DIRITTO ALLO STUDIO
Dare
valore e sostegno alla rappresentanza degli studenti nella scuola
L’esperienza di consulenza ad un
gruppo di lavoro di docenti e studenti
di Silvio Bettinelli*
C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.
C’è chi insegna lodando quanto
trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.
C’è pure chi educa, senza
nascondere
l’assurdo che c’è nel mondo,
aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere a fianco all’altro,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
(Danilo Dolci, Poema Umano, Einaudi,
1974)
Questo lavoro intende mettere a
fuoco alcuni aspetti teorici e metodologici di un’esperienza di
formazione dei rappresentanti degli studenti, in atto da diversi anni
presso l’Istituto “Luca Pacioli” di Crema. In particolare vuole
sottolineare le caratteristiche di un progetto, gestito da un gruppo di
docenti, che introduce nell’ambito scolastico una modalità di lavoro
innovativa e piuttosto diversa dalla didattica tradizionale.
La tenuta nel tempo di questo
progetto – che sta proseguendo da circa dieci anni – è dovuta
all’impegno e alla voglia di miglioramento personale e professionale
da parte dei docenti, ma anche ad altri fattori, tra cui la capacità
del gruppo di lavoro di adattarsi ai continui riaggiustamenti
dell’intervento, dovuti ai “feedback” di volta in volta ricevuti.
Un altro fattore significativo è il contesto organizzativo nel quale il
progetto si è sviluppato, molto orientato alla sperimentazione di
innovazioni ed al miglioramento continuo della qualità del servizio
offerto agli studenti e alle loro famiglie.
Il contesto
Il progetto è iniziato come
esperienza mirata alla prevenzione del disagio, utilizzando i fondi
previsti dalla legge 162 del 1990 per la prevenzione delle
tossicodipendenze e l’educazione alla salute e coinvolgendo le figure
dei docenti referenti per l’educazione alla salute, previste da quelle
stesse normative e dalle successive circolari applicative.
L’intento iniziale infatti era la
sperimentazione di un intervento di prevenzione primaria, basato su
alcune premesse: una lettura psicosociale dell’adolescenza, del
disagio e della prevenzione come educazione, e il riconoscimento del
ruolo della scuola nella relazione adulto/adolescente nei processi
formativi. “Il rapporto con la scuola è un aspetto cruciale nello
sviluppo dell’adolescente e anche se le agenzie e le opportunità di
socializzazione sono più ampie e diversificate rispetto al passato, la
scuola rimane un ambito privilegiato di formazione culturale e sociale,
anche in ragione del maggior numero di studenti e della maggior durata
della scolarizzazione. La scuola può quindi giocare un ruolo centrale
nell’età adolescenziale e favorire (o ostacolare) una costruzione
positiva del sé, una riduzione del disagio legato ai cambiamenti
evolutivi attraverso il conseguimento di obiettivi quali l’autonomia e
l’integrazione sociale” 1
Nella formulazione di un’ipotesi
progettuale strategica venivano individuati come punti chiave:
l’intervento sull’organizzazione, la valorizzazione delle risorse
interne, il sostegno ai quadri intermedi (docenti e studenti), la scelta
dichiarata di una metodologia pedagogica attiva e di animazione,
l’intenzione di attivare un’integrazione tra operatori esterni alla
scuola (psicologi, assistenti sociali, ecc) e operatori della scuola,
attraverso un intervento di sostegno e aiuto formativo che non portasse
alla delega o alla supplenza.
Nelle finalità dell’intervento
si ponevano come mete: favorire il senso di appartenenza e
l’identificazione con l’Istituto 2, accrescere il protagonismo degli
studenti e le occasioni per fare delle cose insieme, favorire lo
sviluppo di relazioni significative tra giovani e adulti, creare
condizioni perché lo studente riconosca la scuola come struttura amica,
nella quale è possibili identificarsi e sui cui obiettivi è giusto
impegnarsi.
Il progetto “formazione alla
rappresentanza”
Da queste premesse è stato
sviluppato il progetto con gli obiettivi di :
-
preparare il momento delle elezioni
dei rappresentanti degli studenti, in modo che sia un momento
partecipato e consapevole;
-
aiutare i rappresentanti
(soprattutto quelli delle prime classi) a muoversi con facilità nel
contesto scolastico;
-
far riflettere i rappresentanti sul
loro ruolo e sul modo in cui possono svolgerlo al meglio
all’interno dell’Istituto;
-
sviluppare conoscenze e abilità
che facilitino i rappresentanti nello svolgimento del loro ruolo
(preparare e condurre l’assemblea di classe, ascoltare i compagni
e rappresentarli nel consiglio di classe, proporre, stimolare e
raccogliere le proposte dei compagni).
