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FOCUS: ADOLESCENTI, EMOZIONI E SCUOLA
Adolescenza, suicidio e ruolo della scuola
di Daniela Regazzi*
La morte è un evento temuto da tutti gli esseri
viventi, eppure alcuni adolescenti mettono a repentaglio la propria
vita, non considerandola un valore da difendere.
Ciò che sta alla base di un simile comportamento spesso non è una
malattia mentale diagnosticabile, quale la depressione, nonostante essa
sia sicuramente un fattore di rischio: la maggior parte dei ragazzi che
tentano il suicidio non è depressa.
L’ipotesi che costituisce il filo conduttore di questo articolo è che il
suicidio in adolescenza sia correlato con le problematiche della fase
evolutiva che il soggetto sta attraversando. L’adolescenza si configura,
infatti, quale fase-percorso che si realizza affrontando e cercando di
risolvere specifici compiti di sviluppo, quali ad esempio la
costruzione dell’identità e la mentalizzazione del sé corporeo, che
trovano nel contesto e nella cultura del singolo la loro concreta
esplicitazione.
Non ci sono adolescenze senza problemi, senza sofferenza; questo è forse
il periodo più doloroso della vita, ma anche quello delle gioie più
intense. Per indicare tale processo di crescita, è significativa la
metafora del “labirinto”: all’interno di un labirinto si cerca la strada
giusta che porti all’uscita, ma è facile perdersi, per poi ritrovarsi,
spesso grazie all’aiuto di altri significativi quali adulti e pari1.
Segnali di malessere
Quali sono i segnali di una situazione di disagio che va oltre le
normali crisi “fisiologiche” proprie dell’adolescenza?
Nell’adolescente, la struttura psichica è in “fase di trasformazione”:
può manifestare sintomi molto accentuati, ma transitori, che fanno parte
del suo processo di crescita, senza implicare alcuna patologia2.
C’è da preoccuparsi quando l’adolescente perde le caratteristiche di
mutevolezza tipiche di questa età, quando i normali rituali concernenti
il corpo, l’abbigliamento, il cibo, le mode acquistano un carattere di
rigidità, che interferisce nella vita quotidiana e nelle relazioni con
gli altri.
Anche i sentimenti di tristezza, noia, apatia devono
essere considerati segnali preoccupanti laddove riflettano un tono
dell’umore invariabile, che mai si alterna ad esplosioni di entusiasmo,
gioia ed euforia.
In generale, vi è motivo di preoccuparsi quando le crisi inevitabili
dell’adolescenza sfociano in comportamenti quali lo scarso interesse per
le relazioni affettive e sessuali, la mancanza di amici, la tendenza ad
isolarsi, rimanendo per giorni chiusi in casa, interrompendo i contatti
con il mondo esterno, l’improvviso ed apparentemente immotivato
disinteresse per lo studio, magari in contrasto con i successi
scolastici precedenti.
Il dolore, l’angoscia, la confusione sfociano nella minaccia di
disgregazione, che configura il corpo quale bersaglio privilegiato per
dare voce al proprio malessere, cercando di trovare una liberazione da
una situazione insostenibile. Si originano così diverse forme di
dipendenza sia dal cibo, negato nell’anoressia e divorato nella bulimia,
sia da alcol e da sostanze tossiche, e la tendenza a farsi del male,
quindi tagli autoinflitti con graffi, lamette, coltelli, corse
spericolate, giochi mortali e tentativi di suicidio.
Tutto ciò nel tentativo di mettersi al riparo da possibili esperienze di
umiliazione e mortificazione, sottrarsi alla “tragedia dello
smascheramento”, sfuggire all’insuccesso. Il contesto affettivo e
relazionale, in cui prende corpo l’istanza suicidale, appare
strettamente correlato al dolore della vergogna.
Il peso della vergogna
È importante tener conto del fatto che per gli adolescenti vergognarsi è
quasi una tappa obbligata, se si considerano il corpo che cambia,
l’emergere delle prime fantasie erotiche e la presa di coscienza della
propria mancanza di abilità rispetto alle elevate aspettative.
Pur svolgendo importanti funzioni psicologiche sia nella regolazione del
proprio comportamento in riferimento all’immagine di sé, sia nella
calibrazione delle relazioni con gli altri in riferimento agli standard
sociali ed alle attese del proprio gruppo di appartenenza, la vergogna
ha notevoli implicazioni sul livello di autostima e sull’integrità della
propria identità personale, rischiando di attivare vere forme di
patologia3.
