HOME.GIF (399 byte)
 

FOCUS: VALUTAZIONE E DINTORNI

Il potere della valutazione. Vissuti e rievocazioni
autobiografiche

di Andrea Varani

L’azione del valutare è sicuramente una delle componenti della professionalità docente più complessa, a cui viene dedicata molta attenzione e un tempo considerevole rispetto alle altre dimensioni dell’attività didattica, ma spesso con risultati non adeguati all’energia profusa. Un’attenzione certo determinata dalla pressione delle scadenze formali imposte dal sistema scolastico, ma anche dalle caratteristiche insite nell’atto del valutare, che inevitabilmente ha in sé forti dimensioni emotive e che può diventare fonte di dubbi, ansie e disagio. Un disagio legato anche, in modo più o meno consapevole, al forte potere che questa azione attribuisce all’educatore. La valutazione infatti, come ben sottolinea A. Rezzara1, apre o chiude possibilità, cambia le prospettive future, spegne o accende fiducia, motiva o disincentiva, favorisce o inibisce lo sviluppo, riconosce o ignora, costruisce o modifica l’immagine di sé, influenza comunque le storie individuali.

L’ansia e l’insicurezza della valutazione possono produrre nei docenti diverse reazioni: una irrisolta problematicità e un costante dubbio che induce sofferenza; l’elusione del problema con una sostanziale “non valutazione”; risposte difensive di distacco emotivo cercando, attraverso strumenti valutativi di esasperato tecnicismo, di spersonalizzare il giudizio e superare la sensazione di inadeguatezza.
Affrontando questo tema con docenti in formazione è necessario allora fare i conti con queste dimensioni spesso tenute nascoste, per favorire un’assunzione consapevole di questo potere in modo da poterlo utilizzare positivamente nel processo educativo.
Per arrivare a questo occorre accettare la problematicità, la complessità e la contraddittorietà insite nella valutazione e riconoscere l’importanza del suo ruolo all’interno del processo educativo, collegandola ai principi e alle scelte che ne orientano l’azione. Può essere utile, in questo senso, affrontare il tema della valutazione a partire dalla richiesta di rievocare, in modo narrativo ma sinteticamente, un episodio della propria vita in cui la dimensione dell’essere valutati ha assunto una particolare coloritura emotiva o comunque ha segnato un momento importante della propria storia.
Parte del materiale verrà poi utilizzato, in forma anonima, per la successiva discussione in plenaria; qui la riflessione critica sulle paure, le emozioni e le aspettative della valutazione subita si mescolerà con le esperienze più recenti effettuate nelle classi, sollecitando proiezioni, echi interni, interrogativi.
I brevi ricordi autobiografici raccolti, in genere non più lunghi di una decina di righe, diventano così un ricco repertorio che, letto e commentato insieme, consente di toccare in modo vivo e denso di carica emotiva molte delle dimensioni problematiche legate alla valutazione. Rispecchiandosi nelle esperienze di studenti gli insegnanti possono individuare pregiudizi, stereotipi, aspettative e dimensioni etiche che a loro volta potrebbero applicare nella loro azione valutativa. A partire da questa esperienza
riflessiva2 sarà più facile interrogarsi sul valore e sul significato che ognuno attribuisce all’atto del valutare, spostandosi poi alle dimensioni più teoriche e tecniche con una maggiore consapevolezza dei complessi piani che la valutazione coinvolge.
I brani qui riportati, solo alcuni tra i tanti raccolti3, possono essere assunti come esempi emblematici di quel potere della valutazione a cui sopra accennavamo, di come anche piccoli gesti del docente possano assumere per l’alunno un grande significato e di come le modalità di comunicazione siano determinanti nel costruire insieme il senso di quell’evento.

Il mio maestro di prima elementare (nonché maestro di mio padre, che peraltro detestava) mi ha trattata male fin dall’inizio: “tale padre, tale figlia”, “da un pero non nasce una mela”, erano i commenti più comuni. Poi è andato in pensione ed è arrivata una maestra che ha saputo farmi sentire capace e farmi venire voglia di provare e di fare. Da allora la scuola è stata un’esperienza molto più felice e redditizia e il senso di “non potercela fare” del primo anno è sparito.

Ricordo che in terza media veniva somministrata una batteria di test di orientamento per aiutarci a capire che tipo di scuola superiore scegliere. Durante i test ero molto emozionata, per me significava scoprire il mio futuro.  Ero anche sicura che sarebbe uscita la mia vena artistica e invece… il risultato è stato: si consiglia un breve corso per imparare un lavoro pratico, quale parrucchiera o estetista. In quel momento provai una delusione enorme e smisi di dipingere. Solo molto dopo tempo ricominciai, ma con grande insicurezza.

Primo tema di italiano in IV ginnasio. Era andato tutto abbastanza bene, quindi le mie aspettative erano più che buone. Il giorno della consegna una compagna distribuisce i compiti: l’unica cosa che vidi fu un quattro stampato sul mio tema. Chiedo spiegazione alla professoressa, l’unica sua risposta fu “non l’ho nemmeno letto, mi sono rifiutata di farlo perché il foglio era tutto sporco; sicuramente lei è una mancina e passando sopra il foglio con la mano ha sporcato tutto!”.  È stato un anno di tragedie. Alla fine dell’anno ho cambiato scuola e gli anni successivi sono stati bellissimi.

