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FOCUS: ADOLESCENTI, EMOZIONI E SCUOLA

Il bullismo nella scuola. Analisi e strategie di intervento

di Angela Licciardello *

Il bullismo è diventato un argomento molto attuale presso i mass media che, prendendo spunto da fatti di cronaca sempre più eclatanti, elaborano ipotesi,  teorie, soluzioni che spesso rischiano di semplificare e banalizzare un fenomeno che in Italia è molto vistoso: quasi la metà dei bambini che frequentano le scuole primarie è coinvolta. I valori rilevati sono più alti rispetto ad altri Paesi, con frequenze  più alte in alcune città, come Napoli e Palermo.
Il bullismo nelle scuole italiane si presenta con indici che vanno dal 41% nella scuola primaria al 26% nella scuola media in rapporto agli alunni che dichiarano di aver subito prepotenze1. Nella secondaria superiore, il fenomeno diminuisce,ma nei maschi resta rilevante.
Il termine bullismo è la traduzione del termine inglese bullying, usato per connotare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un gruppo: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”2. La definizione insiste sugli aspetti di intenzionalità, persistenza, asimmetria, non provocazione.
Il bullismo è un fenomeno multicausale che dipende dall’intreccio tra variabili individuali, familiari, gruppali, contestuali, che si collegano in modo unico in ciascun episodio di prevaricazione, che non va analizzato con superficialità, limitandosi a stigmatizzare i protagonisti, ma considerando le peculiarità della situazione, le caratteristiche dei soggetti coinvolti e dell’ambiente. Il bullismo si realizza in un preciso contesto relazionale, in cui è possibile individuare gerarchie e ruoli. È un comportamento aggressivo che non avviene sporadicamente, ma sembra essere una tendenza comportamentale costante, come se persecutori e vittime non riuscissero a relazionarsi in un’altra modalità e, una volta insediatisi nei loro ruoli, continuassero a recitare la stessa parte, per non perdere la loro identità. I problemi di adattamento che bulli e vittime presentano, sia in relazione al periodo scolastico sia nel percorso evolutivo, evidenziano la  rilevanza sociale del fenomeno e l’urgenza di intervenire per prevenire le conseguenze negative a lungo termine3.
Accanto agli episodi più noti, il bullismo si presenta in modo sommerso e meno evidente, caratterizzato da continui soprusi e prevaricazioni, spesso difficili da individuare. Infatti il bullismo non è solo l’episodio in cui la vittima viene fisicamente offesa o c’è un’estorsione di denaro o il furto di oggetti, ma riguarda soprattutto le forme sottili di umiliazione e di prevaricazione che hanno la funzione di rafforzare l’identità del bullo e la sua dominanza sul gruppo.
Se si considera non solo il bullismo fisico, ma tutte le forme verbali e indirette che mirano ad escludere qualcuno e a danneggiarne lo status tra i coetanei, la percentuale di alunni coinvolti è molto elevata. Il fenomeno sembra diminuire con l’età, ma cambiano le forme di prevaricazione, più sottili e malevole, come dimostra il nonnismo nelle scuole superiori.
Nelle sue ricerche Olweus scoprì che il 15% degli studenti era stato coinvolto, come attore o come vittima, in episodi di prepotenza a scuola. Vari studi, condotti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta in diverse nazioni, hanno messo in luce che la percentuale di soggetti coinvolti diminuisce con l’età. Sebbene la frequenza delle condotte aggressive sia più elevata nell’infanzia, il comportamento aggressivo diventa più pericoloso in adolescenza, in quanto più mirato, più violento e più resistente al cambiamento per la tendenza delle vittime a non chiedere aiuto4.

