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Un'occasione di crescita per allievi e insegnanti
Apprendere da noi stessi a scuola
di Duccio Demetrio*
Scrivere la propria
vita: un’esperienza formativa
L’autobiografia, la ricostruzione mediante
scrittura della propria storia di vita (in forme frammentarie o
organiche) non è più un genere di pertinenza soltanto letteraria o
storica, anche l'educazione oggi se ne occupa. Del resto, e non da ieri,
le scienze sociali e antropologiche, psicologiche e psichiatriche
si rivolgono alle “scritture di sé” per indagare la natura
del soggetto, dell'individuo nella sua irriducibile unicità: per
scoprire nel racconto di chi cerca di rispecchiarsi nelle pagine di un
diario o di un memoriale quali siano state le sue esperienze di
crescita, nei loro momenti salienti, critici, formativi. Quali passaggi
esistenziali, quali risposte al compito di imparare a vivere e a
divenire adulti si siano mostrati più maturativi, insomma. Sempre in
ragione della valorizzazione di un punto di vista soggettivo, personale
e mai oggettivo.
La scrittura autobiografica infatti, se fornisce alle
scienze dati importanti per la ricostruzione di un’identità umana,
nondimeno è un’impresa dotata di ben altri valori e significati. Si
scrive per dire una verità che sarà sempre individuale; si tenta in
tal modo di affermare e rivendicare il diritto alla propria visione
delle cose, pur parziale, opinabile, soggettiva. Chiunque scriva di sé,
attingendo esclusivamente alla propria “materia” (come già diceva
Michel de Montaigne), con mezzi e stili mentali descrittivi, riflessivi,
valutativi ecc., elementari o raffinati, soprattutto si preoccupa di
mostrare (siano costui o costei già avvezzi o meno allo scrivere) che
ha vissuto: che ha visto, amato, sofferto, creduto, scoperto, lottato,
goduto della vita nelle sue più diverse manifestazioni. Ogni
autobiografo si accinge a tale impresa, non facile, spinto dal desiderio
di rendersi un po’ più visibile e comprensibile a se stesso, oppure
dal bisogno di far sapere ad altri quel che dalla vita ritiene di aver
imparato. In ogni caso, è la categoria di soggettività a dominare e a
creare qualche imbarazzo alle scienze o alle filosofie che perseguano
ancora verità definitive, per le quali la singolarità di ognuno
rappresenta un dato irrilevante per la parziale visione che esprime. Ciò
non toglie che quando poi le singole storie scritte vengono fra loro
avvicinate, pur nella loro incomparabilità ultima, abbiamo la
possibilità di comprendere gli atteggiamenti e i comportamenti di
intere generazioni e di gruppi umani circoscritti nelle loro
differenziazioni sessuali, etniche, cronologiche. In tal caso anche le
scienze esatte reputano che in fase esplorativa gli indizi
“soggettuali” abbiano una loro, seppur relativa, indubbia rilevanza.
La lettura di un testo autobiografico ci aiuta ad
accedere ai modi di sentire quotidiani unici, esemplari, eccezionali
oltre che pratici, nonché alle consuetudini di vita più eccentriche; a
visitare forme del pensiero che altrimenti - nemmeno in una faconda e
argomentante oralità - potrebbero manifestarsi. È la scrittura, se
ancora occorresse ribadirlo, che consente tutto questo; in quanto “téchne
auto-maieutica” che permette al soggetto di raccontarsi insolitamente
e di pronunciarsi rispetto ad una teoria della vita, della propria
innanzitutto, e di concettualizzare i vissuti esperienziali. Insomma la
scrittura della propria storia trascorsa o in divenire genera
disciplina, riorganizza il pensiero, stimola - direbbe Gardner - più di
una intelligenza. Ci permette di assegnare ai fatti e alle emozioni un
senso, collocandoli all’interno di modelli e mappe: indispensabili
all’interpretazione e spiegazione di sé.
