|
|
FOCUS: VALUTAZIONE E DINTORNI
La valutazione nelle scuole autonome
di Piero Cattaneo*
1. Un nuovo modo di intendere la valutazione Per troppo tempo nella scuola il termine valutazione
è stato collegato a “valutazione degli apprendimenti”.
Nel senso comune, infatti, la valutazione è ritenuta ancora oggi un atto
che riguarda la conclusione di un’esperienza scolastica o formativa,
spesso riferita alla fine dell’anno scolastico o di un quadrimestre e
che viene espressa in un giudizio o con dei voti attraverso documenti
ufficiali, ad esempio la scheda o la pagella. Questa funzione quasi
“notarile” della valutazione non ne esaurisce però il significato e le
finalità.
Oggi, a seguito delle molte innovazioni introdotte nel sistema
scolastico italiano ed in quello formativo più ampio, la valutazione fa
riferimento ancora ai risultati e al processo di apprendimento degli
allievi, ma amplia i suoi orizzonti anche sui processi di insegnamento,
su quelli della tenuta e della regolazione in atto nella scuola, sulla
qualità del sistema in sé e su quella del servizio che la scuola
autonoma eroga ai suoi utenti.
Nel quadro di una cultura formativa, didattica, gestionale e
organizzativa più complessa e articolata, determinata in modo prevalente
dall’introduzione dell’autonomia scolastica, accanto alla valutazione
dei risultati (comunque obbligatoria come atto dovuto, necessario e
funzionale agli allievi e alle loro famiglie per le informazioni, utile
ai docenti per l’eventuale riprogettazione di percorsi formativi e/o
didattici) è sempre più presente la valutazione dei processi di
insegnamento-apprendimento.
Nelle scuole dell’autonomia si valutano sempre i risultati del processo
di insegnamento/apprendimento, anche se il baricentro della valutazione
scolastica
si sta spostando verso la valutazione dei processi e del contesto
organizzativo in cui vengono realizzati.
Quindi si prefigurano più funzioni valutative, assunte da una pluralità
di soggetti valutatori e tradotte operativamente in più momenti e con
strumenti valutativi molto differenti.
Sintesi ultima di questo “sistema di valutazioni”, che connota in modo
molto differente l’idea di valutazione così come vive nel senso comune,
è la valutazione e la certificazione della qualità di una scuola. 2. La valutazione degli apprendimenti: incertezze e
ambiguità La valutazione degli apprendimenti è senza
dubbio una
delle operazioni più delicate, se non la più complessa
in assoluto da compiersi per le conseguenze che ne
derivano, date le molte variabili che entrano in gioco.
Nell’azione valutativa sono presenti le relazioni interpersonali
allievo-docente, le aspettative dell’alunno
e quelle dell’insegnante, i tempi e i ritmi di
apprendimento, le modalità e le tecniche di insegnamento,
gli atteggiamenti personali rispetto all’impegno
nello studio, alla costanza nel tempo, le capacità
e le potenzialità dell’allievo, in rapporto con
gli obiettivi del docente nella valutazione e i criteri
da lui adottati. Nella valutazione entrano anche le variabili
relative alle modalità, alle procedure e agli strumenti
di valutazione, che non sono indifferenti nella
fase di accertamento dei livelli conseguiti sul piano
degli apprendimenti.
In questi ultimi anni, poi, sulla complessità dell’atto
valutativo degli apprendimenti hanno “influito” anche
alcune scelte fatte a livello nazionale dai vari Ministri
della Pubblica Istruzione che, spesso con decisioni
intempestive e talora contraddittorie, hanno
creato disorientamenti e disagi nei dirigenti scolastici
e nei docenti, oltre che negli allievi e nelle famiglie.
Basti citare l’introduzione maldestra e confusa del
Portfolio (nel primo ciclo di istruzione) la cui elaborazione
era stata lasciata, in un primo tempo, alla
discrezionalità di ogni scuola autonoma (CM n.
85/2004) e poi imposta con un modello unico a livello
nazionale (CM n. 84/2005), accompagnata anche
da un documento di valutazione e da un modello
di certificazione delle competenze da compilare nelle
scuole, rispettivamente al termine della scuola primaria
e del 1° ciclo di istruzione.
