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CINEMA E SCUOLA

Lo scienziato al cinema

a cura di  Rita Manzoni

Nell’era dell’homo videns, in cui il sapere si costruisce più che sui libri su quanto appreso dai media, sarebbe ingenuo pensare che scienza e tecnologia siano immuni da questo processo.
È dato evidente – e gli insegnanti di discipline scientifiche lo rilevano quotidianamente - che gran parte dell’immaginario scientifico degli studenti deriva dal cinema, dalla TV e da Internet, fonti a cui essi largamente attingono per costruirsi una propria visione della scienza e delle sue implicazioni1.

D’altro canto, la rapidità dello sviluppo scientifico, ponendo costantemente in discussione i limiti tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è moralmente accettabile, suscita ansie collettive di cui il cinema in particolare, con il suo potere di coinvolgimento emotivo, funge da catalizzatore.

A partire da queste considerazioni, lo scorso anno scolastico è stato proposto ad alcune classi del Liceo Scientifico “A.Tosi” di Busto Arsizio il percorso didattico “Lo scienziato al cinema”, con un duplice obiettivo: da un lato, indagare l’immagine di scienziato che emerge dalla sconfinata produzione cinematografica, confrontandola con le caratteristiche e gli scopi dello scienziato reale, dall’altro, ricercare quale idea di scienza sia prodotta nell’opinione pubblica dai media. 

Il progetto, che ha coinvolto insegnanti di lettere e di scienze, si è articolato in due fasi:

  • una “teorica” nella quale si sono identificate sia alcune tipologie di “scienziato” ricorrenti sul piccolo e grande schermo, sia la percezione che di tale figura ha il pubblico;

  • una “esemplificativa” in cui, attraverso l’analisi testuale di un “classico” del genere, “Mary Shelley’s Frankenstein”di K. Branagh, si sono individuati gli archetipi della conoscenza scientifica sottesi all’immagine dello scienziato cinematografico.

Lo scienziato cinematografico: apprendista stregone o benefattore dell’umanità?2
Il rapporto con la scienza è stato, fin dalle origini, fecondo per il cinema e si è sviluppato sostanzialmente lungo due assi:

  • quello della rappresentazione realistica dello scienziato, con una netta prevalenza del genere storicobiografico, sia pure con sfumature diverse nelle varie epoche3 ;

  • quello della fiction in cui il repertorio di “scienziati” va, passando attraverso categorie intermedie, dallo sperimentatore pazzo all’eroico ricercatore.

Seguendo la classificazione di Jouhaneau, che individua otto tipologie di “scienziato cinematografico” (medici pericolosi, scienziati pazzi, apprendisti stregoni, inventori svitati, umani, utopisti, eroi, storici)4 sono stati proposti agli studenti, divisi in gruppi, alcuni film– o le trame dettagliate, laddove per ragioni di tempo o di reperibilità delle pellicole non fosse possibile la visione - raggruppati in categorie omogenee. Il compito di ogni gruppo era quello di stabilire, per ciascuna categoria, le caratteristiche dello scienziato rappresentato e gli scopi del suo agire. Le osservazioni sono poi confluite nello schema riassuntivo sotto riportato e discusso in classe:

Ad un’analisi superficiale, la tabella sembrerebbe sviluppata sull’asse positivo/negativo, ma tale opposizione appare fuorviante, dal momento che la scelta di caratterizzare sullo schermo lo scienziato come buono o cattivo è strettamente legata alla connotazione attribuita alla società in cui opera. Per definizione, lo scienziato è portatore di conoscenze innovative che lo rendono consapevole di processi sconosciuti ai più e che lo pongono in contrasto con il sentire comune.

Più interessante, pertanto, è stato esaminare la relazione che lo scienziato stabilisce con il contesto sociopolitico di riferimento: in alcuni film – si veda, ad esempio, il filone “catastrofico”- lo scienziato si trova a combattere,mettendo a repentaglio la sua carriera e, a volte, la sua stessa incolumità, contro un potere politico ed economico teso a salvaguardare solo i propri interessi, a danno della natura e del genere umano; altrove – ed è il caso di alcune biografie storiche quali “Galileo” della Cavani – lo scienziato è in conflitto con una società o un’istituzione religiosa oscurantista; in altre pellicole, infine, è lo scienziato che, per sete di potere o denaro, per vendetta o per motivi ideologici – si pensi alla categoria dei medici nazisti - usa il suo sapere contro l’umanità: in questo caso la società (sana) combatterà lo scienziato (malvagio) per neutralizzare la sua follia. Alla base di ogni narrazione “scientifica”, dunque, sono sempre presenti due aspetti legati tra loro: il “ sapere” e il “potere”, ora rappresentati in personaggi diversi – scienziato e politico, ad esempio – ora incarnati nella stessa figura dello scienziato, allettato dalla prospettiva di trasformare il suo “sapere” in strumento di dominio. Il secondo momento di questa prima fase di lavoro ha avuto come obiettivo la ricognizione del “sentire comune” sulla scienza prodotto dai media. Attraverso interviste fatte dagli stessi studenti a coetanei e adulti su alcune serie televisive famose – “E.R. Medici in prima linea”; “DottorHouse”, “CSI – Scena del crimine”, - o film universalmente conosciuti – “Frankenstein”, “e day after tomorrow”, “Alien” - si è cercato di far emergere la percezione della scienza che tali immagini producono. Ne è emerso – come previsto – un quadro ambiguo: da una parte la fiducia negli scienziati come depositari di un sapere in grado di risolvere i mali dell’umanità, dall’altra la paura verso una scienza che sfugge di mano agli stessi ricercatori e diventa strumento di distruzione o di controllo dell’uomo5.

