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CINEMA E SCUOLA
Le parole dello sguardo
a cura di Rita Manzoni*
Inauguriamo con questo numero una rubrica di
riflessione sul rapporto tra cinema -e in senso più ampio audiovisivo- e
scuola che ci piacerebbe diventasse luogo di comunicazione, scambio,
confronto di esperienze e insieme laboratorio in cui proporre,
analizzare e validare percorsi di ricerca riproducibili nella
quotidianità del nostro lavoro didattico.
Alla ricerca dell'arca perduta
Fino a pochi anni fa il rapporto cinema/scuola è
stato uno dei motivi dominanti della riflessione pedagogico-didattica;
oggi parlare di cinema e scuola può apparire operazione démodé per non
dire "archeologica". Indubbiamente lo scenario culturale si è modificato
sotto la spinta di quella rivoluzione che ha portato la televisione
prima, la multimedialità poi, e Internet in particolare, a rendere non
solo minoritarie le modalità di comunicazione tradizionali legate al
libro e alla parola scritta, ma anche a ridurre la visione
cinematografica ad un rito per "iniziati" o, peggio, un reperto di una
società "preistorica".
Gli stessi indirizzi di politica scolastica dei governi che si sono
succeduti nell'ultimo decennio hanno contribuito a questo cambiamento:
se dal 1996 al 2001 con la riforma dei cicli voluta dai ministri
Berlinguer e De Mauro il cinema entrava a pieno diritto nei programmi
della scuola media inferiore e superiore1, la riforma Moratti
del 2003 escludeva il cinema dai contenuti di apprendimento, ponendo
l'accento invece sullo sviluppo delle competenze informatiche. Solo un
accenno alla padronanza degli "elementi della grammatica del linguaggio
visuale", e alla comprensione dei "significati di immagini statiche e in
movimento, di filmati audiovisivi e di prodotti multimediali", ma
nessuna linea programmatica sulle modalità di sviluppo di tali
competenze è presente infine nelle "Nuove Indicazioni per il curricolo
della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione" (2007) del
ministro Fioroni.
Nell'attesa di scoprire quali saranno gli orientamenti scolastici del
governo vincitore delle prossime elezioni ci interroghiamo sul senso di
una proposta didattica che faccia del cinema uno dei propri assi
portanti.
- Un primo ordine di considerazioni riguarda il fatto, forse banale, che
i nostri studenti al cinema continuano ad andare. L'8° e ultimo rapporto
Eurispes - Telefono Azzurro2 ci dice che la tipologia di
spettacolo ed intrattenimento preferita da bambini ed adolescenti sembra
essere il cinema, preferito dal 90,1% delle ragazze e dall'85,1% dei
maschi tra i 15 ed i 17 anni. Il grande schermo però interessa anche i
più piccoli: il 71,9% dei maschi e il 71,2% delle femmine tra i 6 e i 10
anni, percentuale che supera l'80% anche nella fascia di età successiva
(11-14 anni). Sono cambiati però i modi, i luoghi e gli scopi della
partecipazione allo spettacolo cinematografico. Rispetto a noi
insegnanti, che al cinema andavamo per pensare, per discutere dei
problemi del singolo e del mondo nei tanto amati quanto datati
"cineforum", i nostri studenti guardano i film nella dimensione
individualistica dell'home theatre o in multisala inseriti in centri
commerciali dove il "rito" profano della visione cinematografica si
trasforma in una forma di consumo al pari delle altre. Lo scopo diviene
allora solo quello di passare il tempo e divertirsi. Diversi sono anche
i generi "più amati" dagli adolescenti (horror e cyberspazio) nonché i
"canali di reclutamento", non più la critica specializzata, gli studi
universitari o la lettura del romanzo che ci spingeva a vederne la
trasposizione cinematografica, quanto piuttosto i trailers televisivi, i
backstages, il battage pubblicitario che inonda i siti Internet. Preso
atto di questo cambiamento, la scuola non può abdicare alla sua funzione
educativa e noi isegnanti limitarci a deplorare l'assenza di senso
critico piuttosto che l'imbarbarimento del gusto delle giovani
generazioni.
In un appello di qualche anno fa all'allora ministro della Pubblica
Istuzione Tullio De Mauro, Lino Micciché, sostenendo la necessità di una
didattica del linguaggio cinematografico e audiovisivo in tutti gli
ordini e gradi scolastici, sottolineava che "l'alfabetizzazione a questo
linguaggio, se non fatta dalla scuola, è de facto portata avanti dal
mercato, il cui fine fisiologico non è creare consapevolezza ma consumo.
Il risultato inevitabile [...] è che i ragazzi, così addottorati dal
mercato, saranno in un domani che è già oggi, non dei fruitori
criticamente consapevoli dell'iconosfera che li circonda, bensì soltanto
dei consumatori passivi dell'esistente audiovisivo: politico,
informativo, pubblicitario, culturale e spettacolare"3
Partire dunque dalla dimensione ludica dello spettacolo cinematografico,
che coinvolge l'interesse dei ragazzi, per fornir loro quegli strumenti
di decodifica dei codici iconici che permettano una fruizione critica
delle immagini e insieme l'attitudine a distinguere ciò che è
esteticamente valido dalla "spazzatura" filmica ci sembra impegno non di
poco conto. Non dobbiamo dimenticare infatti che la familiarità con le
immagini dei nostri studenti raramente è sinonimo di consapevolezza
critica e di coscienza dei meccanismi psicologici sottesi alla visione.
