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Dalla parte dello psicologo: come gli adolescenti vedono la scuola

di Giuseppe Pellizzari*

Durante l’adolescenza in un periodo relativamente breve avvengono profondi cambiamenti irreversibili. Vi è un aumento corporeo significativo (i figli diventano grandi come e più dei loro genitori), giunge a maturazione lo sviluppo sessuale (i genitori non detengono più il monopolio della sessualità), si compie una trasformazione delle capacità cognitive (i genitori non detengono più il monopolio del pensiero e del sapere). In altre parole si estingue rapidamente e definitivamente la differenza adulto/infantile che aveva strutturato il periodo dell’infanzia e della preadolescenza.

Una conseguenza di tale processo è che l’autorità degli adulti non si può più fondare sul potere naturale. Durante l’infanzia la parola dei genitori era vera perché dei genitori, i loro ordini erano temuti perché i genitori erano “i grandi”, vale a dire i più sapienti e i più forti. Nell’adolescenza l’autorità ha bisogno di altri fondamenti, che riguardano il pensiero e l’etica, non il potere. E se questo non avviene è un guaio. Se un genitore rimprovera un bambino spesso si sente rispondere: “Sei cattivo!”, se invece si tratta di un adolescente la protesta è: “Non è giusto!”. Quest’ultima affermazione segnala l’appello ad una legge astratta, che prescinde dalle caratteristiche del singolo individuo, ma che deve valere per tutti. Ciò rende le cose più difficili per gli adulti, che sono chiamati a rifondare la loro autorità. Non a caso nell’antichità i riti iniziatici costituivano l’occasione di una rifondazione della società nel suo complesso secondo una simbologia di morte e rinascita, dal momento che l’adolescente veniva percepito come una minaccia per l’intero vivere civile.

Capita di frequente di vedere genitori che, dopo aver concesso ai figli tutto quello che volevano durante l’infanzia, improvvisamente vorrebbero imporre la loro autorità ai figli divenuti adolescenti insofferenti e provocatori con conseguenze ben immaginabili.

Occorre tuttavia sottolineare che l’affrancamento dai legami infantili e l’acquisizione di nuovi poteri da parte degli adolescenti non avviene certo senza dolore. Il conflitto e il confronto, anche duro, con i genitori e gli adulti è non solo una difficoltà, ma un’occasione formativa che, troppo spesso, si cerca di eludere attraverso una complicità falsamente protettiva. La messa in discussione dell’autorità attraverso il confronto con gli adulti ed i pari è un passaggio indispensabile per accedere ad una vera maturità personale e non può avvenire senza un processo che richiede tempo e capacità di elaborazione.

Ci si può chiedere quale sia l’apporto che la scuola può dare a tale difficile processo.

Sicuramente la scuola rappresenta una sorta di test di realtà per l’adolescente. Infatti essa costituisce un ambiente più ampio e complesso di quello familiare, un ambiente cioè dove ci si incontra con adulti diversi non solo dai genitori, ma anche tra di loro, con opinioni diverse e a volte contrastanti, e contemporaneamente con compagni altrettanto diversi socialmente, culturalmente e sessualmente. Un ambiente inoltre che comporta un confronto permanente e una serie di prove attinenti alla valutazione individuale. In breve: un ambiente conflittuale e selettivo. Non a caso, io credo, si parla di “mortalità” scolastica per definire gli abbandoni prematuri. Fa parte comunque del naturale processo di separazione e individuazione il passaggio attraverso questo test impegnativo. In tal senso le gravi difficoltà scolastiche sono spesso il segnale di un disagio e di una inadeguatezza da non sottovalutare piuttosto che l’espressione di una pigrizia o di uno scarso impegno.

Tuttavia la scuola non può identificarsi con una funzione puramente “darwiniana” dal momento che, per definizione, deve rappresentare il ponte tra la famiglia e la realtà sociale, deve cioè svolgere una funzione educativa prima ancora che selettiva. In tal senso essa funziona, nel bene e nel male, da contenitore socioculturale del fisiologico disagio giovanile. Sottolineo naturalmente il termine “fisiologico” per indicare la differenza rispetto, per esempio, alle comunità per adolescenti, ma insisto sulla necessità della scuola di esercitare una funzione di tolleranza e di contenimento delle tensioni che inevitabilmente e giustamente gli adolescenti esprimono. Le scuole “modello” per studenti “modello” sono ghetti per disadattati di lusso. L’ideale di una scuola priva di conflitti è un ideale perverso, semmai la scuola ideale è proprio quella capace di tollerare creativamente i conflitti.

A questo proposito vorrei suggerire che, pur augurandomi un progresso in senso realmente democratico, non credo nella scuola ideale. La scuola infatti, come la famiglia, per sua natura non sarà mai perfetta; conterrà sempre una certa dose di ingiustizia, di distruttività, proprio perché rappresentativa della realtà che, come sappiamo, è un complesso impasto di bene e di male. Le scuole peggiori, come le peggiori famiglie, sono quelle che pretendono di eliminare l’imperfezione senza riuscire a tollerarne la dolorosa fecondità.

