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FOCUS: ADOLESCENTI, EMOZIONI E SCUOLA

La felicità nella sviluppo dell'adolescente

di Serena Romano*


Nell’ambito della psicologia evolutiva le emozioni sono da sempre considerate come importanti meccanismi di regolazione, segnalazione, attivazione e guida del comportamento, elementi fondamentali nel processo di strutturazione della personalità1 che, come  sappiamo, vive un momento cruciale nel periodo  adolescenziale.
Un recente filone di studi, quello della psicologia positiva, ha messo in particolare evidenza l’importanza di un’emozione come la felicità nello sviluppo sociale e cognitivo dell’individuo. Tuttavia, quando si parla di adolescenza si tende ad associarla ad emozioni quali rabbia, paura, tristezza, come se queste rappresentassero la dimensione esclusiva della vita affettiva dei giovani. L’adolescenza viene spesso dipinta come fase critica della vita, espressione di fragilità e disorientamento dovuti al cambiamento, periodo di travaglio interiore. Si tende inoltre a vedere l’adolescente come un individuo potenzialmente deviante, una mina vagante nella società, un ordigno da disinnescare attraverso interventi educativi miranti a contenerne la forza esplosiva. Di adolescenti tristi, annoiati, disperati, si parla in un’infinità di saggi; i mass media dedicano loro parole ed immagini che cercano di spiegare il perché delle loro negatività. Di adolescenti felici, che cercano la felicità, che affrontano le sfide quotidiane con ottimismo e che non si arrendono al loro “destino” di incompresi, si parla molto meno.
Una visione differente, più completa e libera da stereotipi, mostra invece l’adolescente come una persona che, nonostante la giovane età, ha piena consapevolezza del proprio mondo interiore, lo vive e lo analizza, mostrando sorprendenti capacità di riflessione.
L’adolescente è in grado di gioire e godere delle piccole cose della sua quotidianità, ma anche di comprendere l’importanza delle relazioni, di trarre da queste una fonte di appagamento e di soddisfazione, nonostante (o forse grazie a) la sua “immaturità” sentimentale.
Da questa prospettiva dunque, l’adolescenza è cambiamento, apertura al nuovo, e come tale non può presentarsi solo con le tinte fosche dell’insicurezza e dell’apprensione. Che ne è dell’eccitazione entusiastica per la novità, per la scoperta, per la conquista che dovrebbe caratterizzare questa fase della vita? L’adolescenza, come periodo di transizione, rappresenta il terreno su cui gettare le basi per la propria vita futura, e in queste basi risiedono spesso la speranza per un avvenire sereno e appagante e l’aspirazione ad un benessere soggettivo, caratterizzato da variabili quali la realizzazione dei propri sogni, l’autostima, l’accettazione di sé, l’autonomia, le relazioni positive con gli altri.
Per un adolescente gli “altri” sono principalmente le figure che popolano i suoi contesti di sviluppo, che, in virtù delle relazioni interpersonali che si instaurano al loro interno, sono in grado di influenzare in maniera determinante lo strutturarsi della personalità del giovane e la coloritura del suo universo emotivo. Rapporti interpersonali soddisfacenti e forti legami di fiducia contribuiscono in maniera determinante alla promozione del benessere e della felicità in adolescenza. Come sostiene Fredrickson2, la felicità riveste un’importante funzione di “recupero” per l’individuo:
fisiologico, in quanto ristabilisce le reazioni corporee, dopo gli scompensi causati da emozioni forti quali rabbia e paura, ma anche psicologico, in  quanto “rifornimento” di energia positiva che compensa le frustrazioni subite. Questa riflessione è tanto più valida per l’adolescente che ha bisogno di sostegno e conferme, specie quando vive le sue esperienze al di fuori dell’ambiente domestico, da sempre rifugio sicuro. La felicità rappresenta dunque una risorsa per far fronte alle situazioni negative e per esplorare nuovi scenari di crescita.
Goleman3 individua questa risorsa in una particolare tendenza di pensiero e di azione che accompagna l’uomo nelle diverse fasi del suo sviluppo: la  “resilienza”, la capacità, cioè, di reagire agli eventi negativi e di ristabilire un equilibrio emotivo. Per le Scienze Sociali “la resilienza corrisponderebbe alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato”4.  La resilienza esprime, in sostanza, un ideale di ricerca e mantenimento della felicità che è spesso correlato proprio all’adolescenza. È in questa fase della vita, infatti, che l’individuo deve imparare a fare appello alle sue risorse personali e relazionali per superare le sfide che l’ambiente impone.
I cambiamenti fisici, il processo di differenziazione, il rapporto con l’altro sesso mettono, infatti, a dura prova l’adolescente. Il rischio che un aspetto passeggero possa rimanere imbrigliato nelle pur elastiche trame di una personalità in crescita è sempre presente e può sfociare in condotte antisociali e problematiche, come l’abuso di alcol e droghe, l’aggressività diretta a sé e agli altri, l’insuccesso e l’abbandono scolastico, il ricorso a pratiche sessuali non protette. Questi comportamenti, oltre a mettere a repentaglio la salute, portano l’adolescente ad una forte rottura con la comunità e le sue istituzioni; queste devono contrapporre ai rilevati fattori di rischio, efficaci fattori di protezione.
I fattori protettivi vengono definiti come situazioni che riducono la probabilità di coinvolgimento nelle situazioni di rischio e i danni dello stesso. Promuovere la resilienza intesa come la capacità di essere nello stesso tempo flessibili, per adattarsi alle variabili che il contesto mette in gioco nell’interazione, e resistenti agli eventi stressanti, può così rappresentare un importante fattore di protezione psicologico. Infatti, gli elementi costitutivi dei processi di resilienza fanno riferimento sia a qualità interne all’individuo (forza d’animo, fiducia in sé e nelle proprie capacità, azioni di tipo difensivo, ossia controllo delle emozioni negative e capacità di esprimere quelle positive) sia a risorse disponibili nell’ambiente.
Anche se il concetto di resilienza è stato studiato prevalentemente come risposta individuale alle situazioni di crisi, un filone di ricerche più recente punta a estendere il concetto ai sistemi sociali come la famiglia e la scuola, cui è richiesto il compito di individuare  e potenziare nei giovani elementi quali l’adattamento, l’autoefficacia, la resistenza allo stress e, in ultimo, un equilibrato locus of control, ossia la capacità di valutare obiettivamente le responsabilità, se proprie o altrui, nel verificarsi di eventi positivi o negativi5.