Il Portfolio non era strumento del tutto nuovo nel
sistema scolastico italiano; negli anni ’90 soprattutto
negli Istituti professionali statali e nei Cfp regionali,
il Portfolio era strumento già adottato in relazione
alla certificazione delle competenze. Il Portfolio
poi ha avuto ampio sviluppo soprattutto nei processi di insegnamento /
apprendimento nell’ambito
delle lingue straniere, data la diffusione anche in Italia
del framework internazionale per la certificazione
delle competenze.
Al cambio del ministro della
Pubblica istruzione, al Portfolio non viene più riconosciuta
la funzione valutativa e pertanto esso viene
considerato alla stregua degli atti amministrativi di
documentazione. È bastata al riguardo la nota del ministro
Fioroni del 31.8.2006 che il Portfolio è scomparso
dalle scuole italiane, fatte salve le dovute eccezioni.
Nelle scuole secondarie di secondo grado non
si sono registrati cambiamenti significativi se non rispetto
all’esame di Stato posto alla fine del ciclo di studi
(legge n. 1/2007), ai criteri di ammissione, alla sua
articolazione nelle tre tipologie di prove e nella composizione
della Commissione d’esame.
Con riferimento all’attualità, colpisce gli “addetti ai
lavori” che le Indicazioni per il curricolo e gli allegati
al Documento tecnico pubblicati dal Ministero della
Pubblica Istruzione con i DM 31.7.2007 e 22.8.07 facciano
solo un brevissimo cenno alla valutazione degli
apprendimenti. In entrambi i casi la valutazione è proprio
l’area più scoperta e le scuole sono nell’incertezza
circa gli strumenti e/o i documenti ufficiali da predisporre
per i momenti valutativi finali. In questo momento
storico le scuole, tutte le scuole del 1° e 2° ciclo
di istruzione, sono coinvolte responsabilmente in
due percorsi sperimentali nel biennio 2007-2009, ma
nulla viene proposto come strategia o modalità per
la tenuta e il controllo (o monitoraggio) dei due processi
sperimentali.
Le scuole, sulla base della loro riconosciuta autonomia,
si stanno impegnando nella ricerca di strumenti
e procedure funzionali a compiere operazioni
di valutazione, con il comprensibile dubbio di dover
rimettere tutto in discussione, nel caso di un
eventuale e ritardato intervento del Ministero della
Pubblica Istruzione.
Così, dentro e fuori della scuola, è un susseguirsi
e intrecciarsi di interrogativi, di quesiti, di richieste quali: che
cosa valutare? Ci sarà ancora una scheda di valutazione unica a livello
nazionale oppure ogni scuola sarà costretta ad elaborarne una propria o
potrà adottare, con opportuni aggiustamenti, quella utilizzata lo scorso
anno? E ancora: come sarà articolato l’esame di Stato conclusivo del 1°
ciclo di istruzione?
Ci sarà la prova di cultura generale decisa a livello nazionale?
E da chi? E come si farà la certificazione delle competenze alla fine
del 1° ciclo di istruzione? A questo proposito il ministro Fioroni ha fatto sapere che ripristinerà
il giudizio di ammissione all’esame di Stato conclusivo, ma molti degli
interrogativi sopra ricordati sono ancora senza risposte. 3. Tempi, procedure e strumenti di verifica e
tipologia di attuazione degli apprendimenti
Occorre premettere che i termini verifica e
valutazione non sono sinonimi. La verifica è l’insieme delle operazioni
compiute dal docente per la raccolta dei dati relativi ai risultati da
accertare (abilità, conoscenze, competenze, comportamenti,
atteggiamenti, ecc.) e alle operazioni sui dati stessi (raccolta,
confronto, elaborazione, interpretazione, ecc.). Con valutazione si fa
riferimento, invece, alla formulazione di un giudizio di accettabilità o
meno del risultato ottenuto rispetto al risultato atteso sul piano degli
apprendimenti, sempre in relazione all’alunno. Tra gli strumenti di
verifica, le cosiddette prove di profitto sono di solito suddivise nelle
tre categorie di prove strutturate, semistrutturate e non strutturate.