È, infatti, un’emozione particolarmente do-lorosa in quanto coinvolge
l’individuo nella sua totalità: mette in dubbio, non tanto quello che si
fa o si dice, bensì quello che si è, procurando senso di inadeguatezza,
calo dell’autostima ed un potente senso di fallimento.
La fragilità narcisistica dell’adolescente che progetta il suicidio lo
porta a considerare sul piano dell’oltraggio e dell’intollerabile
insulto narcisistico anche le rotture sentimentali che, invece di
suscitare sensi di colpa legati alla propria incapacità di difendere la
relazione d’amore e stabilizzarla, suscita una forte vergogna.
Vengono letti in quest’ottica di fragilità narcisistica anche
l’insuccesso scolastico, lo scherno dei compagni, il voltafaccia
dell’amico del cuore, il grave litigio familiare, i quali aprono la
strada a vissuti di umiliazione, fino alla rappresentazione non
sostenibile di essere stati mortificati4.
Il suicidio risulterebbe pertanto una “liberazione”
da intendersi quale appagamento del desiderio di scomparire per
ricercare serenità e tranquillità, quindi non come abbandono all’oblio.
La persona che tenta il suicidio non vuole effettivamente morire
(abbandonarsi all’oblio), ma sogna una vita “altrove”, che compensi il
fallimento di quella reale. Desidera viverne una diversa. Parlerei,
dunque, di suicidio quale grido d’aiuto.
Un grido d’aiuto
Una delle principali intenzioni di chi tenta il suicidio, nonostante
possa sembrare paradossale, è quella comunicativa. In un simile gesto è
spesso racchiuso un messaggio, che il più delle volte ha come
destinatari i genitori. Alla madre solitamente si chiede, da un lato
maggiore disponibilità, dall’altro una sorta di autorizzazione per
maggiore autonomia. I messaggi tendono a sondare la disponibilità della
madre ad accogliere un figlio reso “diverso” dai cambiamenti
adolescenziali e caratterizzato da nuovi bisogni che lo portano altrove.
Di conseguenza, sussiste anche una richiesta di perdono. Per quanto
concerne il padre, vi è in genere la richiesta di aspettarsi un po’ meno
e di comprendere che il figlio non è poi così diverso dagli altri. È
sottesa una richiesta di perdono per il mancato sviluppo di abilità che
avrebbero soddisfatto il padre, ma che non erano desiderate dal figlio,
il quale chiede di non indignarsi e di stargli comunque vicino5.
La poesia che segue, scritta da un adolescente suicida, esprime bene
l’intensità di questi sentimenti6:
Caro Signore
Caro Signore
o padre:
non biasimarmi se non so
come chiamarti,
perché tu non mi hai mai chiamato
né mi hai mai scritto.
Forse non dovrei essere così severo,
perché mi vedesti.
Una volta.
Ho una foto
in cui mi tenevi in braccio.
Non durò a lungo
E fu l’ultima volta.
Perché?
Da me, mia madre riceve domande;
da lei, io non ricevo risposte.
Così adesso mi rivolgo a te.
Dovresti riuscire a vedermi adesso,
ma un giorno mi vedrai,
o vedrai il mio nome,
ma soltanto nelle luci della sera,
e ciò ti rattristerà
o forse addirittura ti farà piacere
ch’io non ti possa più vedere.
Tuttavia, è importante non istituire alcuna
connessione diretta, in quanto il fenomeno è complesso ed articolato e
concerne fattori sia interpersonali che intrapersonali.
Caratteristiche relazionali, comportamentali e cognitive
dell’adolescente suicida Una delle condizioni più ricorrenti tra gli
adolescenti suicidi è la solitudine, intesa come isolamento sia sociale
che emotivo. Questo significa che a pesare nella vita di un adolescente
non è solo la mancanza di rapporti amicali, ma anche e soprattutto il
non avere degli amici con i quali potersi confidare e sui quali
confidare. Si guarda, cioè, alla dimensione del sostegno sociale,
affettivo ed emotivo connessa alla rete amicale.