La promozione della felicità negli adolescenti da parte delle agenzie educative primarie deve dunque puntare sui seguenti fattori di protezione: l’esistenza di legami saldi con adulti significativi; l’appartenenza a un gruppo che assicuri un livello adeguato di sostegno sociale, anche attraverso il riconoscimento delle capacità e delle potenzialità; il cogliere e far cogliere ai ragazzi un significato e una direzione nelle esperienze vissute; la percezione di un senso profondo del valore di sé come persona.
Come sostiene Matarazzo6: “L’adolescente non ha bisogno di una casa protettiva che lo accudisca, limitandolo, ma di compagni di viaggio disposti ad accompagnarlo per un lungo tratto di strada che si trova  al di fuori delle mura domestiche e che attraversa i complessi grovigli della vita sociale organizzata”.
Il ruolo della famiglia e della scuola nello sviluppo emotivo degli adolescenti La criticità dell’“evento” adolescenza non è limitata al singolo individuo, ma all’intero nucleo familiare di appartenenza, che viene investito da un’inevitabile riorganizzazione delle relazioni interne. Si devono ora sincronizzare la tendenza del sistema verso l’unità con la spinta dei singoli membri verso l’autosufficienza.
Uno dei compiti di sviluppo più importanti dell’adolescenza è infatti l’emancipazione dalle figure parentali e il raggiungimento dell’indipendenza.
Ciò che si intende con indipendenza non è il tentativo di recidere il legame con la famiglia, che anzi rimane un punto di riferimento importante, ma l’inizio di un processo di trasformazione che interessa soprattutto la visione di sé e che conduce a nuovi margini di autonomia.
Secondo Steinberg e Silverberg7 le prime tracce di tale autonomia si intravvedono nell’abbandono, da parte dell’adolescente, dell’immagine del genitore infallibile o perfetto, a favore di un’immagine più realistica, e nel prendere coscienza che esiste una realtà “altra” rispetto a quella familiare.
Per gli adolescenti inoltre la lotta per l’indipendenza è anche una lotta con se stessi, con la propria “marginalità categoriale”: non essere più bambini, né fisicamente né cognitivamente, ma non ancora adulti8. Nel consentire ai giovani di negoziare nuovi e più consoni ruoli, risulta fondamentale la capacità della famiglia di fornire, in merito a posizioni e regole, livelli moderati sia di coesione che di flessibilità che sostengano questa voglia di parziale distacco, e di gestire il conflitto che ne deriva. Questo, anche se doloroso, è funzionale alla crescita ed alla ristrutturazione su nuove basi dei rapporti parentali, poiché il vero pericolo non è il confronto ma la stagnazione, la rigidità comunicativa, il rifiuto dell’interazione.
L’esito del conflitto dipende dal clima familiare d’origine, dallo stile educativo che il genitore ha messo in atto sin dai primi anni di vita del figlio; se questo presenta criticità e distorsioni il conflitto tenderà ad aggravarsi sempre di più. Tuffanelli9 distingue essenzialmente cinque stili negativi: iperansioso: genera ansia nel bambino per via di una specie di “contagio emotivo”, causato da una madre o un padre eccessivamente apprensivi; iperprotettivo: è caratterizzato soprattutto dal tentativo da parte del genitore di evitare al bambino ogni minima frustrazione, col risultato di negargli la possibilità di misurarsi con le sfide poste dall’ambiente, davanti alle quali egli proverà smarrimento e indecisione;  ipercritico: è caratterizzato dalla tendenza a sottolineare, ingigantendoli, gli errori commessi dal bambino, ignorando i comportamenti adeguati; questo atteggiamento genera insicurezza e mantiene molto basso nel tempo il livello di autostima; perfezionistico: i genitori stimolano eccessivamente i figli e pretendono il massimo in ogni prestazione, non considerando le difficoltà del compito. Incoerente: i genitori tendono a gratificare il bambino per un determinato comportamento per poi punirlo la volta successiva, facendosi condizionare dallo stato d’animo del momento. In questo modo il bambino svilupperà grosse difficoltà a distinguere un’azione giusta da una sbagliata, non potendo contare su dei veri punti di riferimento su cui modellare la propria condotta.