Nella mia pratica clinica con gli adolescenti l’ambiente scolastico, a differenza di quel che si può credere, non appare particolarmente investito (di aspettative, di ansie, di affetti), anzi appare come piuttosto anonimo e scarsamente caratterizzato né in senso positivo, né in senso negativo, è piuttosto uno sfondo quotidiano, uno scenario fisso per le vicende affettive del singolo ragazzo. Tuttavia, anche se poco appariscente, è importante appunto come scenario sociale che fa da contraltare allo scenario interiore, a volte in opposizione, a volte in risonanza, a volte addirittura escluso come un altrove estraneo e indifferente. La vita di un adolescente si svolge, in buona parte, nella scuola, ma non ha la scuola come oggetto privilegiato di investimento. I genitori vengono assai di frequente descritti come preoccupati solo del rendimento scolastico considerato come il segno esclusivo del valore dei figli, che si sentono così lontanissimi dalle capacità di comprensione dei loro genitori, come se vivessero su un altro pianeta. Credo comunque che questa tendenza a relegare l’ambiente scolastico su uno sfondo un po’ grigio, che mi sembra essere in aumento, oltre un certo limite, non sia una cosa positiva. Gli adolescenti, infatti, anche in questo caso, a differenza di quanto si può credere, si sentono precocemente responsabilizzati, privi di un sostegno e di un contenimento istituzionale (famiglia, scuola) sufficientemente forte, con la conseguenza di comportamenti pseudoadulti non maturati attraverso un vero processo di crescita, caratterizzati da una grande fragilità affettiva e da una preoccupante incapacità a progettarsi un futuro credibile e desiderabile. Una scuola anonima e priva di calore favorisce questo senso di stagnazione e di indifferenza.

Viceversa capita in certi casi di vedere l’importanza che assumono alcuni insegnanti capaci di dimostrare passione e calore umano nel rapporto, anche severo, con i ragazzi. Suscitano ambivalenze feroci, compaiono nei loro sogni, lasciano il segno insomma, ma si tratta di un segno tutto considerato positivo e di stimolo. Gli adolescenti hanno bisogno di incontrarsi e scontrarsi con figure di adulti, diversi dai genitori, che non abbiano abdicato dalla loro funzione di interlocutori autorevoli. Del resto chi di noi non ricorda nel campionario umano dei nostri prof. di un tempo qualcuno che ci è rimasto impresso, nel bene e magari anche nel male, come incontro significativo nella nostra esperienza di adolescenti? Ne La psicologia del ginnasiale del 1914 Siegmund Freud affermava: “… è difficile stabilire che cosa ci importasse di più, se avessimo più interesse per le scienze che ci venivano insegnate o per la persona dei nostri insegnanti. In ogni caso questi ultimi erano oggetto per tutti noi di un interesse sotterraneo continuo, e per molti la via delle scienze passava necessariamente per le persone dei professori”.

La scuola è un po’ come il teatro della commedia dell’arte, con le sue maschere: la prof. (di Matematica o di Greco, al solito) spietata e carogna che terrorizza la classe, quella che “sclera” e fa sceneggiate, il prof. (di Italiano o Filosofia, al solito) che vuole affascinare e sedurre, il tipo bizzarro dagli infiniti aneddoti e tanti altri, tutti caratterizzati dai loro tic, dalle loro frasi celebri che vengono ricordate a distanza di anni. Il guaio peggiore è quando invece la scuola diviene un luogo totalmente anonimo, una sorta di “non luogo” dove tutti passano, studenti e insegnanti, in modo frettoloso, distratto e frustrato senza lasciare segni di nessun tipo. Il teatro della scuola può diventare grottesco come in “Amarcord”, ma può costituire un luogo della memoria e dell’esperienza capace di dare forma narrativa ai vissuti così frammentari ed episodici degli adolescenti che rischiano di essere senza memoria e senza futuro, come la struttura unificante di una “sit comedy” dove ciascuno è protagonista alla ricerca di un suo “posto al sole”.   n

 


* psicoanalista, Società Psicoanalitica Italiana; consulente presso il “Progetto A”, centro di consultazione per adolescenti di S. Donato Milanese, via Martiri di Cefalonia 5, tel. 02-98115976,

http://www.reteadolescenza.it

 

Bibliografia

  • S. Freud, La psicologia del ginnasiale, 1914. In Opere, vol. VII, 478. Boringhieri, Torino.

  • Adolescenza terminata, adolescenza interminabile, Borla, Roma, 1987

  • C. Esposito (a cura di), Adolescenza: il trauma dell’età, l’età dei traumi, Borla, Roma, 2004