Dal punto di vista operativo sono
stati previsti:
-
la formazione del gruppo di lavoro
di docenti e studenti;
-
la preparazione dell’elezione dei
rappresentanti (realizzata con la collaborazione dei coordinatori
dei consigli di classe, con i quali viene precedentemente condivisa
la modalità di conduzione dell’intervento);
-
gli incontri di formazione con i
rappresentanti nella scuola;
-
lo stage residenziale di due
giornate al di fuori della scuola;
-
gli incontri di tutoraggio a
piccoli gruppi;
-
la verifica finale attraverso la
distribuzione di questionari ai rappresentanti, ai docenti, ad
alcuni studenti;
-
la verifica con il gruppo di
lavoro.
Al progetto lavora stabilmente una
piccola équipe di una decina di docenti ( a cui si sono aggiunti negli
ultimi due anni una decina di studenti delle classi quarte e quinte),
che si fa carico di valorizzare e sostenere gli studenti che, su mandato
dei compagni, svolgono un ruolo di rappresentanza. L’intervento,
inizialmente condotto da alcuni operatori esterni (con i docenti in un
ruolo di accompagnatori e osservatori), progressivamente è stato
organizzato e gestito in autonomia dal gruppo di docenti.
Come favorire nella scuola la
conoscenza e la diffusione di una nuova cultura e di nuove metodologie,
arricchendo il ruolo dell’insegnante, non è cosa semplice: è tuttora
forte lo scontro tra quanti vorrebbero concentrare il mandato della
scuola attorno al processo didattico e quanti invece hanno scelto, senza
rinnegare la centralità della funzione didattica, di assegnarle anche
un mandato specificamente educativo.
La scuola dell’autonomia peraltro
richiede una riconsiderazione delle attese degli studenti e un
ripensamento della professionalità dei docenti, che devono aggiungere
alla trasmissione di contenuti lo sviluppo di competenze, tra le quali
le abilità sociali.
La scelta di individuare i
rappresentanti degli studenti come destinatari di un intervento
specifico è nata dalla convinzione di poter ottenere ricadute
organizzative attraverso la valorizzazione del ruolo di rappresentanza,
al quale la scuola vuol dare un’importanza che lo faccia uscire dalla
semplice formalità: “Per i ragazzi che hanno la fortuna di studiare,
la scuola superiore offre, almeno formalmente, una palestra dove
allenarsi a diventare cittadini: la rappresentanza. Chi fa il
rappresentante non è più bravo o più democratico degli altri,
semplicemente un giorno si è reso più disponibile. L’importante è
che non finisca lì, ma che questo slancio iniziale, spesso avvenuto per
caso (nessuno lo voleva fare, lui/lei va d’accordo con gli insegnanti,
non ha paura a parlare,…) diventi uno spazio reale di formazione.” 3
Anche il sociologo Stefano De
Martin sottolinea l’importanza del rapporto tra generazioni e il
rischio che la mancanza di scambi culturali tra giovani e adulti possa
portare ad un non riconoscimento sociale del mondo giovanile da parte
degli adulti, ad una crisi di legittimazione delle istituzioni pubbliche
da parte dei giovani e ad una mancanza di progettualità dei giovani
stessi. Cruciale è il ruolo che a questo riguardo possono svolgere
adulti significativi per i giovani, capaci di ascoltare e di
confrontarsi con loro e sviluppare nella scuola progetti che si
affianchino e integrino la didattica. 3
L’aspetto della consulenza
Collaboro al progetto come
consulente esterno. Il mio intervento nel progetto – che inizialmente
ho contribuito a creare a gestire – attualmente avviene su richiesta
della coordinatrice del gruppo di docenti per la fase di progettazione
in chiusura anno scolastico e all’inizio dell’anno successivo e per
l’intervento formativo col gruppo di lavoro composto da docenti e
studenti.
