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FOCUS: ADOLESCENTI, EMOZIONI E SCUOLA

Affrontare con successo le difficoltà dell'adolescenza

di Romina Scicolone*

È un dato acquisito che il periodo intercorrente fra la pubertà e l’età adulta, quello che comunemente denominiamo “adolescenza”, costituisce una tappa bio-psicologica ineludibile e fondamentale per comprendere le successive fasi di sviluppo nel ciclo di vita. Più che uno stadio, essa si configura come un percorso1, un periodo di transizione tra la condizione di bambino e quella di adulto.
La prospettiva del ciclo di vita ha introdotto un modo diverso di concepire l’intero sviluppo umano, in cui il cambiamento e lo sviluppo riguardano tutta l’esistenza e non sono più circoscritti ad alcune fasi della stessa. In questa concezione l’adolescenza non rappresenta il momento finale della fase evolutiva e non è più, in questo senso, caratterizzata da un’instabilità che poi dovrebbe cedere il posto alla stabilità dell’età adulta. Piuttosto, tutti i momenti dello sviluppo risultano contraddistinti da specifiche problematiche e da assetti emotivo-relazionali passibili di un equilibrio dinamico. L’eventualità della “crisi” ricorre in maniera trasversale lungo l’intero ciclo di vita e, per
questo, non assume l’accezione negativa di evento ostacolante lo sviluppo, bensì quella di elemento costitutivo dello stesso e di occasione per una riorganizzazione finalizzata ad affrontare nuovi compiti evolutivi. In questa visione, ciò che assume importanza è l’individuo collocato nel suo contesto di vita, ossia l’insieme delle competenze che egli riesce a usare per interpretare ed elaborare tale contesto in funzione degli specifici compiti con cui si confronta.
L’adolescenza, inquadrata all’interno di questa prospettiva, assume un nuovo interesse legato alla possibilità d’indagare il differenziarsi dell’esperienza soggettiva in funzione delle strategie d’adattamento.
È importante valutare la capacità degli adolescenti di usare l’esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro, di resistere con successo a situazioni avverse, imparando a sviluppare competenze a partire dalle difficoltà e rafforzando la fiducia in sé e nel proprio agire.  L’adolescenza, infatti, non è solo un’età problematica, attraversata da crisi emotive e da una transizione difficile (spesso) verso l’età adulta. Sono numerose le competenze e le risorse implicite in essa. Considerare soltanto gli aspetti conflittuali significherebbe, dunque, assumere una prospettiva a corto raggio. Ogni ragazzo può infatti vivere in modo diverso le difficoltà che incontra e gestire più o meno efficacemente le risorse a sua disposizione. Non bisogna dimenticare che l’adolescenza costituisce anche un importante momento di ricapitolazione nella vita dell’individuo, di allargamento dell’esperienza e di possibile rielaborazione dei problemi rimasti irrisolti nell’età infantile. Cercando di integrare questi due diversi modi di approcciare il fenomeno adolescenza si potrebbe guardare a questo periodo così delicato della crescita individuale come ad un serbatoio ricco di potenzialità in attesa di esplicitarsi.
Senza ignorare forme di disagio emotivo e relazionale, per molti giovani l’adolescenza si configura come un periodo largamente positivo, durante il quale l’individuo interagisce in modo costruttivo con l’ambiente (sociale e istituzionale), perfeziona le proprie competenze (cognitive ed emozionali) e definisce un progetto di vita che si esprime in scelte impegnative e coerenti sul piano personale, professionale, ideologico, politico.
Il percorso di crescita dell’adolescente è costellato di avvenimenti che, secondo le caratteristiche di personalità e del tipo di contesto sociale nel quale il ragazzo è collocato, possono essere vissuti come eccedenti le proprie capacità. Individuando specifiche abilità nel fronteggiare questi eventi che si rivelano efficaci nel superamento delle difficoltà e nell’adattamento all’ambiente esterno, si potrebbe configurare un nuovo modo di approcciare le situazioni di rischio psicosociale in una fascia d’età così delicata come quella adolescenziale.

