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FOCUS: VALUTAZIONE E DINTORNI
La valutazione degli studenti con disturbi specifici
dell’apprendimento
di Riccarda Dell'Oro*
Insegno alle superiori e sono abituata a tenere un
diario dove annoto quel che succede in classe. Vari anni fa scrissi:
“Andrea di III C non prende mai appunti; quando scrive commette molti
errori ortografici, a volte veramente bizzarri (ieri ha scritto “l’impido”!),
spesso ha l’aria stanca e assente, eppure, le poche volte che osa
intervenire, è acuto, coglie nel segno il problema. Ho pensato a lungo
che fosse un po’… tonto,ma ora non lo credo più: le sue osservazioni,
seppur rare, sono profonde. Ma i suoi errori ortografici sono da prima
elementare o da straniero, nei compiti di grammatica è uno sfacelo, non
distingue un nome da un aggettivo. Come si spiega questa discrepanza?
Certamente non dipende dall’ambiente in cui vive, la madre è
professoressa universitaria di Latino e il padre magistrato! Per di più
il ragazzo, a casa, è seguitissimo dai genitori e da professori vari”.
Ero perplessa,ma alcuni mesi dopo ho scoperto che i suoi genitori erano
più preoccupati di me e, per giunta, da lunga pezza per anni avevano
consultato medici, psicologi, psichiatri, orientatori, ricevendo
consigli stravaganti, accuse sulla loro inadeguatezza o sulla loro
apprensività, ma senza esito.
Finalmente, un neuropsicologo ha prodotto una diagnosi di Disturbo
Specifico dell’Apprendimento (DSA), per l’esattezza di disgrafia
(il gesto grafico è compromesso, per cui la scrittura risulta brutta e,
in certi casi, illeggibile anche per lo scrivente; può esservi di base
un problema disprassico, di impaccio nella motricità fine) e
disortografia (la scrittura non è corretta, vi sono molti errori
ortografici). Il padre, per giunta, ha scoperto di avere una lieve
dislessia (il processamento della lettura, della decodifica del testo
scritto, è inficiato, per cui la lettura risulta lenta e/o con errori) e
discalculia (lentezza e/o scorrettezza del calcolo a mente e per
iscritto, difficoltà nelle tabelline e nella numerazione in avanti o
indietro, nella lettura e scrittura dei numeri). I DSA sono congeniti e,
secondo recenti ricerche, hanno una base genetica, infatti nel 60% dei
casi vi sono precedenti familiari. Fino ad allora non avevo mai avuto in
classe un caso di DSA, o,meglio, non me ne ero mai accorta,ma ne avevo
avuti di certo, visto che gli studenti italiani con DSA sono il 4-6%
secondo il dato epidemiologico. In Lombardia, però, è diagnosticato solo
l’1,6%, quindi meno di coloro che hanno una certificazione di handicap
(1,7%).
Ho finalmente capito, dopo aver letto con attenzione la diagnosi e aver
parlato con il diagnosta, che Andrea era davvero molto intelligente.
Purtroppo, però, dalla nascita è costituzionalmente diverso dagli altri,
ha un disturbo che non è curabile; al massimo, se ci fosse stato un
intervento logopedico entro le elementari, in lui si sarebbero attivati
alcuni automatismi, favoriti dal miglioramento spontaneo connaturato
allo sviluppo. Mi parve chiaro, allora, perché Andrea non potesse
prendere appunti: per lui era un compito cognitivo, improponibile in
quanto quando scriveva pensava a come tracciare ogni lettera e a quali
lettere utilizzare per non commettere errori. Quindi
non si applicava meno degli altri, ma molto di più: le attività che per
gli altri erano automatiche, a lui richiedevano fatica, ecco perché
aveva sempre quell’aria così stanca! Rendermi conto di questo mi ha
tranquillizzato, non ho più provato quel senso di impotenza che spesso
mi assaliva. Da quel momento in poi Andrea, a casa e a scuola, ha usato,
per scrivere, il computer e la sua compagna di banco, dotata di una
grafia chiara, gli ha passato costantemente gli appunti. Ho studiato con
i colleghi strategie idonee per valorizzare i suoi punti di forza e per
sorvolare su quelli di debolezza: egli ha avuto diritto a un normale
percorso scolastico, con gli opportuni adeguamenti alle sue difficoltà,
come richiede la normativa.
Lo studente stesso, inoltre, ci ha illustrato le proprie difficoltà, le
tecniche d’apprendimento che normalmente utilizzava e gli strumenti
compensativi di cui abbisognava. Per esempio, ci ha detto che gli
risultava utile che le consegne gli venissero esplicitate a voce, anche
quando fossero state scritte sulla verifica o sul compito per casa.
Ovviamente non esiste una ricetta unica, valida per tutti, abbiamo
dovuto trovare le modalità più adatte a lui. Ad ogni modo mi è parso
chiaro che la didattica migliore per lui, e anche per tutta la classe,
fosse quella cognitivista, aggiornata in chiave costruttivista.