Il bullo e la vittima
I bulli sono spesso maschi, più forti dei compagni, hanno un’elevata autostima e un atteggiamento favorevole verso la violenza; sono aggressivi con i coetanei e gli adulti, hanno un forte bisogno di dominare.
Provano scarsa empatia per la vittima, ritengono che l’aggressività sia vantaggiosa e assumono atteggiamenti di indifferenza e scarsa sensibilità morale verso la vittima. Inoltre, rivelano una sorta di machiavellismo, la propensione a manipolare gli altri; possiedono una teoria della mente efficace, che li pone in grado di capire gli stati mentali e di agire per modificare le relazioni e per aumentare il disagio altrui.
Le vittime sono ansiose, insicure e sensibili. Se attaccate, reagiscono piangendo e chiudendosi in sé stesse. Hanno una scarsa autostima e un’opinione negativa di sé, sono sensibili ai sensi di colpa, mostrano segnali di depressione, tendono a biasimarsi, attuano comportamenti autopunitivi. Vivono una condizione di isolamento nella classe, che li rende più vulnerabili. Il loro comportamento segnala l’insicurezza e la difficoltà di reagire agli insulti; sono incapaci di mostrare un comportamento assertivo e di fronteggiare gli attacchi. Alcuni soggetti sono definiti bulli-vittime o vittime-provocatrici per l’alternarsi di status prepotente e di vittimizzazione subita.
Le prepotenze sono dirette o indirette. Le prime possono essere fisiche (dare colpi, pugni, calci, schiaffi, sputare, spingere, rubare, danneggiare le cose altrui), o verbali (minacciare, offendere, rimproverare, prendere in giro). Le seconde sono meno rilevabili, in quanto perpetrate senza l’uso delle parole e del contatto fisico: beffeggiare, rivolgere uno sguardo minatorio, imitare l’andatura o gli atteggiamenti, escludere intenzionalmente dal gruppo, diffondere calunnie, alterare i rapporti di amicizia. Le prepotenze verbali e fisiche si manifestano con più frequenza nei maschi, quelle indirette nelle femmine. Recenti ricerche hanno rilevato un costante incremento dell’aggressività corporea tra le ragazze, ma la modalità di prevaricazione femminile resta quella verbale: raccontare bugie su una compagna, rovinarne l’immagine tra le amiche consente di ferirla, senza essere individuate come la fonte e subire il contrattacco.

Le cause
Il bullismo è influenzato dagli stili educativi familiari, come il permissivismo e l’iperprotezionismo5. È stato evidenziato il clima ostile delle famiglie dei bulli e il ruolo dei modelli educativi autoritari e violenti che sollecitano comportamenti aggressivi. Le famiglie delle vittime sono molto unite e chiuse verso l’esterno; esse creano un legame di dipendenza con i figli che non sanno rispondere alle offese, non sanno accettare, interpretare o reagire agli scherzi, rimangono passivi di fronte alle prepotenze.
Alcuni stili educativi degli insegnanti possono favorire il bullismo: eccessi di permissivismo o di autoritarismo sono caratteristici dei docenti con alunni prepotenti in classe. Gli insegnanti devono prestare attenzione a ciò che avviene in classe e osservare le dinamiche di gruppo. I ragazzi si aspettano che gli adulti reagiscano e mostrino di avere il controllo della situazione, indicando regole e limiti6. L’insegnante riveste un ruolo importante, sia per la prevenzione, sia per l’intervento in situazioni di prevaricazione.
Gli adulti sono consapevoli solo di pochi episodi; raramente la vittima racconta la propria situazione, a causa delle minacce ricevute, della paura di essere presa in giro, del senso di sfiducia verso gli adulti, della paura di peggiorare la situazione. Gli insegnanti dovrebbero essere più sensibili e responsivi perché il loro intervento può tamponare gli effetti negativi degli episodi cronici. Inoltre, la scelta delle vittime di chiedere aiuto agli insegnanti dipende soprattutto dal tipo di relazione che si è instaurata.i

