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FOCUS: ADOLESCENTI, EMOZIONI e SCUOLA

Il difficile incontro tra gli adulti e gli adolescenti

di Giuseppe Pellizzari*

L’adolescenza è sicuramente il periodo più difficile nell’arco dello sviluppo educativo di una persona: l’autorità dei genitori, degli insegnanti e degli adulti in genere viene infatti messa a dura prova, e tutto ciò crea tensioni e conflitti dagli esiti incerti e spesso problematici.

È molto importante quindi per gli educatori comprendere le cause di questo fenomeno e, soprattutto, saperlo inquadrare correttamente nell’ambito del processo di crescita dell’adolescente. Durante l’infanzia l’adulto, a cominciare dai genitori, possiede un’autorità naturale che non ha bisogno di argomenti, in quanto vi è una differenza sostanziale tra l’adulto e il bambino. Prima di tutto l’adulto è più grande e ciò gli conferisce il potere del più forte: se un bambino non vuole ubbidire l’adulto può disporre di tale potere e costringerlo con la forza all’obbedienza.Con l’adolescenza questo potere viene meno e, di conseguenza, i rapporti di forza sono messi in discussione e tendono a invertirsi. Edipo non era un bambino, ma un adolescente: finché era stato un bambino, a Corinto, aveva potuto esprimere la sua violenza e i suoi conflitti solo nel gioco, ma nel momento in cui diviene adolescente, a Tebe, ha il potere reale, per citare la celebre fase del Nipote di Rameau di Diderot, “di uccidere suo padre e di giacere con sua madre”.
Non solo: durante l’infanzia l’adulto è visto come il detentore del sapere; è a lui che si chiede cosa è vero e cosa è giusto, lui solo possiede, insieme ai segreti della sessualità, la capacità di pensare le cose difficili e complicate. Per lo meno così sembra ai bambini.
Gli adolescenti raggiungono, insieme alla forza fisica, il potere sessuale e la capacità del pensiero astratto. Non a caso nel linguaggio biblico “conoscere” ha un doppio significato affettivo/sessuale e cognitivo e il peccato originale, che consiste appunto nel conseguimento della conoscenza, trasforma traumaticamente i nostri progenitori da esseri fatti “ad immagine e somiglianza” del loro creatore, quasi una copia, un’emanazione narcisistica (come spesso sono visti i bambini) in esseri autonomi, e tutto ciò attraverso la trasgressione. Nel libro della Genesi infatti Dio dice che a questo punto “l’uomo è diventato come uno di noi”, non più “a immagine” quindi, ma su un piano di parità, e per questo gli nega l’immortalità. Così l’adolescente scopre insieme alla sua autonomia e alla parità coi genitori la propria “mortalità”, non più protetta dall’immaturità infantile.
L’autorità dei genitori, e per estensione l’autorità stessa degli adulti, perde le sue fondamenta naturali.  In tal senso possiamo considerare l’adolescenza alla stregua di un processo rivoluzionario, anzi il prototipo naturale di ogni processo rivoluzionario: una struttura di potere che teneva insieme il mondo viene messa in discussione. “…L’universo nel giro di una notte - dice il Galileo di Brecht al giovane discepolo Andrea - ha perduto il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un’infinità. Da un momento all’altro, guarda quanto posto c’è”.
L’autorità dell’adulto, sia esso genitore o insegnante, non può più contare su una differenza naturale, ha bisogno di argomenti, ha bisogno di “giustificarsi”, vale a dire di dimostrarsi giusta agli occhi dell’altro con il quale deve reggere l’inevitabile confronto. Spesso, come sappiamo, c’è la tendenza invece a ricercare attraverso il ricorso a metodi coercitivi un’imposizione autoritaria che si fa tanto più sadica quanto più si scopre impotente. Altre volte si elude un confronto temuto perché mette in risalto inadeguatezze e impreparazioni e ci si trincera dietro le angustie di un ruolo capziosamente rigido nelle sue competenze ristrette al “minimo sindacale”.
Proviamo ora a considerare questo processo rivoluzionario non dal punto di vista dell’autorità, ma  da quello del soggetto adolescente. Questi si trova gettato in una rivoluzione che non ha voluto, ma che avviene suo malgrado, per il fatto stesso di crescere.
Per questo motivo molti adolescenti cercano di impedire tale processo ricorrendo anche a metodi estremi come per esempio l’anoressia. Cercano di impedire la crescita perché essa significa la perdita dell’infanzia, vale a dire non solo della protezione deresponsabilizzante dei genitori, ma anche dell’illusione di onnipotenza che la caratterizzava.
Un bambino gioca rinviando tutto a “quando sarà grande”, perché allora si realizzerà quello che ora si limita a sognare. Tutto resta sempre possibile. Con l’adolescenza il mondo, nel momento stesso in cui si spalanca, comincia a restringersi irreversibilmente.