La resilienza
Affascinante è il modo in cui le persone si mostrano capaci di affrontare situazioni difficili, sul piano oggettivo oltre che soggettivo, raggiungendo un livello di consapevolezza di sé più elevato ed una maggiore capacità di adattamento ai ruoli e ai compiti sociali.
Gli psicologi negli scorsi decenni si sono abbondantemente interessati alle condotte problematiche,
vale a dire i comportamenti che portano gli adolescenti ad agire in direzione contraria ai percorsi ottimali della crescita psicofisica2. Tra questi comportamenti problematici (risk behaviours), troviamo l’abuso di sostanze (alcol e droghe), l’esposizione più o meno volontaria a incidenti (guida pericolosa, sport estremi), la manipolazione violenta del corpo (piercing e tatuaggi estremi), l’aggressività diretta a sé e agli altri (furto, vandalismo, bullismo, condotte criminali), l’insuccesso e l’abbandono scolastico, il ricorso a pratiche sessuali non protette (che possono comportare il rischio di malattie infettive a trasmissione sessuale e di gravidanze non desiderate).
Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di sofferenza, da quelle più gravi, come una guerra, un’alluvione, un terremoto, a quelle riscontrabili quotidianamente, come il venire offesi, derisi, stigmatizzati? Che cosa fa sì che due persone, poste nella medesima situazione, reagiscano con modalità differenti a tali sofferenze, chi in modo positivo e propositivo, chi in modo negativo, di totale chiusura e nichilismo? È quella che una volta si chiamava “forza d’animo”, Platone la nominava “tymoidés” e indicava la sua sede nel cuore; oggi, con una più articolata definizione del concetto, viene definita “resilienza”.
Il concetto di resilienza, che ha conosciuto una certa evoluzione nel tempo, fu introdotto con l’avvio di alcuni studi sui bambini nati da genitori con disturbi mentali condotti da Rutter3, il quale notò come molti non presentavano psicopatologie o comportamenti disadattivi. Allo stesso studioso si deve la prima definizione di resilienza come “risposta positiva di un soggetto allo stress e alle condizioni avverse”4, intendendo come “positiva” l’assenza di conseguenze psicopatologiche.
La sua definizione viene associata sempre con parole quali: tensione, stress, ansietà, situazioni traumatiche che ci colpiscono durante la nostra vita. Gli esperti segnalano che si tratta di qualcosa che corrisponde alla natura umana, ma che non sempre si mette in atto e, anche se a volte si attiva, non sempre riesce a generare situazioni positive. La resilienza è più della semplice capacità di resistere alla distruzione proteggendo il proprio Io da circostanze  difficili. È anche la possibilità di reagire positivamente a scapito delle difficoltà e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli essere umani. Non è solo sopravvivere a tutti i costi, ma è avere la capacità di usare l’esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro, la capacità di un individuo di resistere con successo a situazioni avverse, imparando a sviluppare competenze a partire dalle difficoltà e rafforzando la fiducia in sé e nel proprio agire.
La resilienza non richiede un talento speciale che solo pochi individui posseggono. La maggior parte delle persone sembra ben equipaggiata, in termini emotivi, per superare difficoltà e crisi anche devastanti.
Inoltre, le traiettorie della crescita psicologica risultano molto diversificate e addirittura imprevedibili5.
Il concetto di resilienza si focalizza su una definizione positiva delle competenze necessarie all’individuo per fronteggiare situazioni problematiche di stress, anziché insistere sul ruolo dei fattori negativi.
In tal senso, gli studi sui processi di resilienza convergono in un importante percorso culturale, promosso di recente, che investe la psicologia del compito di indicare non solo i problemi, ma anche e soprattutto le risorse di individui e di comunità6. Le variabili psicologiche che risultano associate al processo di resilienza sono il coping e l’autoefficacia (Self-efficacy).
Il coping Il concetto di coping fa riferimento a come le persone affrontano (to cope with) le situazioni che vengono percepite come stressanti, sia quotidiane sia straordinarie, allo scopo di attivare l’individuo a fare qualcosa per dominare l’evento e controllare le proprie emozioni.
Il termine coping è stato introdotto nella ricerca psicologica negli anni Sessanta. Non esiste una definizione unanime; in modo semplicistico può essere tradotto come “far fronte a”, “reagire a”. Più in generale per coping si intende l’insieme dei comportamenti
e delle strategie cognitive adottate dagli individui in situazioni stressanti. Alla luce degli studi effettuati nel corso degli ultimi quaranta anni il coping viene considerato un concetto multidimensionale ed è concettualizzato come un processo, secondo la sequenza stress – valutazione dello stress – strategie di coping.
Il coping è costituito dalle risposte (pensieri, sentimenti ed azioni) che un individuo utilizza per far fronte alle situazioni problematiche in cui si imbatte quotidianamente e in circostanze particolari. Nel suo tentativo di far fronte a ciò che lo circonda egli a volte risolve i problemi, altre volte li ignora. Pertanto l’esame delle modalità con cui i nostri allievi fanno fronte agli stress e a ciò che li preoccupa può essere utile per lo studio del loro comportamento.
Malgrado la mancanza di una teoria concorde sul coping tra i ricercatori, la definizione operativa di Lazarus e collaboratori è quella più di frequente citata e che è stata generalmente accettata7. Secondo Lazarus, il coping consiste negli “sforzi cognitivi e comportamentali per gestire specifiche richieste esterne o interne (e conflitti tra di esse) che sono giudicate gravose o superiori alle risorse personali”8.
Il coping non è intrinsecamente “positivo” o “negativo”. Piuttosto, lo si può considerare costituito da strategie produttive e non produttive e, dunque, definirlo “funzionale” o “disfunzionale”: si ha coping funzionale quando viene definito un problema, vengono formulate soluzioni alternative emesse in atto delle azioni; il coping disfunzionale si riferisce alla gestione e all’espressione di sentimenti che possono servire ad uno scopo importante, specialmente quando si ha a che fare con eventi che trascendono il controllo personale o quando l’azione diretta è inibita da ostacoli esterni.
Il modo in cui le strategie produttive non vengono percepite ed utilizzate dipende da fattori contestuali.
Così, ciò che risulta produttivo in una circostanza può non esserlo in un’altra e, alla stessa maniera, ciò che è percepito come produttivo da una persona non lo è per un’altra.
Non è sufficiente possedere adeguate abilità di coping, si deve credere di possederle. Una base importante per combattere lo stress e facilitare il coping è uno stato mentale “positivo”, un senso di efficacia personale e di fiducia nelle proprie possibilità9.