Frequentavo la terza elementare di un piccolo paese di provincia. Tutto scorreva serenamente: insegnanti simpatiche, compagni allegri, voti positivi in tutte le materie.
Finché un giorno l’insegnante di matematica andò in maternità. La supplente entrò in classe, pronunciò appena il suo nome e iniziò con il primo esercizio: dei problemi di logica. Quella situazione mi apparve così fredda, sconosciuta e nuova che la mia mente ebbe un blocco indescrivibile; non riuscii a risolvere nessun problema.  Ebbene l’insegnante non chiese nemmeno il mio nome, da allora mi chiamò “oca” davanti a tutti: che imbarazzo!  Mi sentii sola, incompresa e veramente ignorante. L’ho odiata a tal punto da dire a me stessa, con rabbia e sofferenza, che da grande sarei diventata anch’io maestra, ma completamente diversa da lei! Oggi insegno matematica in seconda elementare e sono felice di farlo.

Al primo anno di scuola superiore prendevo sempre voti molto negativi in latino scritto. Nelle interrogazioni  orali la Professoressa guardava come ero vestita, mi chiamava “ranocchietta” e durante l’esposizione sembrava non ascoltare, impegnata a guardarsi le unghie. Avevo mal di stomaco ogni volta che c’era lezione di latino. L’anno successivo cambiai docente e in latino andai benissimo.

In terza superiore avevamo svolto delle ricerche di gruppo per Scienze. La nostra riuscì molto bene, tanto che il Professore ci elogiò pubblicamente, sostenendo che, benché nel gruppo fossero presenti diversi livelli di apprendimento della materia, il coinvolgimento e l’apporto di tutti avevano comunque migliorato anche chi era più in difficoltà.  Ho provato una grande emozione di fronte alla condivisione con le compagne di un risultato meritato.

Durante la consegna di una verifica di matematica vidi l’ennesimo voto negativo. Vedendo la mia delusione, la Professoressa si avvicinò e, invece di sgridarmi o di iniziare la solita predica, mi disse che voleva complimentarsi perché stava vedendo qualche miglioramento e che piano piano mi stavo avvicinando alla tanto sospirata sufficienza. Mi sono sentita davvero felice, vedevo che i miei sforzi, le ore passate ad esercitarmi, stavano dando dei piccoli  frutti e la Prof. era riuscita a vedere oltre quel voto negativo.

In quinta superiore ho preso il mio primo otto in matematica. Il professore, alla consegnami chiede: “ma hai copiato?” Io ho risposto di no, che il risultato era frutto delle ripetizioni che seguivo ormai da cinque anni, ma, dall’espressione del suo viso ho capito che non l’avevo convinto. Ho avvertito una grande sfiducia nei miei confronti che ha messo in secondo piano la gioia per il voto e ha affossato la mia sicurezza e mi ha fatto sentire una buona a nulla. In quel momento avrei tanto desiderato un “brava, ti sei impegnata!”.

Lezione di musica, dovevo fare il solfeggio; per timidezza e per poca intonazione non riuscii nemmeno a cominciare. Senza chiedermi spiegazioni il Prof. mi diede zero.. Io mi sentii ancora più incapace e imbranata. A distanza di tanti anni, non canto mai in presenza di altri perché mi sentirei giudicata.

La professoressa mi interrogò, mi ero preparata tantissimo. Sostenni un’ottima interrogazione, anche a detta dell’insegnante. Però mi diede solo sette per non “sbilanciare eccessivamente i voti precedenti”. Ci rimasi malissimo.

Erano le 18.00 e squilla il telefono. Vado a rispondere e sento la mia amica, nonché compagna, che mi sussurra quasi senza voce: “sei stata bocciata…”. Mi si è fermato il mondo, non sapevo cosa dire, cosa pensare, cosa… cosa ero? La sensazione di non essere come gli altri, di essere meno rispetto alle mie compagne… Accettare quella sconfitta non è stato facile, ancora oggi mi sento in difficoltà nelle situazioni in cui devo essere valutata.

Durante l’esame orale di letteratura italiana i complimenti e i cenni di approvazione della docente mi hanno permesso di aumentare al sicurezza e la precisione dell’esposizione. Il voto (30) mi ha rassicurata e rafforzata nell’autostima, dando uno stimolo in più all’impegno che l’università, lavorando contemporaneamente, richiede.

La Maestra Pina era la mia insegnante di lingua. Correggeva i miei testi a matita, senza mai stravolgere ciò che avevo scritto. Dalle elementari in poi sono sempre stata convinta di essere “brava” nell’esposizione scritta. Forse non sono così brava, ma la sua valutazione mi ha aiutata ad affrontare serenamente la sua materia.

La valutazione è una dimensione ineludibile dell’azione didattica, affrontarla mediante pratiche riflessive consente di trasformarla da problema in elemento di ricerca, assumendone consapevolmente tutte le dimensioni problematiche, in un processo di costante autoformazione che non può non passare anche attraverso percorsi di autovalutazione delle proprie rappresentazioni e del proprio agire.

 


1  Rezzara A., Pensare la valutazione, Mursia, Milano 2000.

2  Su questo tema vedi anche Varani A. e Colombo M. (in pubblicazione), La formazione alla pratica di insegnamento. Tra costruttivismo e riflessività, Edizioni Junior Bergamo.

3  Il materiale proviene da un corso dell’Università Statale per l’abilitazione all’insegnamento nella scuola primaria; a tutte le corsiste i miei sentiti ringraziamenti per la fattiva partecipazione e l’interesse dimostrato.