Naturale a questo punto è stato domandarsi quali siano i generi deputati ad incarnare le “paure” nei confronti della scienza e quali queste paure. Gli studenti non hanno avuto difficoltà ad individuare in “fantascienza” ed “horror”, da loro assai frequentati, i filoni cinematografici più idonei a riprodurre le inquietudini del nostro tempo. Quanto poi alle paure è bastato esaminare i titoli dei più noti film horror o fantascientifici degli ultimi cinquant’anni per accorgersi che le tematiche sono legate alle ansie collettive dei vari periodi storici. Se negli anni della guerra fredda la maggior parte dei film rappresentava il timore di un conflitto atomico prodotto da un uso improprio della tecnologia, la fine del Novecento e l’inizio di questo secolo hanno dato voce sia alla “paura del diverso”, alieno o replicante sfuggito al controllo del suo creatore, sia agli incubi legati alle catastrofi ecologiche prodotte da una natura che si ribella alle azioni irresponsabili degli uomini. La   rappresentazione di queste paure altro non è che un modo per esorcizzarle, dal momento che l’immancabile happy end, ripristinando un nuovo ordine, rassicura sulla sopravvivenza e sulla vittoria finale dell’uomo6.

Alle origini dell’immaginario scientifico: da Prometeo al Golem
Per la fase “esemplificativa” del progetto è stato scelto “Mary Shelley’s  Frankenstein” di K. Branagh, che ci ha permesso di indagare gli archetipi alla base di molti film “scientifici”. Come scrive Castelfranchi, “Sin da epoche remote la conoscenza è stata associata a tre grandi dilemmi interagenti di carattere mitico, tutti caratterizzati da un polo positivo (di entusiasmo e fascino per il nuovo) e un polo negativo (di diffidenza o paura): - il dilemma “del frutto proibito”, della conoscenza in quanto tale; - il dilemma “dell’apprendista stregone”, ovvero dei rischi legati alla perdita di controllo sulla conoscenza e le sue applicazioni; - il dilemma “del Golem”, ovvero della manipolazione della natura per mezzo della conoscenza, e il brivido di euforia e paura legato al superamento della frontiera tra inanimato e animato”7.

Il “Frankestein” di Branagh, - e ancor prima il romanzo della Shelley – incarna tutt’e tre imiti. In primo luogo il dottor Victor Frankestein è novello Prometeo8: come l’archetipo classico che ruba il fuoco agli dei, egli vuole superare il limite imposto alla conoscenza, appropriarsi del segreto della creazione, distruggendo le barriere tra la vita e la morte. In lui la sete di conoscenza è un’ossessione, legata alla morte della madre9 in giovane età; ossessione in nome della quale è disposto a sacrificare ogni bene: sia nel film sia nel romanzo, la vicenda di Frankestein è inserita nella cornice del racconto che lo stesso dottore, ritrovato morente al Polo Nord dove ha inseguito la sua “creatura”, ne fa al capitano Walton, un esploratore che, a scapito della sua stessa vita e di quella dei suoi uomini, è alla ricerca di una via per raggiungere il Polo. I due personaggi sono accomunati dalla stessa “follia” che li spinge, per desiderio di gloria e di immortalità10 – e nel caso di Frankenstein non solo metaforica – a superare ogni limite. Il “sapere” che Frankenstein ricerca è quello in cui la speculazione è strettamente unita alla sperimentazione, in cui l’esperienza del passato si combina con le scoperte delle scienze moderne, della fisica, della biologia, della chimica; è un “sapere” che inevitabilmente entra in conflitto con la visione dogmatica della conoscenza, fondata sul principio di auctoritas e incarnata nel film da Krempe11, insegnante dell’Università di Ingolstadt.