La chiarezza dei ruoli educativi e la capacità di gestirli con equilibrio sono variabili di fondamentale importanza nel sostenere l’emancipazione dei figli adolescenti, ma tale chiarezza a volte sfugge agli stessi genitori perché i cambiamenti sociali hanno modificato l’assetto stesso della famiglia: come sostiene Pietropolli Charmet10 negli ultimi anni si è verificato un passaggio da una famiglia di tipo etico, in cui ruoli e regole erano delineati in modo forse rigido, ma trasparente, ad una famiglia degli affetti, in cui la mancanza di confini tra un ruolo e l’altro, anzi la loro sovrapposizione, e la confusione delle regole conducono ad un’allarmante carenza di principi e punti di riferimento.
Una condizione che mette in allarme anche il contesto scuola: l’esperienza scolastica è, infatti, lo scenario in cui processi di sviluppo cognitivi ed affettivi si intrecciano, cercando un equilibrio. La scuola è il luogo della sperimentazione e dell’acquisizione di nuove competenze; il luogo in cui nascono nuove amicizie e l’adolescente può trovare validi modelli di riferimento, ma anche il luogo in cui si affermano specifici interessi culturali che oltre a condizionare la preferenza dell’indirizzo di studi, si riflettono sulla scelta della professione futura. Inoltre il passaggio da un ciclo scolastico all’altro coincide con tappe evolutive importanti e scandisce passaggi esistenziali cruciali.
Sin dall’infanzia la vita scolastica è caratterizzata da coloriture emotive molto forti. Basti pensare all’eccitazione tipica del primo giorno di scuola o allo spaesamento e al senso di inadeguatezza di fronte alle richieste di impegno e responsabilità avanzate dagli insegnanti. La stessa ciclicità dell’anno scolastico ripropone una serie di costanti situazionali che sono sempre accompagnate da stati emotivi molto intensi: l’ansia per gli esami e le interrogazioni, l’attesa gioiosa delle vacanze, la frustrazione o la soddisfazione per l’esito di una verifica.
In questo contesto così ricco di sensazioni, l’insegnante riveste un ruolo centrale, poiché, interfacciandosi con la famiglia, ha l’arduo compito di far fronte a problematiche emotive che, a volte, hanno la loro origine proprio nel contesto familiare. Per questo il curriculum dell’insegnante deve annoverare una serie di competenze di base, indispensabili per gestire queste delicate dinamiche. Petter11 sintetizza così le componenti della professionalità dell’insegnante che risultano fondamentali nell’interazione con studenti adolescenti: componente culturale: saper presentare ai ragazzi non conoscenze definitive ma problemi aperti, non concetti delimitati da rigidi paletti afferenti alla specifica materia ma saperi interdisciplinari; componente pedagogico-didattica: progettare azioni educative non standardizzate ma
flessibili, nel rispetto dell’eterogeneità della classe e nella consapevolezza che ogni studente possiede in partenza un bagaglio cognitivo, comportamentale ed emozionale unico; componente psicologica: capacità di ascoltare e di accogliere le richieste educative implicite ed esplicite di cui ogni adolescente è portatore.
Come per le figure parentali, anche per i docenti è possibile parlare di stili educativi. Studi recenti ne individuano essenzialmente tre12:

