci, oltre
che più economici molti degli interventi sul disagio praticati nel
passato? Non sarebbe stato meglio razionalizzarli e ottimizzarli,
eventualmente costruendo dei veri protocolli da utilizzare nelle varie
realtà, come si era ad esempio tentato con il Progetto Giano1 ? Per
quale motivo le scuole sono state escluse dai finanziamenti europei a
tutto vantaggio di altre strutture? Sembra che oggi “privato” sia più
bello e che si debba necessariamente far piazza pulita delle vecchie
esperienze, in nome di un rinnovamento antipassatista. Ma chi rinnega la
propria storia, a volte è proprio colui che si getta a capofitto
nell’ignoto, con tutti i rischi e le conseguenze negative del caso.
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