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Riforma scolastica o manovra economica?
di Lucia Frigerio
Nel precedente editoriale abbiamo segnalato all’attenzione dei nostri
lettori gli aspetti di vitalità e di propositività della scuola reale, anche
in assenza di linee guida e nonostante le vaghe indicazioni da parte
dell’istituzione centrale. Abbiamo rilevato come la progettualità dei
percorsi e l’innovazione nella pratica didattica abbiano continuato ad
esistere, se non proprio a “moltiplicarsi, nel silenzio che ancora permane.
Ribadivamo la necessità di uno Stato che sulla scuola investisse davvero e in
termini di prevenzione - e non di difesa o di repressione a posteriori - di
quel disagio giovanile che è ormai sempre più drammaticamente sotto gli
occhi di tutti.
Oggi dobbiamo segnalare un nuovo e
preoccupante malessere, di cui nella scuola si soffre in modo accentuato, ma
che tutti anche dal di fuori possono percepire. I provvedimenti economici di
restrizione nel nostro paese sono calati con particolare e discutibile severità
sulle spese sociali; la riforma della scuola è stata “non” fatta
innanzitutto dal ministero dell’economia, che in questo modo ha forse anche
tolto le castagne dal fuoco ad un ministero di settore per nulla convincente.
I posti di lavoro sono nettamente diminuiti, le nuove
assunzioni sono state bloccate, il carico orario è cresciuto, ancora una
volta secondo la logica della quantità e non della qualità.
A fronte di tagli e riduzioni che hanno aggravato il carico
di lavoro dei docenti, nessun miglioramento retributivo e, anzi, il rischio
che le poche risorse a disposizione siano distribuite a pioggia, come e magari
peggio di prima, premiando il lavoro docente solo in termini di quantità, di
ore messe a disposizione ed effettuate in attività spesso di ripiego e di
scarso spessore formativo.
La scuola del terzo millennio si trova priva di “credito”
in tutti i sensi: senza una riforma e senza investimenti.
In questa situazione di incertezza e di attesa, che
significato hanno le deboli sperimentazioni avviate qua e là con scarsa
convinzione? E' sufficiente l’attuale autonomia organizzativa e didattica
degli Istituti per rilanciare e sostenere progetti adeguati a fare fronte a
tutte le richieste che provengono dagli studenti, dalle famiglie, dalla società?
PRAGMA in questo numero continua a dare voce all'impegno dei
docenti e alle scuole che, nonostante tutto e coerentemente, scelgono di
mantenere alta la qualità dell'offerta. Ma, quanti di questi e dei molti
progetti, a cui fino ad ora abbiamo dato spazio e a cui ancora lo daremo,
potranno continuare? Quanto di ciò che nei POF è stato dichiarato potrà
essere attuato? Come la scuola pubblica potrà contribuire alla qualità
dell’educazione dei giovani, che non è la qualità aziendale o quella della
produzione, ma quella della vita?
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