Nel corso dell’anno il contatto
con la coordinatrice è di solito telefonico. Questo gruppo è formato
da docenti che sono stati invitati dal preside a partecipare e da altri
che si sono proposti o sono stati coinvolti da colleghi già attivi nel
gruppo. I docenti partecipanti a questo gruppo sono cambiati nel corso
degli anni (ogni anno ci sono una o due persone nuove e altrettante che
lasciano il gruppo), ma il gruppo – pur con momenti di crisi e
difficoltà - ha mantenuto stabilità e coesione.
I docenti che fanno parte di questo
gruppo di lavoro hanno un orario delle lezioni strutturato in modo tale
da consentire a tutti loro un incontro settimanale di 2 ore, utilizzato
in base alla necessità di organizzare gli incontri di formazione del
gruppo dei rappresentanti.
Accanto alla committenza degli
insegnanti c’è la committenza del preside, che è stato tra gli
ideatori del progetto, e che dalla formazione dei rappresentanti si
aspetta un maggior coinvolgimento nella vita scolastica degli stessi e,
indirettamente, dei loro compagni. È sua convinzione che la
realizzazione dell’autonomia scolastica per una scuola di qualità
renda indispensabile la partecipazione attiva di tutte le componenti
della scuola. “Insieme al gruppo dei docenti delegati dei consigli di
classe e ai rappresentati dei genitori , l’assemblea dei
rappresentanti degli studenti deve diventare sempre più un
interlocutore valido e affidabile. Per svolgere il maggior numero di
progetti di miglioramento è necessario interessare e coinvolgere il
maggior numero di persone”.5
Solo quando si crea il sentimento
di far parte dell’organizzazione cresce anche l’impegno, la
motivazione personale e la possibilità di ottenere risultati.
I bisogni espressi dai
rappresentanti (attraverso questionari e lavori fatti in precedenti
corsi) sono relativi a tre aree di difficoltà: gestione
dell’assemblea di classe (mantenere ordine e attenzione, farsi
ascoltare dai compagni, organizzare gite-monte ore-interrogazioni),
rapporto con i compagni (menefreghismo, richieste eccessive, scarsa
fiducia e rispetto) e rapporto con i professori (farsi ascoltare, avere
ore per le assemblee, esser riconosciuti e rispettati, trovare
disponibilità).
Negli ultimi due anni si è voluto
dare al progetto una connotazione di “peer education”, coinvolgendo
studenti rappresentanti più anziani come formatori e tutors dei più
giovani.6
Il ruolo del gruppo dei coetanei ha
sugli adolescenti un potere enorme. È molto importante insegnare loro a
non emarginare nessuno, ad aiutare chi ha bisogno piuttosto di
sottolineare – a volte anche con crudeltà – le debolezze altrui. La
solitudine di molti adolescenti nasce proprio dall’isolamento, voluto
o subito dal gruppo. Rispetto a questo il ruolo dei “peer educator”
può essere davvero significativo soprattutto se integrato con altri
interventi che, nell’ambito della didattica e non solo, possono
favorire la creazione di un buon clima di gruppo tra gli studenti e
facilitare le relazioni interpersonali.
I docenti del gruppo di lavoro
Il gruppo dei docenti ha dimostrato
in questi anni disponibilità a coinvolgersi in questo progetto e
capacità a lavorare come gruppo, facendosi carico delle esigenze dei
rappresentanti, anche se a volte è presente anche la preoccupazione nel
mettersi in gioco in un ruolo che viene visto come diverso da quello
tradizionale (“non siamo psicologi”, “queste attività non hanno
successo se fatte dagli insegnanti”, “so insegnare matematica, ma
non so condurre un gruppo”, come facciamo a trovare il tempo per fare
anche questo progetto oltre alle ore di lezione?”).
Le aspettative nei miei confronti
riguardano il sostegno al gruppo, la facilitazione nella costruzione di
un buon clima di lavoro, l’indicazione di suggerimenti metodologici e
di attività, la sperimentazione di attività che i docenti proporranno
ai rappresentanti, l’utilizzo di momenti riflessivi dopo le attività
(«debriefs»), il sostegno all’attività di tutoraggio svolta con
piccoli gruppi di rappresentanti; mi viene chiesto insomma di essere un
punto di riferimento.