Un genere anche
pedagogico
Se ci attenessimo poi ai risultati, un po’ in
sordina, che in questi ultimi anni anche nel lavoro educativo e
didattico l’approccio autobiografico ha saputo raggiungere (in quanto
proposta di valorizzazione del soggetto, di riconoscimento delle
differenze, in quanto veicolo rispecchiante e occasione di
autorealizzazione), ne concluderemmo che ci troviamo dinanzi ad un
approdo dalle grandi potenzialità pedagogiche già anticamente messe in
luce. Secondo la felice intuizione di Michel Foucault, scrivere di sé
produce infatti sapere di sé e coltivazione della propria vita
interiore. Un sapere, questo, attinto alle vicende attraversate che la
mente dello scrittore o della scrittrice ricompone non soltanto
nell’intenzione di lasciar traccia - come già detto - delle proprie
scoperte, delle passioni, delle vicissitudini, delle avventure esperite.
Nel mentre scrive di sé, ma anche prima di farlo, negli intervalli tra
una occasione di scrittura e l’altra, nei momenti di gestazione e di
ripensamento soltanto a livello di dialogo interiore, l’autore produce
pensiero: pensa, ripensa e getta idee su quel che ha vissuto o va
vivendo, oltre, naturalmente, a ragionare con più acume
su tutto ciò che ascolta, legge e vede.
L’assistenza a questi processi esercitata da
educatori e formatori consente di svelare quanto si celi nello scrivere
ciò che più ci riguarda da vicino. L’autobiografia pertanto - nelle
sue diverse possibilità minori (l’appunto diaristico, il frammento
poetico, l’aforisma, la nota di viaggio, ecc.) e maggiori (il
memoriale quotidiano, la novella di vita, l’autoconfessione,
l’epistolario, il romanzo personale ecc.), si rivela pedagogicamente
feconda perché stimola le più diverse forme e potenzialità del
pensiero. Essa è inequivocabile testimonianza dell’operatività,
delle strategie, delle sensibilità di cui una mente va in cerca per
raggiungere il suo scopo prevalente: essere riconosciuta dagli altri o
autoriconoscersi.
Scopriamo così, scegliendo la via dello scrivere di
sé (di me, di noi) come attività consueta (non per ambizioni
letterarie ma per autoconoscenza) che la fatica di darsi un volto, tra
cancellature, ripensamenti, variazioni in corso d’opera si presenta
come un’attività di autoformazione che non conosce arresti. Poiché,
anche quando la penna venga posata, restano in ogni caso le tracce
durevoli di abitudini riflessive, critiche, osservative, contemplative,
meditative assai preziose alimentate dallo scrivere.
A livello di autoaiuto psicologico, poi, la scrittura
della propria vita, in modalità diaristiche, autobiografiche,
memorialistiche svolge una funzione dalle indubbie, e ormai accreditate,
funzioni autolenitive, terapeutiche e catartiche. Lo scrittore e la
scrittrice, specie se adottano questa consuetudine con regolarità e
sistematicità, esercitano su di sé una sorta di autoanalisi personale
ovvero quasi un monitoraggio della propria esperienza interiore e
relazionale. Si autoeducano accrescendo la capacità riflessiva, la
sopportazione del dolore, la comprensione e l’accettazione di ciò che
la vita ci riserva.
Ne consegue che l’autobiografia, per il punto di
vista pedagogico, si delinea nel suo essere una vera e propria
prospettiva di iniziazione e di sviluppo di quella che viene definita
“formazione personale”. Oltre a questo, non va dimenticato che, se
la scrittura autobiografica attinge alle proprie esperienze di vita,
passate o presenti, pur tuttavia, rispetto ad esse - per rappresentarle
- stimola creatività, fantasia, immaginazione.
Quando scriviamo di noi diventiamo personaggi, eroi,
protagonisti, comparse di una vicenda che la scrittura trasforma in
forme letterarie e poetiche: pur sempre nell’onere di rispettare il
dato storico, fattuale, cronologico della nostra comparsa nel mondo.
Un coinvolgimento
necessario
Far ritrovare di conseguenza il piacere di scrivere
agli studenti di qualsiasi ordine di scuola, organizzando laboratori,
atelier, occasioni intrecciate alle diverse discipline significa però,
come docenti, riavvicinarsi per primi a questa tecnica della conoscenza.
