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FOCUS: VALUTAZIONE E DINTORNI
Il potere della valutazione. Vissuti e rievocazioni
autobiografiche
di Andrea Varani
L’azione del valutare è sicuramente una delle
componenti della professionalità docente più complessa, a cui viene
dedicata molta attenzione e un tempo considerevole rispetto alle altre
dimensioni dell’attività didattica, ma spesso con risultati non adeguati
all’energia profusa. Un’attenzione certo determinata dalla pressione
delle scadenze formali imposte dal sistema scolastico, ma anche dalle
caratteristiche insite nell’atto del valutare, che inevitabilmente ha in
sé forti dimensioni emotive e che può diventare fonte di dubbi, ansie e
disagio. Un disagio legato anche, in modo più o meno consapevole, al
forte potere che questa azione attribuisce all’educatore. La valutazione
infatti, come ben sottolinea A. Rezzara1, apre o chiude
possibilità, cambia le prospettive future, spegne o accende fiducia,
motiva o disincentiva, favorisce o inibisce lo sviluppo, riconosce o
ignora, costruisce o modifica l’immagine di sé, influenza comunque le
storie individuali. L’ansia e l’insicurezza della
valutazione possono produrre nei docenti diverse reazioni: una irrisolta
problematicità e un costante dubbio che induce sofferenza; l’elusione
del problema con una sostanziale “non valutazione”; risposte difensive
di distacco emotivo cercando, attraverso strumenti valutativi di
esasperato tecnicismo, di spersonalizzare il giudizio e superare la
sensazione di inadeguatezza.
Affrontando questo tema con docenti in formazione è necessario allora
fare i conti con queste dimensioni spesso tenute nascoste, per favorire
un’assunzione consapevole di questo potere in modo da poterlo utilizzare
positivamente nel processo educativo.
Per arrivare a questo occorre accettare la problematicità, la
complessità e la contraddittorietà insite nella valutazione e
riconoscere l’importanza del suo ruolo all’interno del processo
educativo, collegandola ai principi e alle scelte che ne orientano
l’azione. Può essere utile, in questo senso, affrontare il tema della
valutazione a partire dalla richiesta di rievocare, in modo narrativo ma
sinteticamente, un episodio della propria vita in cui la dimensione
dell’essere valutati ha assunto una particolare coloritura emotiva o
comunque ha segnato un momento importante della propria storia.
Parte del materiale verrà poi utilizzato, in forma anonima, per la
successiva discussione in plenaria; qui la riflessione critica sulle
paure, le emozioni e le aspettative della valutazione subita si
mescolerà con le esperienze più recenti effettuate nelle classi,
sollecitando proiezioni, echi interni, interrogativi.
I brevi ricordi autobiografici raccolti, in genere non più lunghi di una
decina di righe, diventano così un ricco repertorio che, letto e
commentato insieme, consente di toccare in modo vivo e denso di carica
emotiva molte delle dimensioni problematiche legate alla valutazione.
Rispecchiandosi nelle esperienze di studenti gli insegnanti possono
individuare pregiudizi, stereotipi, aspettative e dimensioni etiche che
a loro volta potrebbero applicare nella loro azione valutativa. A
partire da questa esperienza
riflessiva2 sarà più facile interrogarsi sul valore e sul
significato che ognuno attribuisce all’atto del valutare, spostandosi
poi alle dimensioni più teoriche e tecniche con una maggiore
consapevolezza dei complessi piani che la valutazione coinvolge.
I brani qui riportati, solo alcuni tra i tanti raccolti3,
possono essere assunti come esempi emblematici di quel potere della
valutazione a cui sopra accennavamo, di come anche piccoli gesti del
docente possano assumere per l’alunno un grande significato e di come le
modalità di comunicazione siano determinanti nel costruire insieme il
senso di quell’evento. Il mio maestro di prima
elementare (nonché maestro di mio padre, che peraltro detestava) mi ha
trattata male fin dall’inizio: “tale padre, tale figlia”, “da un pero
non nasce una mela”, erano i commenti più comuni. Poi è andato in
pensione ed è arrivata una maestra che ha saputo farmi sentire capace e
farmi venire voglia di provare e di fare. Da allora la scuola è stata
un’esperienza molto più felice e redditizia e il senso di “non potercela
fare” del primo anno è sparito. Ricordo che in terza
media veniva somministrata una batteria di test di orientamento per
aiutarci a capire che tipo di scuola superiore scegliere. Durante i test
ero molto emozionata, per me significava scoprire il mio futuro.
Ero anche sicura che sarebbe uscita la mia vena artistica e invece… il
risultato è stato: si consiglia un breve corso per imparare un lavoro
pratico, quale parrucchiera o estetista. In quel momento provai una
delusione enorme e smisi di dipingere. Solo molto dopo tempo
ricominciai, ma con grande insicurezza.
Primo tema di italiano in IV ginnasio. Era andato
tutto abbastanza bene, quindi le mie aspettative erano più che buone. Il
giorno della consegna una compagna distribuisce i compiti: l’unica cosa
che vidi fu un quattro stampato sul mio tema. Chiedo spiegazione alla
professoressa, l’unica sua risposta fu “non l’ho nemmeno letto, mi sono
rifiutata di farlo perché il foglio era tutto sporco; sicuramente lei è
una mancina e passando sopra il foglio con la mano ha sporcato tutto!”.
È stato un anno di tragedie. Alla fine dell’anno ho cambiato scuola e
gli anni successivi sono stati bellissimi. Frequentavo
la terza elementare di un piccolo paese di provincia. Tutto scorreva
serenamente: insegnanti simpatiche, compagni allegri, voti positivi in
tutte le materie.