L’autoefficacia
Le convinzioni di efficacia esercitano un’influenza  capillare nella vita degli adolescenti a più livelli e in diversi contesti: nella scuola, nelle attività sportive, nelle decisioni relative al futuro lavorativo e in tutte quelle attività che regolano il funzionamento della salute. Di fatto queste convinzioni sono il fondamento dell’agentività umana. Il concetto di agentività umana (human agency), punto cardine dell’intera teoria social-cognitiva di Bandura10, può essere definito come la capacità di agire attivamente nel
contesto in cui si è inseriti. Tale funzione umana, che riguarda sia i singoli individui sia i gruppi, operativamente si traduce nella facoltà di generare azioni mirate  a determinati scopi.
All’autoefficacia viene riconosciuto un ruolo particolarmente importante, in quanto sarebbero proprio le percezioni che l’individuo possiede a proposito delle proprie capacità a regolare il comportamento e ad intervenire attivamente nei confronti della scelta dei suoi obiettivi e delle azioni che possono essere realizzate per il loro raggiungimento.
Il concetto di autoefficacia, in generale, si riferisce alla “convinzione nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessario a gestire adeguatamente le situazioni che incontreremo in modo da raggiungere i risultati prefissati. Le convinzioni di efficacia influenzano il modo in cui le persone pensano, si sentono, trovano le motivazioni personali e agiscono”11.