Alcuni docenti sentono la difficoltà
di convincere i colleghi circa il significato e l’utilità di questo
progetto. In dubbio è l’efficacia di questo lavoro con i
rappresentanti, misurato in termini di competenza nell’esercizio del
ruolo (dubbi e perplessità sull’idoneità di molti rappresentanti
eletti per gli scarsi risultati scolastici e l’atteggiamento verso gli
insegnanti e la scuola).
Un’altra esigenza è quella
espressa soprattutto dai nuovi docenti che entrano nel gruppo, essi
desiderano sentire più “loro” un progetto che si trovano già fatto
e di cui capiscono che gli altri padroneggiano meglio il significato e
la metodologia. Come quando una persona entra a film già iniziato e
fatica a capire i personaggi, gli aspetti della storia, cosa c’è
stato prima, ecc.
La “partnership” tra docenti e
consulenti
Il primo punto di forza è stata la
creazione di un gruppo di lavoro funzionante in modo autonomo all’
interno alla scuola: progetti analoghi sono stati realizzati anche in
altre scuole, ma in molte esperienze – mie e di altri colleghi - la
mobilitazione dell’entusiasmo degli studenti ha rischiato un
successivo flop quando è mancato un coordinamento interno che
garantisse una possibilità di sviluppo del progetto.
All’interno di questo gruppo si
è sempre lavorato mettendo in luce le positività piuttosto che
sottolineando gli errori: le abilità che vengono messe in luce e
valorizzate nei rappresentanti sono l’ascolto, la capacità di
collaborazione con gli altri, di accogliere idee diverse dalla propria,
di promuovere discussioni, di prendere decisioni insieme, di esprimersi
con chiarezza, di riportare le idee della classe.
“Le caratteristiche del mondo
contemporaneo e le sfide che impegneranno le generazioni future
richiedono esigono lo sviluppo di nuove competenze dei giovani e dei
ragazzi di oggi: capacità di elaborare quantità notevoli di
informazioni, confrontarsi con altre culture, assumere responsabilità
decisionali, gestire il conflitto, superare l’isolamento, cercare il
sostegno reciproco,…
Sono obiettivi che non possono
essere raggiunti con un’educazione che giudica migliore colui che
lavora in modo individualistico, non si preoccupa degli altri, non
sperimenta la collaborazione, non si esercita nella comunicazione
reciproca, non sperimenta la solidarietà e la collaborazione,…”
scrive Mario Comoglio, docente di didattica all’Università Salesiana.
E prosegue: “Gli insegnanti che dovrebbero educare i giovani alle
competenze sociali, al dialogo, alla gestione costruttiva del conflitto
e delle diversità, non sono ancora essi stessi capaci di lavorare in
team, non possiedono metodologie didattiche di insegnamento delle
competenze sociali”.7
Il rapporto tra docenti e
consulenti si può considerare una sorta di partnership: si sta
lavorando insieme per lo stesso progetto (anche se con ruoli diversi) e
unendo le rispettive competenze per un efficace intervento nella scuola.
Spesso i docenti lamentano che, quando operatori o consulenti esterni
intervengono nella scuola, il loro contributo si riduce a presentare
delle teorie o dei bei modelli per poi lasciare ai docenti l’impegno a
tradurle in interventi concreti. Forte è invece l’esigenza di
sviluppare dei progetti in collaborazione, di realizzare interventi
formativi che permettano una traduzione operativa concreta percepita dai
docenti come visibile e vicina.
Nell’intervento formativo con il
gruppo dei docenti viene svolto un lavoro che ha molte somiglianze col
lavoro che poi gli stessi docenti sviluppano con gli studenti
rappresentanti: sperimentare le stesse attività, darsi feedback sul
modo di presentarle, gestirle e utilizzarle come occasioni di
apprendimento.
Da qui l’idea di sperimentare con
gli stessi docenti un seminario residenziale al di fuori della scuola,
utilizzando una metodologia esperienziale, con attività in aula (e
quando possibile all’aperto) come base di riflessione per rendere
l’apprendimento, individuale e di gruppo, coinvolgente e più duraturo
nel tempo. Questa stessa metodologia i docenti utilizzano
successivamente nel lavoro con gli studenti.