Finché un giorno l’insegnante di matematica andò in maternità. La
supplente entrò in classe, pronunciò appena il suo nome e iniziò con il
primo esercizio: dei problemi di logica. Quella situazione mi apparve
così fredda, sconosciuta e nuova che la mia mente ebbe un blocco
indescrivibile; non riuscii a risolvere nessun problema. Ebbene
l’insegnante non chiese nemmeno il mio nome, da allora mi chiamò “oca”
davanti a tutti: che imbarazzo! Mi sentii sola, incompresa e
veramente ignorante. L’ho odiata a tal punto da dire a me stessa, con
rabbia e sofferenza, che da grande sarei diventata anch’io maestra, ma
completamente diversa da lei! Oggi insegno matematica in seconda
elementare e sono felice di farlo. Al primo anno di
scuola superiore prendevo sempre voti molto negativi in latino scritto.
Nelle interrogazioni orali la Professoressa guardava come ero
vestita, mi chiamava “ranocchietta” e durante l’esposizione sembrava non
ascoltare, impegnata a guardarsi le unghie. Avevo mal di stomaco ogni
volta che c’era lezione di latino. L’anno successivo cambiai docente e
in latino andai benissimo. In terza superiore avevamo
svolto delle ricerche di gruppo per Scienze. La nostra riuscì molto
bene, tanto che il Professore ci elogiò pubblicamente, sostenendo che,
benché nel gruppo fossero presenti diversi livelli di apprendimento
della materia, il coinvolgimento e l’apporto di tutti avevano comunque
migliorato anche chi era più in difficoltà. Ho provato una grande
emozione di fronte alla condivisione con le compagne di un risultato
meritato. Durante la consegna di una verifica di
matematica vidi l’ennesimo voto negativo. Vedendo la mia delusione, la
Professoressa si avvicinò e, invece di sgridarmi o di iniziare la solita
predica, mi disse che voleva complimentarsi perché stava vedendo qualche
miglioramento e che piano piano mi stavo avvicinando alla tanto
sospirata sufficienza. Mi sono sentita davvero felice, vedevo che i miei
sforzi, le ore passate ad esercitarmi, stavano dando dei piccoli
frutti e la Prof. era riuscita a vedere oltre quel voto negativo.
In quinta superiore ho preso il mio primo otto in matematica. Il
professore, alla consegnami chiede: “ma hai copiato?” Io ho risposto di
no, che il risultato era frutto delle ripetizioni che seguivo ormai da
cinque anni, ma, dall’espressione del suo viso ho capito che non l’avevo
convinto. Ho avvertito una grande sfiducia nei miei confronti che ha
messo in secondo piano la gioia per il voto e ha affossato la mia
sicurezza e mi ha fatto sentire una buona a nulla. In quel momento avrei
tanto desiderato un “brava, ti sei impegnata!”.
Lezione di musica, dovevo fare il solfeggio; per timidezza e per poca
intonazione non riuscii nemmeno a cominciare. Senza chiedermi
spiegazioni il Prof. mi diede zero.. Io mi sentii ancora più incapace e
imbranata. A distanza di tanti anni, non canto mai in presenza di altri
perché mi sentirei giudicata.
La professoressa mi interrogò, mi ero preparata
tantissimo. Sostenni un’ottima interrogazione, anche a detta
dell’insegnante. Però mi diede solo sette per non “sbilanciare
eccessivamente i voti precedenti”. Ci rimasi malissimo.
Erano le 18.00 e squilla il telefono. Vado a
rispondere e sento la mia amica, nonché compagna, che mi sussurra quasi
senza voce: “sei stata bocciata…”. Mi si è fermato il mondo, non sapevo
cosa dire, cosa pensare, cosa… cosa ero? La sensazione di non essere
come gli altri, di essere meno rispetto alle mie compagne… Accettare
quella sconfitta non è stato facile, ancora oggi mi sento in difficoltà
nelle situazioni in cui devo essere valutata. Durante
l’esame orale di letteratura italiana i complimenti e i cenni di
approvazione della docente mi hanno permesso di aumentare al sicurezza e
la precisione dell’esposizione. Il voto (30) mi ha rassicurata e
rafforzata nell’autostima, dando uno stimolo in più all’impegno che
l’università, lavorando contemporaneamente, richiede.
La Maestra Pina era la mia insegnante di lingua. Correggeva i miei testi
a matita, senza mai stravolgere ciò che avevo scritto. Dalle elementari
in poi sono sempre stata convinta di essere “brava” nell’esposizione
scritta. Forse non sono così brava, ma la sua valutazione mi ha aiutata
ad affrontare serenamente la sua materia. La
valutazione è una dimensione ineludibile dell’azione didattica,
affrontarla mediante pratiche riflessive consente di trasformarla da
problema in elemento di ricerca, assumendone consapevolmente tutte le
dimensioni problematiche, in un processo di costante autoformazione che
non può non passare anche attraverso percorsi di autovalutazione delle
proprie rappresentazioni e del proprio agire.
1 Rezzara A., Pensare la valutazione, Mursia, Milano
2000. 2 Su questo tema vedi anche Varani A. e Colombo M. (in pubblicazione),
La formazione alla pratica di insegnamento. Tra costruttivismo
e riflessività, Edizioni Junior Bergamo. 3 Il materiale proviene da un corso dell’Università Statale per
l’abilitazione all’insegnamento nella scuola primaria; a tutte le
corsiste i miei sentiti ringraziamenti per la fattiva partecipazione
e l’interesse dimostrato. |
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