I molteplici benefici di un forte senso di efficacia personale non derivano da una presunzione infondata di competenza. Le convinzioni di autoefficacia sono piuttosto il prodotto di un processo complesso di auto persuasione, basato sull’elaborazione cognitiva di informazioni di autoefficacia provenienti da diverse fonti e acquisite attraverso l’azione, vicariamente, attraverso l’influenza di altri e interpretando i processi fisiologici. Una volta formate, le convinzioni di efficacia contribuiscono in misura preponderante alla qualità del funzionamento umano.
La realizzazione e il benessere psicologico richiedono un senso di efficacia personale ottimistico.
Le persone di successo, quelle avventurose, quelle socialmente ben adattate si avvalgono di una visione ottimistica delle proprie capacità personali per esercitare un influenza sugli eventi. Tali convinzioni personali, se non sono davvero esagerate, favoriscono un benessere e una realizzazione umana effettivi.
Le fonti e le origini dell’autoefficacia possono essere fatte risalire alla famiglia, ai coetanei e alla scuola.
Quest’ultima è il principale contesto in cui le capacità cognitive vengono coltivate e convalidate, è il luogo in cui da sempre gli adolescenti sviluppano competenze cognitive, acquisiscono nozioni e abilità di soluzione di problemi essenziali per una partecipazione sociale efficace.
Oltre a questo, un obiettivo fondamentale dell’istruzione è quello di trasmettere agli alunni le abilità autoregolatorie necessarie affinché essi si istruiscano da sé. L’autoregolazione consiste nella capacità di pianificare, organizzare, gestire le attività educative, procurarsi le risorse e applicare le abilità metacognitive necessarie per valutare l’adeguatezza delle proprie conoscenze e strategie; essa non contribuisce solo al successo formale nella carriera scolastica,  ma promuove anche l’apprendimento per tutta la vita.
Conoscere quali risorse rendono capaci i giovani di predisporre risposte adattative e promuoverne l’apprendimento e l’esercizio costituiscono obiettivi di grande interesse per quanti lavorano con gli adolescenti, nel ruolo di educatori o psicoterapeuti, e per coloro che progettano e valutano i programmi di intervento destinati a giovani in condizioni di svantaggio.
Alla scuola e a quegli insegnanti che si occupano di orientamento è importante ricordare che le persone che nutrono una bassa stima delle proprie capacità, un basso senso di autoefficacia relativamente a determinati ambiti di azione tendono spesso ad allontanarsi “intimidite” dalle attività che percepiscono come “difficili”. A tal proposito molto si potrebbe fare in favore dell’incremento della fiducia dei ragazzi e del loro senso di efficacia.


 

1 Ardone R. (a cura di), Adolescenti e generazioni adulte, Unicopli, Milano 1999.
2 Bell N.J., Bell R.W., Adolescent risk taking, Sage Publications, London 1993.
3 RutterM., Protective factors in children’s responses to stress and disadvantage, inM.W. Kent & J. E. Rolf (a cura di), Primary Prevention of Psychopathology: Vol. 3. Social Competence in Children, University Press of New England, Hanover NH 1979, pp.49-74.
4 RutterM., Psychosocial resilience and protectivemechanisms, in J. Rolf,Masten A.S., D. Cicchetti, K.H.Nuechterlem, S.Weintraub, Risk protective factors in the development of psychopatology, Cambridge University, New York 1990, pp. 181-214.
5 Bonanno G.A., Loss, trauma and human resilience. Have we underestimated the human capacity to thrive after extremely aversive events?, “American Psychologist”, 59 (2004), pp. 20-28.
6 SelingmanM.E., CsikszentmihalyiM. (a cura di), Positive psychology. Special Issue, “American Psychologist”, 55 (2000). Sheldon K.M., King L.Why positive psychology is necessary, “American Psychology”, 56 (2001), pp. 216-217.
7 RutterM., Maternal deprivation reassessed, Penguin Books, Harmondsworth 1981. Tennen H. & Herzberger S., Attributional style questionnaire, «Test critiques», 4 (1985), pp. 20-30.
8 Lazarus, R. S., Emotion and adaptation, Oxford University Press, New York 1991, pag. 112.
9 Bandura A., Self-efficacymechanismin human agency, “American Psychologist”, 37/7 (1982) pp. 747-755.
10 Bandura A., Human agency in social cognitive theory, “American Psychologist”, 44 (1989), pp. 1175-1184.
11 Bandura A., Self-efficacy mechanism in human agency cit.