Il ruolo del gruppo
Essenziali sono i meccanismi di gruppo, come il modellamento, la deresponsabilizzazione, l’indebolirsi dell’inibizione delle condotte aggressive, che permettono di spiegare il fenomeno. Le persone si comportano in maniera più aggressiva dopo aver osservato un altro agire aggressivamente, soprattutto se lo valutano positivamente. Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Bandura7, nel gruppo si attivano dei meccanismi di modellamento del comportamento: il bullo suscita ammirazione e identificazione e gli altri sono sollecitati ad imitarlo; il bullo è rinforzato dal sostegno attivo o passivo di spettatori e aiutanti; la situazione di gruppo innesca un meccanismo di deresponsabilizzazione personale che porta a non intervenire. Inoltre, l’osservazione di un modello ricompensato per il comportamento aggressivo porta a diminuire le inibizioni nei confronti della propria aggressività.
La vittima viene vista come un’incapace, che merita di essere picchiata e molestata, innescando un processo di deumanizzazione ed emarginazione. Nelle scuole superiori, i più piccoli sono taglieggiati, sono bersaglio di scherzi umilianti, sono sommersi di messaggi e telefonate minacciose e la vittima si sente perseguitata anche a casa. Le prese in giro sono prevalenti; seguono offese, scherzi pesanti, furti,minacce, aggressioni, estorsioni di denaro. Il fenomeno è legato alla fase iniziale del percorso scolastico, in cui si stabiliscono le gerarchie nel gruppo classe. Bagni, corridoi e aula sono i luoghi dove i bulli preferiscono perseguitare le vittime.
I bulli sono principalmente maschi che agiscono in gruppo, ma il dato che riguarda le femmine non è irrilevante. Tanti episodi accadono in classe, senza che i docenti si accorgano, o addirittura con la loro partecipazione divertita. Il fenomeno appare strutturato, molto praticato e culturalmente condiviso; molti partecipano per adeguarsi, e spesso non si interviene per paura di essere coinvolti8. Le vittime mostrano sfiducia e rassegnazione, sono pessimiste, vorrebbero lasciare la scuola; esse non trovano le condizioni per un riscatto, perché non vi sono le condizioni  ambientali di tutela fisica e psicologica. Il bullo non trova il contenimento necessario all’aggressività in un contesto che gli appare senza regole e sanzioni.
Il bullismo si configura come un fenomeno dinamico, multidimensionale e relazionale, che non riguarda solo il prevaricatore e la vittima ma tutti gli alunni. L’85% degli episodi avviene alla presenza dei coetanei. Salmivalli9 distingue diversi ruoli nel gruppo:

  • il bullo prende l’iniziativa nel fare prepotenze;

  • l’aiutante agisce in modo prepotente ma ha un ruolo secondario;

  • il sostenitore rinforza il comportamento del bullo (ridendo, incitandolo, stando a guardare);

  • il difensore difende la vittima consolandola o facendo cessare le prepotenze;

  • lo spettatore non fa niente e cerca di rimanere esterno;

  • la vittima subisce le prepotenze.

La relazione bullo-vittima è il risultato di un complesso intreccio di fattori individuali e sociali. Si tratta di indagare i diversi livelli del fenomeno: la relazione bullo-vittima, il gruppo-classe, la relazione educativa insegnanti-alunni, la scuola, la famiglia, i valori. È dal coinvolgimento degli astanti e dalla diffusione di forme di solidarietà tra pari che bisogna partire per modificare le dinamiche del gruppo-classe.