I principi a cui si ispira questo
modello sono i seguenti:
-
l’apprendimento più efficace
deriva dalla combinazione dell’esperienza (“fare qualcosa”)
con la riflessione su di essa;
-
il ritorno dell’investimento
formativo è nel miglioramento dei comportamenti (quello che le
persone imparano a fare), piuttosto che in quello che imparano sul
piano teorico;
-
il processo di apprendimento è
tanto più efficace quanto più il contesto formativo è
coinvolgente e motivante, e la possibilità di utilizzo è percepita
come possibile e agevole;
-
le persone che partecipano al
percorso formativo hanno chiaro che ci si aspetta che le cose
imparate vengano utilizzate; il momento della formazione è dentro
un contesto più ampio che prevede la successiva messa in opera
delle cose imparate.
Gli elementi teorici di riferimento
Quanto sopra descritto fa
riferimento al modello di apprendimento teorizzato dallo psicologo
cognitivista David A. Kolb,8 secondo il quale l’apprendimento risulta
più efficace, veloce ed agevole se provocato da sperimentazioni dirette
di attività mirate. Lo sviluppo e l’attivazione del processo di
apprendimento può essere descritto come un “ciclo di
apprendimento”.
1
Esperienza concreta: è la fase attiva del processo
(compiere l’azione); è il punto di partenza ma anche il punto di
arrivo: una data attività induce ad attivare il processo di
apprendimento.
2
Osservazione/Riflessione: è la fase in cui vengono svolte
riflessioni ed osservazioni sull’esperienza fatta; costituisce una
strada di accesso agli schemi concettuali delle persone, vero nodo della
possibilità di cambiamento dei comportamenti.
3
Formulazione dei concetti astratti/Generalizzazione: è
l’operazione di trasferimento dell’apprendimento su di un piano
diverso da quello esperienziale; si tratta di integrare le riflessioni
della fase precedente all’interno di teorie più generali, nonché di
convalidarle oppure di smentirle, qualora in quella particolare
circostanza si rivelino inadeguate.
4
Verifica delle ipotesi in nuove situazioni: dai risultati
delle azioni messe in campo nel seminario si possono trasferire i
concetti appresi nella esperienza di lavoro, con la possibilità di
intraprendere un approccio rinnovato e mettere in campo nuove risorse.
Un nodo centrale
La fatica (ma anche la
soddisfazione) maggiore richiesta ai docenti nella conduzione del
progetto e nell’utilizzo di questa metodologia di lavoro è quella di
lasciar da parte l’abitudine ad assumere il ruolo della persona che
“spiega” agli studenti dei contenuti per assumere un ruolo nel quale
è richiesto di portare attenzione ad aspetti molto diversi che si
creano nella situazione di formazione: il clima che si crea nel gruppo,
le modalità di comunicazione e di decisione, i modi usati
nell’ascoltare gli altri, nel coinvolgerli, le argomentazioni usate,
gli stili di relazione, ecc.9
Aspetti che sempre più sono
considerati un bagaglio necessario dell’expertise di coloro che hanno
il compito di facilitare l’apprendimento, ma che sono tuttora in modo
molto scarso oggetto di attenzione nella scuola. Da molti docenti viene
esplicitata la paura di trovarsi nella situazione di non avere delle
risposte, di “non padroneggiare la materia”, di non avere abbastanza
competenza in queste aree.
Questo ruolo di facilitatore
dell’apprendimento si esplica (all’interno del percorso formativo
con gli studenti) nella capacità di utilizzare esercitazioni e giochi,
di coinvolgere gli studenti nelle attività e nella conduzione delle
riflessioni successive.J Il momento del “debrief” successivo alle
attività è uno spazio specifico in cui riflettere e scoprire insieme
ai partecipanti cosa è successo durante lo svolgimento del gioco e
questa fase di rielaborazione è un momento cruciale per
l’apprendimento. Senza un uso efficace del “debrief” si rischia
che il progetto venga percepito come un insieme di “giochini”,
magari un momento di svago piacevole, ma poco significativo. Può essere
molto facile scivolare nella tentazione di usare questo spazio per
tenere una lezione o dare spiegazioni su cosa devono insegnare le
attività fatte, piuttosto che incoraggiare le persone a riflettere
sull’esperienza fatta, approfondirla attraverso domande, condividerla
e imparare da essa. L’abilità del docente come facilitatore di
apprendimento si esprime nel portare i partecipanti dalla discussione
sui contenuti, su chi aveva più o meno ragione, all’attenzione ai
processi che sono stati messi in atto nel corso delle attività, al modo
di agire dei singoli e del gruppo.