Dal punto di vista cinematografico la “sconfitta” di questa posizione a vantaggio della nuova scienza è sottolineata da un’alternanza di inquadrature oblique dal basso e dall’alto e di soggettive di Victor studente, che lo pongono in posizione dominante rispetto al professor Krempe.

Il “sapere” di Frankenstein non risponde solo ad un bisogno di conoscenza, è brama di onnipotenza, di appropriazione del potere divino della creazione, e come tale non accetta alcun vincolo imposto dall’etica. La decisione di Frankenstein di ridar vita alla materia inanimata rifugge da ogni remora morale: “sono solo materie prime” afferma mentre trafuga di notte i cadaveri al cimitero. Né i moniti di Krempe12, né gli appelli accorati dell’amico Clerval13, né la precedente esperienza fallimentare di Waldman, suo maestro ementore14, né, infine, l’amore per Elisabeth possono distoglierlo dall’esperimento. Per questo aspetto, Frankenstein riproduce il mito del Golem15. Al mito del Golem è legata anche la “ricetta”per generare l’homunculus.16 , lasciata nel XVI secolo da Paracelso, modello ispiratore di Frankenstein. A differenza del rabbino Lowe o di Paracelso, Frankestein non ridà vita ai corpi inanimati attraverso la magia o l’alchimia, ma servendosi delle scienze moderne: la biologia, la chimica, gli studi sull’elettricità e sull’elettromagnetismo. L’obiettivo, come lui stesso afferma, è quello di creare l’essere umano perfetto: “possiamo plasmare, creare un essere che non invecchierà, non si ammalerà, un essere nuovo, un essere più forte di noi,migliore di noi, più illuminato di noi” e ancora: “Io credo che per sconfiggere la morte e le malattie, per dare a ogni uomo sulla terra la possibilità di vivere una vita lunga, sana e permettere alle persone che si amano di restare insieme per sempre, per tutto questo, credo che valga la pena di rischiare” La presunzione di Frankenstein di essere “più bravo” di Dio andrà incontro ad un terribile fallimento: l’essere generato non solo non sarà perfetto, ma si rivelerà addirittura “mostruoso” e per questo sarà rifiutato dal suo stesso creatore e dalla comunità degli uomini. Interessante, a questo proposito, è stato discutere con gli studenti il concetto di “mostruosità”: è più “mostruosa” la creatura, la cui violenza distruttiva nasce dall’emarginazione e dal rifiuto, o Frankenstein che nega il suo amore “paterno” a quel “figlio” imperfetto, o ancora la società che estromette chi è “diverso”? In quest’aspetto della creatura che si ribella al creatore è rappresentato l’ultimo archetipo citato, quello dell’apprendista stregone, ovvero la paura verso una scienza che, priva di limiti esterni, si trasforma da fonte di progresso in strumento di rovina. Nell’epoca in cui le manipolazioni genetiche e gli esperimenti sulla clonazione hanno aperto frontiere solo fino a pochi anni fa considerate pura “fantascienza”, rileggere “scientificamente” la storia di Frankenstein è risultata, dunque, operazione attuale e feconda di spunti interessanti di riflessione.


1 Scrive Yuri Castelfranchi: “Le immagini scientifiche che abitano la nostra mente non vivono solo nella forma di concetti… esistono anche prima nella forma ambigua, contraddittoria, interessantissima di metafore, simboli, sogni, paure stratificati e interagenti tramite osmosi e permutazioni innumerevoli […] Prima di leggere un libro di testo o una rivista di divulgazione, un cittadino costruisce la propria immagine di scienza e di scienziato, annusandola, consapevolmente o meno, nelle telenovelas, nei film, nelle arti figurative, nellamusica” in Per una paleontologia dell’immaginario scientifico, Jcom, 2 (3), 2003, pag. 14 (http://jcom.sissa.it ).

2 Per questa sezione del progetto è stata utilizzato l’interessante ed esaustivo studio di Matteo Merzagora contenuto in Scienza da vedere. L’immaginario scientifico sul grande e sul piccolo schermo, Sironi,Milano 2006, di cui sintetizziamo, in questo paragrafo, le idee chiave.

3 Cfr. Antonella Testa, Scienza, cinema e televisione: cosa ci ha offerto la produzione italiana difilm e fiction nel Novecento?, in JCOM2 (2), June 2003 ( http://jcom.sissa.it   ).
4 Jacques Jouhaneau, “Un savant à Hollywood”, Science et avenir hors série, luglio 1997, pag. 50 cit. in Merzagora, Scienza da vedere, op. cit., pag. 24.