Un secondo ordine di considerazioni investe il cinema di una funzione di
mediazione tra le modalità di pensiero olistico e globale indotte dalla
televisione e dal computer e quelle di pensiero sequenziale e
strutturato tipiche di un mondo centrato sul libro come quello
scolastico.
Raffaele Simone, considerando le modificazioni cognitive dell'homo
sapiens - il cui sapere si fonda prevalentemente sulla parola scritta -
che si è trasformato, con l'esposizione mediatica e informatica, in homo
videns4, parla di una "terza fase"5 (dopo quelle
dell'avvento della scrittura e della stampa) in cui all'intelligenza
sequenziale, tipica dell'occhio esercitato a una visione alfabetica, si
è sostituita un'intelligenza simultanea, capace di trattare
contemporaneamente più informazioni ma incapace di stabilirne una
gerarchia o un ordine.
Analiticità, sequenzialità, gerarchizzazione, controllo linguistico,
capacità di tradurre in parole il proprio mondo interiore e la propria
esperienza sono le competenze che vogliamo i nostri alunni sviluppino ma
che entrano inevitabilmente in conflitto con i loro modelli mentali, di
giovani per i quali "le esperienze è molto meglio averle, ricordarle,
rievocarle che raccontarle analiticamente e tradurle in discorsi". Se ne
deduce dunque che "la pratica scolastica è spesso per i giovani una
sorta di finzione vera, di penitenza più o meno protratta, finita la
quale finalmente si può tornare alla realtà vera e autentica che è
quella del non proposizionale"6, delle emozioni totali.
Il cinema con il suo potere di coinvolgimento emotivo, di ridefinizione
dello spazio e del tempo nella percezione di chi guarda un film sembra
da un lato favorire meccanismi di apprendimento simultaneo, ma
dall'altro, in quanto racconto, ovvero concetto che diventa narrazione
conserva per lo più una modalità sequenziale di uso del suo linguaggio.
Inoltre laddove la narrazione per immagini, suoni, montaggio ridiviene
concetto, attraverso pratiche di rielaborazione verbale e scritta
(recensioni, analisi cinematografiche, abstract) il testo filmico
diviene strumento privilegiato per sviluppare capacità di astrazione,
modellizzazione e controllo linguistico.
Terreno fecondo dunque per un incontro reale e non solo possibile tra la
cultura scolastica e quella giovanile.
A queste considerazioni si può aggiungere un'ultima riflessione su come
insegnare cinema a scuola. Dando per scontato che lo studio delle forme
e delle tecniche del linguaggio cinematografico - che tra l'altro sono
anche alla base di molte delle soluzioni espressive dei programmi
televisivi o dei testi informatici - è premessa indispensabile per un
approccio consapevole al testo filmico, ci sembra importante
sottolineare che usare il cinema come "pretesto" per parlare d'altro
significa non riconoscerlo come autonoma forma espressiva ed artistica e
ridurne l'utilizzo ad un mero approccio contenutistico. Una prospettiva
che sappia integrare l'analisi linguistica, fino ad oggi minoritaria
nella scuola, con quella contenutistica che vede nei temi affrontati dal
cinema uno specchio delle problematiche, delle paure o al contrario
delle speranze della società contemporanea e che quindi trasformi il
momento ermeneutico in uno strumento di conoscenza critica del reale ci
appare oggi l'unica via praticabile.
* Rita Manzoni, che già da tempo collabora a PRAGMA, con questo numero
entra a far parte della redazione della rivista che le dà il benvenuto e
la ringrazia per il suo prezioso contributo
1 Nel documento della commissione dei Saggi si leggeva al punto 7:
"L'esigenza generale di favorire il dialogo e l'interazione fra tutte le
componenti nelle quali si articola la cultura e di far sì che questa
impostazione abbia un'espressione adeguata e concreta nella pratica
didattica impone di far uscire le arti sonore e visive, e tutto ciò che
le integra (come il teatro e il cinema) dalla condizione marginale alla
quale sono relegate nella nostra scuola." In conformità a questi
orientamenti il Miur, in collaborazione con le università e le IRRE,
allora IRRSAE, promosse iniziative di ricerca-azione quali "Piano
nazionale per la promozione della didattica del linguaggio
cinematografico e audiovisivo".
2 Eurispes- Telefono Azzurro, "8° rapporto nazionale sulla condizione
dell'infanzia e dell'adolescenza", Roma, novembre 2007. Se ne può
leggere una sintesi in
www.azzurro.it/site/medias/PDFS/rapporto8_sintesi.pdf
3 Lino Micciché, Lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione
Tullio De Mauro, in "Insegnare il cinema", inserto di "Snc Notizie",
periodico della Scuola Nazionale di Cinema, anno III, n.2, 2000.
Il termine è stato coniato da Giovanni Sartori ad indicare lo spettatore
televisivo (G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero,
Laterza, Bari 1998).
Raffaele Simone, La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo,
Laterza, Bari 2000, pag. 73-75.
4 R. Simone, La terza fase cit. pag. 137-138.
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