Un vantaggio di questo progetto è
il fatto di avere a disposizionee una traccia di lavoro (costituita da
una sorta di manuale fatto dal consulente e poi rivisto e aggiornato
attraverso la raccolta, fatta da un docente del gruppo, di tutti i
materiali che mano a mano sono stati messi a punto e utilizzati).
Attraverso la valorizzazione e il
sostegno agli studenti che svolgono un ruolo di rappresentanza dei
compagni, la scuola svolge un compito educativo relativamente
all’ambito della democrazia non solo studiata sui libri, ma
sperimentata nella sua complessità applicativa e può ottenere una
migliore partecipazione degli studenti alla vita scolastica.
L’esperienza qui descritta indica la praticabilità di una possibile
strada che coinvolge i docenti facendo leva principalmente su due
aspetti:
1
la disponibilità al cambiamento, all’innovazione,
all’aggiornamento continuo, alla ricerca di nuove esperienze;
cambiamento che non si realizza come un processo lineare e costante, o
come la conquista di un risultato ottenuto una volta per tutte, ma come
movimento a piccoli passi, che a volte sono in avanti e a volte sembrano
ritornare indietro.
2
il lavoro in équipe, la disponibilità alla collaborazione e al
confronto; gruppo come elemento di sostegno nell’affrontare un compito
educativo che come tale non può che essere coinvolgente e sfidante.
* psicologo, responsabile
formazione e sviluppo risorse umane, Azienda Ospedaliera di Crema
silvio.bettinelli@libero.it
1 Maria Giovanna Facchi, Formazione
e disagio giovanile: un progetto per il cambiamento, Fondazione Luigi
Clerici, 1992.
2 La
disaffezione scolastica è un problema che diventa sempre più evidente.
Una ricerca del National Foundation for Educational Research del 1999
evidenziava che un terzo dei teenagers la maggior parte delle volte non
ha voglia di andare a scuola e un ragazzo su 10 già dai 13 anni arriva
a provare odio per la scuola. (The Independent, 13 maggio 1999).
3 M.Grazia Panigada, La
rappresentanza studentesca. Un percorso di educazione alla cittadinanza
con alcune scuole di Bergamo, Animazione Sociale, dicembre 2000.
4 cfr.
Stefano De Martin, Socialità giovanili in un’area metropolitana,
IresQuaderni, Firenze, 1996
5 Giuseppe
Strada e altri, Ma la scuola è un’azienda? Formazione e qualità
nella scuola che cambia, Spaggiari – D’Anselmi editore, Roma, 1996
6 Utilizzando la “scala della
partecipazione” messa a punto da R. Hart, che descrive il livello di
partecipazione e coinvolgimento dei giovani nei progetti a loro rivolti
su una scala che va dalla manipolazione alla completa autonomia
propositiva e organizzativa, questo progetto si può considerare a
livello 5. La scala comprende questi livelli: 1- manipolazione, 2 –
presenza decorativa. 3 – rappresentanza formale con poca o nulla
possibilità di scelta, 4 – giovani diretti, ma coinvolti e informati,
5- attività iniziata dagli adulti, ma con decisioni condivise con i
giovani, 6 – attività iniziata e diretta dai giovani, 7 – attività
iniziata dai giovani con decisioni condivise con gli adulti. “Eight
levels of young peoplÈs participation in projects”, Roger A. Hart,
From tokenism to citizenship, UNICEF, Firenze, 1992
7 Mario Comoglio, Cinque competenze
per una nuova educazione, Animazione Sociale, ottobre 1996 ; vedi anche
Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro,
Cortina editore, 2001
8
David Kolb, “Management and learning processes”, in California
Management Review, 1976
Kolb D., Plovnick M, “Un modello
di sviluppo di carriera basato sull’apprendimento
dall’esperienza”, in Cartoccio – Varchetta, Fare carriera, Isedi,
Torino, 1988
9 Accorgersi di imparare, in Laura
Formenti e Ivano Gamelli, “Quella volta che ho imparato”, Editore
Cortina
J Marcello Bernacchia, “ Il
debriefing nelle attività scolastiche”, in Marcato – Giolito –
Musumeci, “Benvenuto”, Edizioni La Meridiana, 1999.
Paolo Marcato, “Il debriefing
delle attività”, in GIOCO E DOPOGIOCO. Giochi di relazione e
comunicazione, Edizioni La Meridiana.
|