  • autoritario: l’insegnante  si concentra maggiormente sulle prestazioni e sui risultati raggiunti dalla classe, senza prendere in considerazione la dimensione emotiva del rapporto;

  • tollerante: tipico dell’insegnante permissivo che evita l’imposizione di regole e vive una relazione quasi paritaria con i suoi studenti;

  • autorevole:  l’insegnante che incarna la sintesi equilibrata dei due stili precedenti e che cerca di creare un rapporto di cooperazione con la classe, basato sulla fiducia e sulla conoscenza reciproche.

Il legame affettivo fra allievi e docenti, e la stessa attenzione che i docenti riservano alle dinamiche emotive del mondo adolescenziale rivestono un ruolo chiave anche nell’andamento dei processi cognitivi, condizionando in positivo o in negativo l’approccio allo studio da parte dei ragazzi, la loro motivazione ad apprendere e i risultati che raggiungono.
Emozioni e processi cognitivi, come evidenziato da svariati autori, sono due componenti strettamente correlate della vita mentale. La sequenza percezione-valutazione-emozione è qualcosa di inscindibile nella nostra esperienza cognitiva.  Bion13, convinto assertore del forte legame esistente fra pensiero ed emozioni, distingue due tipi di apprendimento: l’apprendimento per mezzo dell’identificazione,  per cui un soggetto assimila e fa propri modelli di comportamento caratteristici di figure adulte significative e oggetto di forte attaccamento emotivo; l’apprendimento per mezzo della sottomissione ad un persecutore, accompagnato dal negativismo e dalla ribellione che porta l’allievo a liberarsi delle informazioni acquisite, quando la tirannia si estingue, oppure, se è avvenuta un’identificazione con il persecutore, ad utilizzarle a sua volta in modo aggressivo o tirannico.
Le emozioni inoltre hanno uno stretto legame anche con la memoria, in quanto sono in grado di conferire maggiore o minore pregnanza ai ricordi: l’emozione vissuta in un dato momento può facilitare od ostacolare il recupero delle informazioni; inoltre gli eventi legati a particolari stati emotivi, di forte intensità, sono quelli che vengono ricordati in maniera più nitida.
In un’età in cui i processi cognitivi sono in fermento (stando a Piaget l’adolescenza è il periodo in cui le capacità mentali si raffinano, si sviluppa il pensiero operatorio formale e dunque la possibilità di ragionare in astratto e di risolvere anche dilemmi morali) è indispensabile che gli educatori non sottovalutino il binomio mente-sensibilità.
La scuola, pertanto, deve sviluppare la cosiddetta emotionally intelligent education,14: stimolare un complesso di capacità che non riguardino solo la sfera della razionalità, ma anche quella della socialità e dell’emotività, tenendo presente che conoscere e saper gestire le proprie emozioni è anche, come sostiene Gardner15, una forma di intelligenza.
La scuola, oggi, è sempre più chiamata a ricoprire un ruolo chiave nella promozione del benessere psicologico degli studenti. Attraverso la promozione della felicità e dell’ottimismo essa può garantire ai ragazzi preziose opportunità di integrazione e partecipazione sociale.

 

1 D’Urso V., Trentin R. (a cura di), Psicologia delle emozioni, Il Mulino, Bologna 1990
2 Fredrickson, B. L.,The role of positive emotions in positive psychology: e broaden-and-build theory of positive emotions, “American Psychologist”, 56 (2001), pp. 218-226.
3 Goleman D., Intelligenza sociale, Mondolibri, Milano 2006.
4 Grotberg E.H., A Guide to Promoting Resilience in Children: Strengthening theHuman Spirit, (ResilienceNet document) 1996.
5 Cyrulnik B., Malaguti E., Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi, Erickson, Trento 2005.
6 Matarazzo O. Emozioni e adolescenza, Liguori, Napoli 2001.
7 Corsano P., Processi di sviluppo nel ciclo di vita. Saggi in onore di Marta Montanini Manfredi, Unicopli, Milano 2003.
8 Confalonieri E., Grazzani Gavazzi I., Adolescenza e compiti di sviluppo, Unicopli, Milano 2005.
9 Tuffanelli L. (a cura di), Intelligenze, emozioni, apprendimenti, Erickson, Trento 1999.
10 Pietropolli Charmet G., I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Milano, Cortina 2000.
11 Petter G., Psicologia e scuola dell’adolescente. Aspetti psicologici dell’insegnamento secondario, Giunti, Firenze 1999.
12 Confalonieri E., Grazzani Gavazzi I., Adolescenza e compiti di sviluppo, Unicopli, Milano 2005.
13 Bion W. R., Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972.
14 Tuffanelli L. (a cura di), Intelligenze, emozioni, apprendimenti, Erickson, Trento 1999; Varani A., Emozioni, apprendimento e ipermedialita, “Psicologia e Scuola”, 98 (2000), pp. 3-10.
15 Gardner H., Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, Milano 1987.