Abbiamo bisogno che non solo i ragazzi e le ragazze nella scuola
raccontino di sé; abbiamo bisogno che anche gli insegnanti imparino a
raccontare di sé; abbiamo bisogno di autobiografie professionali,
abbiamo bisogno di capire di più chi siamo, chi siamo stati, quali
siano le nostre radici culturali, quali le tradizioni da non disperdere
contro la società del presente che brucia di continuo memoria,
informazione, opinioni rendendo tutto effimero. Se non ci mettiamo in
gioco, noi per primi come professionisti dell’educazione, come
ricercatori dell’educazione che “diviene in noi” giorno per
giorno; se non ci coinvolgiamo nella scrittura con gli stessi allievi
non potremo intendere tutto il senso e l’importanza di ciò che
andiamo proponendo loro. Scrivere insieme, scambiarsi scritture di sé,
senza intenti valutativi, ben lungi dallo sminuire la funzione docente dà
un contributo al riconoscimento reciproco pur nelle distanze
generazionali che però la scrittura riduce. E, ancora, a tal proposito,
abbiamo bisogno di far sì che l’incontro tra mondo adulto e mondo
giovanile, tanto perseguito, metta al centro la dimensione del ricordo
di sé e quindi la questione della memoria come obiettivo di lavoro
educativo a tutto campo. È necessario trovare temi comuni, temi di
convergenza, e il percorso autobiografico ci aiuta a tal proposito
egregiamente. Ma non solo autobiografia è necessario fare: è
indispensabile che anche nella scuola - da quella dell’infanzia a
quella per adulti - o in ogni altra occasione di convivenza impegnata si
conquistino spazi e tempi per imparare a raccogliere, ad accudire, ad
ascoltare, a trascrivere le storie degli altri. Indipendentemente dalle
età dunque, siamo sempre coinvolti dal diritto-dovere di apprendere a
raccontarci e non nelle consuete, spesso banali e iterative, modalità
del discorso orale. L’autobiografia riattiva la stessa verbalizzazione
orale, ma a partire dai momenti di maggior ponderazione che la tecnica
della scrittura ci impone.
In tal modo, fermandosi di più a pensare e a
socializzare esperienze trascritte, si accendono nuovi interessi per noi
stessi e per gli altri, il che ci consente di affermare che la
dimensione educativa è parte costitutiva del nostro essere al mondo; ma
anche che, come la scrittura dimostra, occorre prenderne coscienza per
dar vita ad un altro mondo, quello della consapevolezza di sé che non
conosce invecchiamento e conclusioni definitive. Sede inesauribile del
nostro imparare a ricominciare, la scrittura autobiografica,
sperimentata tra educatori e stimolata in chi da noi apprende, è un
contributo formativo in senso pregnante oggi tra i più interessanti e
fecondi.
È anche un genere tra i più riconosciuti e
praticati a livello internazionale, che si inserisce in quell’
indirizzo pedagogico che crede nel valore della formazione individuale,
senza per questo dimenticare che con la scrittura di se stessi al
contempo ci si riapre al mondo.
*docente di Filosofia dell’Educazione e di
Teorie e pratiche autobiografiche presso l’Università degli Studi di
Milano-Bicocca, fondatore e presidente della Libera Università
dell’Autobiografia di Anghiari, direttore della rivista “Adultità”.
Bibliografia
Per ogni contatto con la Libera Università
dell’Autobiografia di Anghiari: www.lua.it
F. Cambi,
L’autobiografia come metodo formativo, Roma - Bari, Laterza, 2003
D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura
di sé, Milano, Cortina, 1996
D. Demetrio, Ricordare a scuola. Fare didattica
autobiografica, Roma - Bari, Laterza, 2003
D. Demetrio, Autoanalisi per non pazienti.
Inquietudine e scrittura di sé, Milano, Cortina, 2003
L. Formenti, La
formazione autobiografica, Milano, Guerini, 1998
I. Gamelli (a cura di), Il prisma autobiografico,
Milano, Unicopli, 2003
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