Le diverse tipologie di prove rispondono all’accertamento di competenze
di natura cognitiva differente, quindi spetta al docente decidere il
tipo di prova in relazione al genere di competenza da verificare e
valutare.
Così le prove strutturate mirano ad accertare il raggiungimento degli
obiettivi di base, connessi alla conoscenza delle informazioni, alla
comprensione di concetti, all’applicazione di regole, di consegne e di
procedimenti. Le prove non strutturate riguardano obiettivi basati su
condotte cognitive di genere superiore quali l’analisi, la sintesi,
l’intuizione, l’invenzione, ecc. A loro volta le prove semistrutturate,
se predisposte correttamente, mirano ad accertare elementi cognitivi che
si rifanno alle prove precedenti, da cui si differenziano perché pongono
all’allievo dei vincoli da rispettare nella fase di esecuzione delle
prove stesse (es. traccia, n. righe, saggio breve, riassunto in n. …
parole, relazione su parametri, ecc.). Date le caratteristiche delle
varie categorie di prove, all’insegnante spetta di decidere il tipo di
prova anche
se sarebbe opportuno non limitarsi ad un solo tipo, bensì ricorrere nel
tempo a tutte e tre le tipologie.
Sulla base dei risultati accertati si procede alla valutazione mediante
l’impiego di griglie quantitative pre-definite (es. prove strutturate
quali test; questionari chiusi, ecc.) o griglie quanti-qualitative che
indicano i parametri con cui valutare una prova (es. correttezza
ortografica; ricchezza lessicale; coerenza nello sviluppo della traccia
di un tema; ecc.) e i pesi (es. percentuali) da attribuire a ciascuno.
In ogni modo, in tutte le valutazioni c’è sempre una componente di
soggettività (che a mio avviso non guasta mai se viene utilizzata in
modo funzionale alla situazione) quale elemento di stimolo e rinforzo
dell’autostima dell’allievo o come attenzione a forme di sovrastima e
quindi di non consapevolezza del vero e reale livello di apprendimento.
Accanto alle prove di profitto, nella valutazione scolastica ricorrono
anche strumenti di tenuta e di controllo dei processi di apprendimento
nel tempo.
I risultati delle prove sono indicatori interessanti sullo sviluppo del
processo di apprendimento, ma non sono sufficienti. Il docente ricorre
ad altre modalità e ad altri strumenti quali l’osservazione sistematica,
la registrazione di note e appunti da lui ritenuti significativi
rispetto all’evoluzione del processo in atto, i colloqui con l’allievo,
il confronto con i colleghi, i momenti di udienza dei genitori,
l’opportunità di osservare l’allievo in contesti e/o esperienze
differenti dal contesto aula scolastica (ad esempio, uscita didattica,
viaggio di istruzione, rappresentazione teatrale, attività di
volontariato, gara sportiva extrascolastica, ecc.). Nell’ambito delle
scuole secondarie di secondo grado, sono spesso realizzate esperienze di
stage in aziende o centro servizi, ed anche in questo caso sono
effettuate delle valutazioni,ma in termini completamente differenti da
quelli scolastici.
In tutti i casi considerati, i dati raccolti vanno portati a sintesi per
farli confluire in un’unica valutazione, in cui saranno compresenti
elementi di risultati acquisiti e processi vissuti. Sintesi non semplice
e non facile da compiersi, soprattutto nelle situazioni di alunni
svantaggiati o con disturbi dell’apprendimento (sempre più numerosi) e
di alunni stranieri (in continuo aumento nelle scuole italiane).
Al riguardo il POF della scuola dovrebbe fungere da bussola orientativa
quando contiene i criteri di valutazione decisi dal Collegio dei
docenti.
Questa purtroppo non è una prassi molto diffusa nelle scuole italiane.