5 Scrive Castelfranchi: “La scienza …è dipinta dai media, e vista dalla gente, come strumento essenzialmente positivo. È novità e progresso, gabinetto delle meraviglie
e sinonimo di verità oggettiva. È strumento di trasformazione della natura e lume della ragione. Si trasforma generosa in nuove terapie, macchine, strumenti di benessere economico e sociale. Ma è anche immaginata, al cinema come nei fumetti e nei romanzi, la fonte del potere dello scienziato pazzo, la responsabile di tecnologie con possibili conseguenze (ecologiche, sociali o morali) inquietanti, distruttive, impreviste.” , op. cit. pag 13.

6 “Il fattore chiave del successo dei film catastrofici - scriveMerzagora - sta dunque nella sublimazione catartica di traumi personali e collettivi che variano nelle diverse epoche”, op. cit. pag. 69.

7 Yuri Castelfranchi, Per una paleontologia dell’immaginario scientifico, op. cit., pag. 4. 8 Nel sottotitolo del romanzo di Mary Shelley , Frankenstein, or e Modern Prometheus, è statomesso in luce un elemento ironico: infatti “... the Prometheus of the myth suffered his torments because he had benefited mankind, whereas Frankenstein, consumed by pride and self-glorification, and prepared to sacrifice his friends and even his fiancée for the sake of his scientific obsession, is in effect an enemy and traitor to the human principle... ”. (G.Phelps, “Varieties of English Gothic”, in the New Pelican Guide to English Literature, vol.5, From Blake to Byron, Penguin Books, Harmondsworth 1987, p.121).

9 Un significativo scarto tra romanzo e film è dato dal fatto che nel primo lamadre di Victor muore di scarlattina, nel film invece la donna  muore di parto. L’insistita carrellata circolare, presente nella scena del ballo, in quella del parto della madre, nello scontro tra Frankestein e il professor Krempe sul tema la vita/ morte, infine nel momento della “rianimazione” di Elisabeth rimarca la circolarità dell’esistenza e la labilità del confine vita/morte.

10 Walton: “C’è una via per raggiungere il Polo e io riuscirò a scoprirla”. Frankenstein: “ A costo della vostra vita? Di quella dei vostri uomini?”.Walton: “La vita del mondo va e viene, se avremo successo, i nostri nomi vivranno per l’eternità, io sarò considerato un vero benefattore per la specie umana”. Frankenstein: “ Vi sbagliate! Fra tutti gli uomini io posso dire di saperlo” (la trascrizione di questo dialogo e tutte le altre citazioni dal film sono a cura dell’autrice)

11 Prof. Krempe: “La conoscenza è potere solo attraverso Dio. L’errore più grave che gli studenti commettono durante la loro permanenza qui è quello di supporre di essere in grado di esprimere un pensiero originale e creativo. Tutti l’abbiamo immaginato possibile ai nostri tempi…Signori, voi non siete venuti qui per pensare con la vostra testa!”
 

12 Krempe: “Signor Frankenstein, vi avverto! Quanto state sostenendo non è solo illegale, ma anche immorale!”
13 Clerval: “Ora superi ogni limite! C’è un solo Dio,Victor!” e ancora “ Anche se fosse possibile, anche se tu avessi il diritto, cosa che non hai …[di rianimare i morti, ndr] non ti ha sfiorato la mente che ci sarebbe un terribile prezzo da pagare?”
14 Waldman: “Ho abbandonato le altre mie ricerchemolti anni fa…perché il loro risultato era un abominio!”
15 Secondo la versione della leggenda di Meyrink, il Golemera il gigante di argilla creato dal rabbino di Praga Loew per svolgere lavori pesanti e per difendere il popolo ebraico dai suoi persecutori. Alla creatura il rabbino, attraverso artimagiche, riuscì a insufflare l’energia vitale ma non la parola. Sfuggito al controllo del suo creatore, il Golem dovette essere soppresso affinché non esercitasse negativamente la sua forza distruttiva.
16 “Chiudete per quaranta giorni in un alambicco del liquido spermatico di un uomo; e che si putrefaccia fino a che cominci a vivere e a muoversi, ciò che è facile constatare. Dopo questo tempo, apparirà una forma simile a quella di un uomo, ma trasparente e quasi senza sostanza. Se, dopo questo, si nutre tutti i giorni questo giovane prodotto, prudentemente e accuratamente, con sangue umano e lo si conserva durante quaranta settimane a un calore costante uguale a quello del ventre di un cavallo, questo prodotto diventerà un vero e vivente fanciullo, con tutte le sue membra, come quello che è nato dalla donna, soltanto molto più piccolo. Bisogna allevarlo con molta diligenza e molte cure, fino a che egli cresca e cominci a manifestare l’intelligenza”, in G. Alliney (a cura di), Gli occultisti, Garzanti, Milano 1951, pp. 82-83. Citato inM.Minsky, La
robotica, Longanesi, Milano 1987.