Un problema di adattamento risulta, dunque, una caratteristica
comportamentale rilevante nello studio degli adolescenti ad alto rischio
suicidario, così come quello relativo al rendimento scolastico. È stato
infatti dimostrato che, tra gli adolescenti che avevano subito il trauma
dell’abbandono in tenera età o che la solitudine aveva condotto
all’abuso di alcol o di sostanze stupefacenti, il 50% aveva notevoli
difficoltà d’apprendimento.
Rilevanti sono anche quei comporta-enti che vedono l’adolescente fuggire
da casa. La ricercatrice americana Stiffman ha messo in luce come, nella
città di St.Louis, più del 30% di giovani scappati da casa avesse
tentato il suicidio ed avesse abusato di alcool e droghe7.
Accanto alle caratteristiche comportamentali, gli stili cognitivi
rivestono un ruolo importante nelle dinamiche psicologiche che possono
portare ad una condotta suicidaria. Diversi autori, tra i quali Berman e
Jobes, hanno evidenziato alcune caratteristiche cognitive
dell’adolescente suicida, anche se va sempre tenuta presente la
complessità del fenomeno in questione.
Tali caratteristiche sono riconducibili ad un pensiero polarizzato, che
procede per dicotomie, quindi si tratta di un pensiero rigido ed
inflessibile, che rende difficile la risoluzione di problemi, in quanto
il soggetto utilizza una scarsa varietà di alternative.
La vittima del bullismo
Sempre più frequenti risultano essere negli ultimi anni esempi di
prevaricazione e aggressività a scuola. Accanto ai più noti episodi di
cronaca, occorre tener conto del fatto che il fenomeno del bullismo si
presenta in modo sommerso e meno evidente, caratterizzato da continui e
piccoli soprusi e prevaricazioni, spesso difficili da individuare e su
cui diventa arduo intervenire8.
Questo fenomeno è rilevante per la tematica del suicidio, in quanto
episodi di bullismo sono spesso segnali di disagi più nascosti, di
difficoltà sociali ed interpersonali profonde, a cui conseguono pesanti
effetti, tra cui il sentimento di inadeguatezza ed una bassa autostima
da parte della vittima, che reagisce con attacchi di tristezza,
chiudendosi in se stessa, negando il problema o colpevolizzandosi fino a
provare un forte senso di vergogna. La vittima può, dunque, arrivare
alla depressione e, nei casi più gravi, addirittura al suicidio.
Sarebbe, pertanto, opportuno che gli insegnanti giocassero un ruolo
attivo, sensibilizzando tutta la classe e ristrutturando il contesto
relazionale, in modo da stabilire regole essenziali di convivenza.
Il ruolo della scuola: cogliere i segnali
d’allarme
Molti adolescenti sono stati aiutati dall’impegno nella prevenzione del
suicidio da parte della scuola.
Spesso è difficile misurare gli sforzi di prevenzione coronati da un
risultato positivo. La prevenzione del suicidio, inoltre, non riceve la
pubblicità che viene riservata al post intervento, che mira a
salvaguardare i sopravvissuti quando un suicidio è stato consumato9.
È necessario che il personale scolastico conosca e sia in grado di
riconoscere e comprendere i segnali d’allarme del suicidio. Poland parla
di affermazioni verbali (“Chissà come sarebbe spararsi un colpo di
pistola in testa” o “Non ci sarò alla festa di sabato sera. Per allora
sarò già all’inferno”) e indizi comportamentali forniti dagli
adolescenti suicidari.
Questi ultimi possono andare dal disfarsi di cose a cui si tiene al
pronunciare un’ultima volontà o al fare un elenco di persone amate che
si desideri vedere un’ultima volta.
La pubblicazione dell’American Association of Suicidology, Suicide and
How to Prevent It10 richiama
l’attenzione sui seguenti segnali d’allarme:
-
un precedente tentativo di suicidio;
-
minacce di suicidio;
-
una depressione prolungata;
-
astensione dalle attività e chiusura nei
confronti degli amici;
-
incapacità di portare a termine i compiti
iniziati.
Poland sostiene che il personale scolastico deve
chiedere direttamente agli studenti che trasmettono questi segnali se
abbiano intenzione di farsi del male, senza lasciarsi frenare dalla
preoccupazione di dire qualcosa di sbagliato,ma facendosi guidare dal
desiderio di essere d’aiuto.