Rispetto ai tempi, la valutazione può essere collocata all’inizio di un
processo di apprendimento (valutazione iniziale) che può coincidere o
meno con l’avvio dell’anno scolastico o con un’unità didattica o di
apprendimento oppure con l’inizio di un’attività laboratoriale. Ci
possono essere poi forme di valutazione intermedia o “in itinere” quando
la valutazione è collocata durante lo sviluppo del processo di
apprendimento. Potrebbero coincidere con le valutazioni trimestrali o
quadrimestrali, oppure al termine delle varie esperienze in cui si
articola il processo di insegnamento/apprendimento in atto.
Sono ovviamente valutazioni finali quelle formulate dai docenti,
individualmente o collegialmente, a conclusione dell’anno scolastico.
Tuttavia vengono definite finali anche le valutazioni che si realizzano
nella scuola al termine di parti consistenti del lavoro programmato (es.
al termine di una unità di apprendimento; o di un laboratorio; o di
un’unità didattica). 4. Valutazione autentica
Una riflessione a sé merita il fatto accaduto negli ultimi anni in
Italia che ha visto numerosi studiosi e ricercatori attenti alla
cosiddetta valutazione autentica.
Il tentativo e lo sforzo compiuto riguardano la ricerca non solo di
criteri, ma anche di forme di accertamento degli apprendimenti che
permettano agli insegnanti di esprimere giudizi maggiormente fondati
sulle capacità e sul rendimento scolastico degli studenti. In concreto
la valutazione autentica mira ad accertare.
La valutazione autentica infatti intende verificare non solo ciò che lo
studente sa, ma ciò che in una prestazione reale e adeguata
dell’apprendimento.
Questa prospettiva, e cioè sapere che uno studente è in grado di operare
in contesti reali per conseguire certi obiettivi, informa molto di più
sul suo apprendimento che non ciò che egli dimostra con prove
strutturate.
Fare valutazioni autentiche comporta per gli insegnanti progettare
compiti significativi allievi e la valutazione autentica, per essere
tale, deve essere compiuta in situazioni analoghe o simili a quelle in
cui viene eseguita la prestazione, cioè in condizioni reali. Inoltre una
valutazione per essere autentica deve proporsi l’obiettivo di valutare
il “progresso” dell’apprendimento e come tale deve essere:
-
continuativa su tempi lunghi;
-
individualizzata e quindi favorire anche
l’autovalutazione dell’allievo;
-
documentata attraverso strumenti che possano
permettere un controllo preciso delle capacità dello studente (ad
esempio, il Portfolio è strumento idoneo per una valutazione
autentica).
5. Valutazione interna e valutazione esterna
Questa ulteriore classificazione del concetto di valutazione si basa su
quanto previsto dalla legge n. 53/2003 e dal decreto attuativo (il
d.lgs. 59/2004) che introducono elementi di innovazione nel sistema di
valutazione nelle scuole dell’autonomia.
La valutazione interna si articola in:
-
autovalutazione di istituto, tesa ad accertare il
funzionamento della scuola sul piano progettuale, su quello
organizzativo e gestionale, su quello delle relazioni interne e
verso l’esterno, sull’ottimizzazione delle risorse a disposizione
della scuola;
-
valutazione diagnostica, formativa e sommativi,
condotta nella scuola da soggetti interni (dirigente scolastico,
docenti, genitori, studenti, personale ATA) ha lo scopo di
raccogliere dati ed informazioni su alcuni aspetti peculiari della
vita scolastica, allo scopo di individuarne dei punti forti e
dei punti deboli per migliorare il sistema scuola e il servizio da
questa erogato.
La procedura dell’autovalutazione richiede ovviamente
il consenso dei soggetti.
Sulla base dei dati elaborati spetta poi a ciascun collegio dei docenti
decidere in merito agli aspetti prioritari su cui varrebbe la pena
avviare progetti di miglioramento. Sarebbe buona norma che tutti i
soggetti coinvolti nella raccolta dei dati e delle informazioni
venissero periodicamente informati sullo sviluppo del processo di
autovalutazione e sui risultati conseguiti nelle varie fasi. Sul piano
degli apprendimenti la valutazione interna assume varie denominazioni
aggettivali in relazione al tempo di attuazione e alla funzione
specifica. Quindi essa può assumere la forma di valutazione diagnostica:
è la valutazione che tende a esprimere giudizi sulla base di dati
raccolti all’inizio di ogni processo formativo (compreso quello
scolastico), con cui si rilevano elementi fondamentali sui livelli degli
apprendimenti pregressi e su bisogni formativi dell’alunno.