La rivoluzione adolescenziale comporta quindi non solo il venir meno dell’autorità infantile,ma quello che Leopardi chiamava “l’apparir del vero”.  La realtà si mostra traumaticamente nella sua complessità, il male e il dolore non sono più riconducibili a parentesi momentanee che un buon genitore potrà sempre riparare, ma sostanza ineliminabile del mondo e della vita.
La funzione dell’adulto nel trovare argomenti alla sua discussa autorità consisterà nel testimoniare una fiducia nella vita e un amore per la verità non fideistici e dogmatici, ma aperti alla complessità e all’ascolto dell’altro. Questo spiega la grande difficoltà che l’incontro educativo con gli adolescenti comporta, perché costringe l’adulto a rimettere in discussione i fondamenti del suo sapere e della sua esperienza, ad imparare di nuovo insieme all’altro.
L’adolescente, rivoluzionario suo malgrado, è per sua natura portatore di crisi, non a caso gli antichi consideravano i riti iniziatici degli adolescenti come una rifondazione dell’intera società che si sentiva minacciata dal caos.
Gli adolescenti possiedono una carica di violenza naturale in bilico tra distruttività e creatività e spesso ci sorprendono per la loro ferocia, apparentemente senza motivo, che si alterna a una fragilità disarmante.
L’antropologo Ernesto DeMartino, commentando un episodio di vandalismo di massa da parte di adolescenti la sera di capodanno del lontano 1956 nella civilissima Stoccolma affermava che questi giovani “sonomossi da un impulso di annientamento delle persone e delle cose, vogliono ridurre in cenere il mondo, far sfoggio della loro potenza di eversione”, e per contro citava Roger Bastide che paragonava l’improvviso agglutinarsi di questi adolescenti “in preda al terrore della solitudine” “a pinguini che si raggruppano sulla banchisa polare”. Questo a dimostrare che, nonostante il cambiare dei tempi e delle abitudini, il dramma dell’adolescenza  sempre il medesimo e ha bisogno più di ogni altra cosa di un incontro che conferisca ad esso un senso.
Se vogliamo seguire la saggezza degli antichi, questa carica eversiva e disperata non va ignorata e banalizzata o mortificata e repressa, ma occorre darle uno spazio rappresentativo, uno spazio dove possa trovare espressione, problematica, conflittuale, impegnativa di confronto. Bisogna dare ospitalità allo straniero, qual è l’adolescente.
Gli adulti devono inventare questo spazio insieme agli adolescenti, a partire dalla scuola.
Una istituzione sufficientemente buona, come “la madre sufficientemente buona” di cui parla D.Winnicott, è quella che è capace di essere creativa insieme ai suoi utenti, senza lasciar fare passivamente quello che vogliono, né bloccarlo rigidamente, ma contrattandolo in modo da trasformarne gli aspetti distruttivi in potenziale di sviluppo.
L’istituzione dovrebbe lasciarsi trasformare dall’esercizio stesso della sua funzione per essere un organismo vivo e non una struttura cristallizzata così come una madre apprende dal suo piccolo nel momento stesso in cui lo contiene e dà senso condivisibile alle sue espressioni a partire dal pianto e dai bisogni più primitivi.
L’adolescente portatore di crisi non andrebbe quindi visto come un disturbatore da inquadrare,ma come un interlocutore difficile e impegnativo che tuttavia rappresenta un’occasione di trasformazione per l’istituzione stessa che lo ospita.
Il carattere entropico dell’adolescenza, chemette in crisi fisiologicamente la struttura dell’autorità adulta, rappresenta nel contempo un carattere disentropico proprio nella sua capacità naturale di costringerla ad una discussione e a un rinnovamento. Contemporaneamente il carattere complementare che è chiamata ad assumere l’istituzione in tale processo dialettico è di porsi come ostacolo fecondo alla pretese onnipotenti dell’adolescente.M.Benasayag eG.Schmit affermano a questo proposito: “…oggi per essere al servizio della vita è necessario praticare un certo grado di resistenza. Resistere significa anche opporsi e scontrarsi,ma non dimentichiamo che, prima di tutto, resistere è creare”.
Del resto l’adolescenza non è tanto un periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta, ma la loro origine.
L’infanzia non sarebbe infatti pensabile come categoria e come memoria se non a partire dallo sviluppo adolescenziale (si capisce cos’è l’infanzia quando la si è perduta) e l’età adulta non può non conservare dentro di sé quella consapevolezza inaugurale, un misto di meraviglia e di disincanto, come proprio indimenticabile fondamento al quale ritornare in ogni momento critico della vita.


*psicoanalista della Società psicoanalitica italiana, consulente presso il “Progetto A”, centro di consultazione per adolescenti di San Donato Milanese, http://www.reteadolescenza.it