Bisogna attivare i processi alti stimolando l’elaborazione interna al
sistema cognitivo, in modo tale che lo studente costruisca da sé il
proprio sapere, organizzandolo secondo le proprie categorie mentali e
tenendo conto delle proprie preconoscenze. Solo così l’apprendimento non
s’inceppa per la mancanza di risposte automatiche e può conformarsi alla
struttura relazionale e affettiva del singolo. Bisogna superare
l’apprendimento passivo, tanto caro al vecchio comportamentismo che
considerava il discente come un vaso vuoto da riempire. Oggi sappiamo
che l’apprendimento non è un risultato automatico e che non si può
attribuire la responsabilità degli insuccessi scolastici ai meri fattori
ambientali.
Del resto l’adattamento dei metodi didattici, dei compiti e delle
valutazioni alle singole individualità non implica commettere
ingiustizie. Situazioni diverse richiedono interventi diversi. Il
percorso scolastico deve essere personalizzato calibrandolo secondo la
personalità del ragazzo e tenendo conto delle sue potenzialità; va
evitata la scrittura sotto dettatura e alla lavagna, la copiatura dalla
lavagna e va dato ampio spazio agli strumenti multimediali.
Inoltre, idoneo è l’utilizzo del lavoro di gruppo, una metodologia che
favorisce l’inserimento, l’integrazione e che è adeguata alle necessità
del DSA: proficua è una distribuzione dei compiti tra i membri del
gruppo che tenga conto delle difficoltà e delle doti di ognuno, in modo
da aumentare l’autostima, specie negli adolescenti che vivono il
difficile momento del passaggio dall’infanzia all’età adulta.
La valutazione dello studente con DSA, ancor più che quella di tutti gli
altri studenti, non deve concentrarsi sul risultato della singola prova,
ma considerare innanzitutto lo sforzo e i progressi compiuti.
Sappiamo che la scuola, specie nell’età adolescenziale, è molto
importante, sia come quantità di ore occupate sia come impatto sulla
stima sociale e sull’autostima. Ovviamente, la valutazione finale non
sarà la semplice somma degli esiti delle singole verifiche, ma viceversa
saranno i criteri di valutazione stabiliti all’inizio dell’anno dal
consiglio di classe a tracciare le linee-guida per monitorare le singole
prove.
In particolare, non verranno calcolati gli errori dipendenti dal
disturbo. Tali sono per esempio la difficoltà nella lettura e la
comprensione autonoma di un testo, il tempo impiegato, la scarsa memoria
a breve termine e sequenziale, la difficoltà di memorizzare paradigmi,
declinazioni, poesie, date, formule, definizioni, l’impaccio nell’uso
del dizionario, gli errori di trascrizione, di calcolo, di
punteggiatura, spaziali, ortografici e grammaticali sia in Italiano sia
nelle lingue straniere. Occorre incentivare l’uso delle misure
compensative, quali computer con correttore ortografico e sintesi
vocale, dizionari elettronici, calcolatrice, tabelle con formule o altri
ausilii. Inoltre si valuterà il contenuto sorvolando sulla forma e si
utilizzerà nelle lezioni e nelle verifiche una didattica costruttivista,
che contestualizzi le conoscenze ed esplori le discipline dall’interno.
La metodologia delle prove sarà analoga a quella delle lezioni, che
avranno cura di essere variate per favorire tutti i canali e tutte le
tipologie di apprendimento. Le verifiche orali delle lingue antiche e di
quelle straniere, per le quali viene abbandonata l’impostazione
grammaticale, verranno considerate compensative di quelle scritte,
quindi è chiaro che l’insufficienza non può essere causata unicamente
dallo scritto. Per il portatore di DSA le verifiche sono più impegnative
che per gli altri, tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello
della preparazione, quindi, siano scritte od orali, devono essere
programmate, non devono essere troppe in una settimana, né più di una al
giorno o all’ultima ora. È d’altronde facile che i problemi di
lateralizzazione, spaziali e sequenziali influenzino la prova. Così non
sanno leggere le ore e riconoscere la destra dalla sinistra, fatti che
spesso rilevano nella valutazione delle lingue straniere. Molti con DSA
non riescono a ricordare i giorni della settimana, i mesi, le stagioni e
anche la data del loro compleanno! Mi ricordo che, un giorno,mentre
leggevamo in classe la poesia “Autunno” di Ungaretti, Andrea ha
esclamato, per fortuna sottovoce: “Ah, in autunno cadono, è in primavera
che spuntano le foglie!”
I miei colleghi erano un po’ preoccupati, perché avevano paura da un
lato di non conoscere abbastanza il problema per intervenire in modo
adeguato, dall’altro temevano eventuali ricorsi, che, ovviamente,
sarebbero stati vinti dai genitori se non avessimo utilizzato gli
strumenti compensativi e dispensativi.
D’altro canto neanche gli errori didattici vanno demonizzati.
L’atteggiamento costruttivo verso i propri errori è infatti una
condizione indispensabile per costruire la propria professionalità.
Inoltre, in consiglio di classe alcuni si sono posti il problema
dell’esame di Stato, ma mi pare che la normativa sia chiara: per le due
prove nazionali, si devono fornire le misure compensative e si può solo
intervenire con una valutazione adeguata, la terza può essere adattata
in analogia con quanto avvenuto nelle prove simulate, durante l’anno
scolastico, da allegarsi al documento di classe, in cui bisogna
descrivere in modo dettagliato la situazione e gli interventi didattici
particolari. * docente al liceo “Virgilio” di Milano
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