Per valutazione formativa si fa invece riferimento al profilo formativo
previsto in uscita da ogni “segmento” scolastico e si esprime un
giudizio sulla distanza o prossimità dei risultati conseguiti in
relazione agli esiti formativi finali. È ovvio che nella valutazione
formativa si terrà in forte considerazione l’arco di tempo dell’intero
corso di studi per valutare attentamente e in modo progressivo e
graduale i risultati via via conseguiti.
Analogamente la valutazione sommativa viene effettuata attraverso la
sintesi dei risultati di valutazioni intermedie. È il momento del “redde
rationem” circa i risultati sul piano delle conoscenze, delle abilità,
delle competenze specifiche e trasversali in determinati momenti
considerati tappe significative nello sviluppo del processo di
insegnamento/apprendimento, es. fine quadrimestre, fine anno scolastico,
ecc. La valutazione esterna sposta il “focus” della sua attenzione: essa
si propone di raccogliere elementi per informare i decisori delle
politiche scolastiche e formative sullo stato complessivo del sistema e,
anche, in generale, dei risultati ottenuti nelle prove di conoscenza e
di abilità predisposte dagli istituti di Valutazione. La costituzione di
una banca dati a livello nazionale, sulla base di indicatori di qualità
tesi a evidenziare gli eventuali squilibri su aspetti fondamentali delle
scuole (tipologia alunni, esigenze differenziate degli allievi, presenza
alunni stranieri, risorse disponibili, spazi disponibili, ecc.), è
fondamentale per provvedere ad una più equa distribuzione delle risorse
(professionali, culturali, logistiche, economiche, strutturali)
sull’intero territorio nazionale. 6. Valutazione
delle prestazioni degli alunni in situazioni di difficoltà e/o di
disagio Particolare attenzione occorre rivolgere agli
alunni che si presentano a scuola con disabilità riconosciute, così come
altrettanta cura va posta nella valutazione delle prestazioni degli
alunni stranieri, specialmente nella fase di accoglienza.
Nel primo caso rientrano gli allievi cui è stata riconosciuta una
disabilità e che pertanto hanno il diritto di seguire dei percorsi
formativi individualizzati.
Questi possono presentare modalità, forme e tempi differenti da quelli
seguiti e programmati per i compagni considerati normodotati, oppure ci
possono essere dei momenti e delle fasi in cui i percorsi coincidono o
si intersecano per non escludere gli alunni disabili dal contesto
classe. Agli allievi riconosciuti disabili viene data la possibilità di
assegnazione di un docente nella classe. Il cosiddetto insegnante di
sostegno riveste una funzione molto delicata, assume il ruolo del
facilitatore di apprendimento, partecipa alla valutazione delle
prestazioni dell’alunno e del suo percorso insieme ai docenti del
consiglio di classe. All’alunno disabile è riconosciuto il diritto di
sostenere prove differenti in sede di esami, sulla base delle proposte
del consiglio di classe e del collegio dei docenti.
Situazione del tutto diversa è quella che si crea con gli allievi cui
sono riconosciuti disturbi specifici di apprendimento quali dislessia,
disgrafia e discalculia, e che necessitano di facilitazioni sotto forma
di atti dispensativi e/o compensativi da parte dei docenti.
In questi casi la valutazione degli apprendimenti dovrà tener conto
delle situazioni e delle rispettive gravità e incidenze sui risultati,
anche se tali allievi non hanno diritto a percorsi individualizzati e a
prove differenziate. La C.M. n. 28/2007 in merito all’esame di Stato al
termine del primo ciclo di
istruzione, ribadisce che le prove al riguardo di questi allievi siano
le stesse degli altri, fatte salve le strategie e le tecniche sopra
ricordate.
* docente presso l’Università Cattolica del S. C. di Milano e dirigente
alla scuola media “Griffini” di Casalpusterlengo (Lo)
|
|
|