Tra i modi in cui il personale scolastico può rispondere per aiutare gli
studenti suicidari, Poland mette in luce i seguenti:
-
ascoltare senza esprimere giudizi;
-
cercare di stabilire un contatto;
-
dimostrarsi fiduciosi e positivi;
-
invitare l’adolescente a rivolgersi allo
psicologo scolastico, che può valutare l’effettivo livello di
gravità di azioni e pensieri e fornire un aiuto all’adolescente;
-
non aver timore di violare il segreto svelato
dallo studente, ricordando il “grido d’aiuto”.
Può capitare che alcuni membri del personale
scolastico abbiano timore di violare il segreto svelato dallo studente,
sulla base di una fiducia in loro riposta, in merito ad intenzioni
suicidarie, tuttavia ritengo che non si possa mantenere il segreto in
una situazione del genere e che non sia opportuno che l’insegnante
assuma su di sé una simile responsabilità: l’alunno potrebbe, invece,
sentirsi sollevato dal fatto che qualcuno sappia come si sente e cerchi
di aiutarlo. Infatti è importante sottolineare come, da parte
dell’adolescente disperato, ci sia un grido d’aiuto, un grido contro la
morte: non si vuole effettivamente morire, ma si sogna una vita
“altrove” che compensi il fallimento di quella reale.
Significativa, a questo proposito, la seguente poesia, scritta da un
adolescente suicidario11:
Un piccolo fiore
Vieni e toccami,
annusami,
tienimi,
per favore non lasciarmi nel prato da solo.
Accorgiti di me
e usami
per fare un dono a qualcuno,
o per rallegrare la tua stanza,
per qualunque cosa,
ma ti prego non buttarmi via
mentre sono ancora fresco.
Se le mie foglie si scuriscono
E s’increspano,
ricorda quel che ero
prima di svanire.
Sulla base di quanto è stato fin qui affermato, è
possibile sostenere che il suicidio in adolescenza sia un fenomeno che
“proviene più dal futuro che non dal passato”, nel senso che rappresenta
paradossalmente la speranza di essere capace di fare qualcosa di
coraggioso e strabiliante che possa “raddrizzare la barca che affonda e
ricominciare a navigare verso la meta”12.
Il gesto suicidale in adolescenza è spesso l’espressione di una crisi
evolutiva, piuttosto che l’espressione sintomatica di una patologia
mentale.
Crescere significa trovare una soluzione alla vergogna nei confronti del
proprio corpo desiderante, delle proprie fantasie e della mancanza di
esperienza ed abilità rispetto alle elevate aspettative.
L’adolescenza è una sfida: una sfida a se stessi, alla società, al
futuro. È necessario che ci siano degli adulti in grado di capire e
raccogliere questa sfida.
Non raccoglierla vuol dire aumentare il disagio, ma soprattutto
significa perdere quell’enorme patrimonio creativo racchiuso in ogni
adolescente.
1 Grazzani Gavazzi I., Confalonieri E.,
Adolescenza e compiti
di sviluppo, Unicopli, Milano 2007, p. 17.
2 Vegetti Finzi S., Battistin A.M., L’età incerta,Mondadori,Milano
2006, pp. 278-279.
3 Anolli L., La vergogna, IlMulino, Bologna 2003, pp. 108-109.
4 Pietropolli Charmet G., Tentato suicidio, in Maggiolini A.,
Pietropolli Charmet G. (a cura di), Manuale di Psicologia
dell’adolescenza. Compiti e conflitti, Franco Angeli, Milano 2004, pp.
251-266.
5 Ivi, pp. 264-265.
6 Poland S., Prevenzione del suicidio nell’adolescenza. Interventi nella
scuola, Erickson, Trento 1995, p. 56.
7 Crepet P., Le dimensioni del vuoto, Feltrinelli,Milano 2007, pp.
108-109.
8 Confalonieri E. Storie di prevaricazione, “Famiglia oggi”, 6-7
(2000), pp. 89-91.
9 Poland S., op. cit., pp. 67-124.
10 American Association of Suicidology, Suicide and how to prevent it,
Merck, Sharp and Dome,West Point, PA 1977
11 Poland S., op. cit., p. 11.
12 Pietropolli CharmetG., Crisis center. Il tentato suicidio in
adolescenza,
Franco Angeli, Milano 2004, p. 64.
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