L’azione della scuola
Il bullismo si può eliminare se si comprendono i suoi meccanismi, e se si attua un’educazione che punti a migliorare le competenze sociali ed emozionali dei bulli e delle vittime, ma anche della maggioranza silenziosa che assiste alle aggressioni senza intervenire.
Tutti gli interventi attuati si caratterizzano per un approccio globale, sistemico ed ecologico, agiscono a livello di comunità, di scuola, di classe, di individuo, e puntano allo sviluppo dei comportamenti cooperativi, di aiuto, di rispetto, di collaborazione.
Fondamentale è l’idea di dover agire non mediante interventi specialistici esterni, ma attivando le risorse della scuola: insegnanti, studenti, genitori, personale non docente. Alcuni obiettivi possono essere raggiunti all’interno della programmazione, elaborando una politica scolastica contro le prepotenze.
La violenza in classe può essere contrastata attraverso l’attività didattica (role-play, cooperative learning, film, discussione) e la messa in atto di strategie capaci di ottimizzare la gestione della classe. Si tratta di comprendere le dinamiche aggressive, discriminare le differenti interazioni violente, e riconoscere nei singoli episodi le motivazioni e i fattori che hanno condotto all’esito ostile.
Gli interventi, oltre a limitare le prevaricazioni, sono volti a consentire alle vittime di sentirsi più accettate e di acquisire fiducia in se stesse, e cercano di spingere i bulli a non agire in modo aggressivo,  migliorando le loro competenze sociali. Inoltre, si parte dalla responsabilizzazione di tutti gli alunni e si ritiene che l’alfabetizzazione emozionale unita alla alfabetizzazione morale possa favorire una maggiore presa di consapevolezza dei sentimenti e delle emozioni altrui e portare allo sviluppo dell’empatia e delle abilità sociali. La competenza emotiva è il punto di partenza per comprendere il problema. Per Saarni10 tale competenza riguarda la consapevolezza delle emozioni proprie e altrui, la loro conoscenza,  la capacità di regolarle al proprio interno e nelle relazioni con gli altri. Bulli e vittime presentano una sorta di analfabetismo emozionale, un’incompetenza nella grammatica emotiva di base che non permette loro di riconoscere e comprendere le emozioni altrui.
Le vittime sono passive e non riconoscono i segnali della rabbia; tali difficoltà impediscono al soggetto di riconoscere l’altro come aggressore e di difendersi, ostacolando il controllo del proprio comportamento e provocando ulteriormente la rabbia dell’altro; i bulli si caratterizzano per il disimpegno morale, la mancanza di empatia e la deumanizzazione, che permette di infierire sulle vittime senza provare sensi di colpa11. Si può parlare di fredda cognizione: i bulli conoscono i sentimenti, i pensieri, le motivazioni altrui, ma non accedono alla comprensione empatica; usano tali conoscenze per manipolare le situazioni a loro vantaggio, ignorando l’infelicità delle vittime. Se per la vittima è necessario migliorare la capacità di interpretare i segnali altrui, per i bulli si tratta di lavorare sulla capacità di assumere il punto di vista degli altri.
Insegnanti e genitori devono acquisire maggior consapevolezza del fenomeno e migliorare a livello qualitativo la supervisione, eliminando tutte le occasioni che perpetuano il fenomeno, in classe, in corridoio, nei bagni, in cortile, negli scuolabus, attraverso un’adeguata organizzazione di spazi e tempi.
Un modo per eliminare il bullismo è migliorare l’ambiente, eliminare i punti più nascosti, creare luoghi stimolanti ed interessanti, coinvolgendo gli alunni e valorizzando le loro idee. Gioca un ruolo fondamentale la stretta cooperazione tra scuola e famiglia, che devono collaborare per promuovere comportamenti prosociali e positivi nei bulli, che corrono il rischio di incorrere in futuro in condotte antisociali, e comportamenti assertivi e che incrementino l’autostima nelle vittime, per evitare lo sviluppo di atteggiamenti depressivi; questo deve avvenire in una scuola aperta e sicura, che permetta alle vittime di confidarsi e di spezzare il legame che le tiene legate ai loro persecutori. Si tratta di attivare un processo di cambiamento nel clima, nelle norme, nei valori della scuola.  Non bisogna creare un ambiente di condanna, ma una scuola attenta ai bisogni degli alunni che devono essere aiutati a riconoscere, identificare, verbalizzare gli stati mentali e affettivi, essere capaci di introspezione, considerare i sentimenti delle vittime e le conseguenze delle proprie azioni12.

 

 

 

1 Fonzi A., Il gioco crudele. Studi e ricerche sui correlati psicologici del bullismo, Firenze, Giunti 1999.
2 Olweus D., Bullying at school.What we know and what we can do, Blackwell Publisher, Oxford 1993 (tr. it. Il bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono,Giunti, Firenze, 1996,pp.11-12)
3 Menesini E., Bullismo che fare? Prevenzione e strategie d’intervento nella scuola, Giunti, Firenze 2000.
4 Caravita S., L’alunno prepotente. Conoscere e contrastare il bullismo nella scuola, La Scuola, Brescia 2004.
5 Zanetti M. A., Renati R., Lo sfondo teorico, in M. A. Zanetti (a cura di), L’alfabeto dei bulli. Prevenire relazioni aggressive nella scuola, Erickson,Trento 2007, pp. 11-43.
6 Oliverio Ferraris A., Piccoli bulli crescono. Come impedire che la violenza rovini la vita ai nostri figli, Rizzoli, Milano 2007.
7 Bandura A., Social learning theory, General Learning Press, New York 1977.
8 DarboM., Buccoliero E., Costantini A., Piccoli bulli crescono: le scuole superiori, inM. L. Genta (a cura di), Il Bullismo. Bambini aggressivi a scuola, Carocci, Roma 2002, pp. 115-131.
9 Salmivalli C. et al., Bullying as a group process: Partecipant Roles and#eir Relations to Social StatusWithin the Group, “Aggressive Behaviour”, 22 (1996), pp. 1-15.
10 Saarni C.,#e development of Emotional Competence, Guilford Press, New York 1999.
11 Fonzi A., Il bullismo in Italia. Il fenomeno delle prepotenze a scuola dal Piemonte alla Sicilia. Ricerche e prospettive d’intervento, Firenze, Giunti 1997.
12 Castorina S., Fantasie di Bullismo. I racconti di bulli e vittime al test proiettivo dell’abuso infantile, Franco Angeli,Milano 2003.