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CINEMA E SCUOLA

Una grande conquista di civiltà

di Giovanni Rimoldi*
 

Queste riflessioni sono il risultato di un lavoro di gruppo che ha interessato la classe IV F del Liceo Scientifico Statale “A.Tosi” di Busto Arsizio. L’occasione è stata offerta dalla partecipazione al XXI Concorso Scolastico Europeo sul tema “Europa e diritti umani. Noi giovani protagonisti”, indetto dal Movimento per la Vita e dal Forum delle Associazioni Familiari con l’alto patronato del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del Ministro della Pubblica Istruzione e di altre autorità dello Stato.

Divisa in quattro gruppi, la classe ha pertanto analizzato i seguenti diritti: diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza, alla giustizia. Se ne riporta uno: il diritto alla vita con le riflessioni conclusive effettuate dagli studenti.

1948 -2000: due documenti fondamentali

Tibet, Birmania, Darfur, Congo, Iraq, Palestina... realtà geopolitiche in cui i diritti umani vengono oggi calpestati, come lo furono a causa delle tante tragedie della storia del Novecento. E proprio a seguito delle atrocità commesse dalla più terribile realtà del secolo scorso, la Seconda guerra mondiale, e dei totalitarismi che l’hanno scatenata o contribuito a renderla ancora più tragica, venne approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite, il 10 dicembre 1948, la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Questo documento, di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario, è di fatto stato ripreso nel 2000 dall’Unione Europea con la “Carta dei diritti fondamentali”. Successivamente, lo scorso 12 dicembre, riapprovata dal Parlamento europeo, è diventata il testo fondamentale per i diritti dei cittadini dell’Unione Europea.

Entrambi i documenti, la Dichiarazione universale e la Carta dei diritti fondamentali, pongono al centro la dignità dell’uomo con i suoi diritti inviolabili, quali il diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza, alla giustizia. Diritti che non sono dati una volta per sempre, ma devono essere una conquista di ogni generazione, soprattutto, per quanto riguarda il diritto alla vita, se si tiene conto che i recenti progressi tecnico-scientifici e la crescente coscienza dei diritti civili hanno proposto nuovi orizzonti di carattere bioetico. Rappresentano di conseguenza una conquista anche da parte della nostra generazione in un’ottica di responsabilità.

Diritto alla vita come primo diritto

  • “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.” (art. 3 Dichiarazione universale)

  • “Ogni individuo ha diritto alla vita.”  (art. 2,1 Carta dei diritti fondamentali)

  • “Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica.” (art. 3,1 Carta dei diritti fondamentali)

Criteri per definire l’essere umano con il conseguente diritto alla vita

I pareri a riguardo non sono univoci. Sorge quindi un interrogativo: con quali criteri si stabilisce chi è uomo e quando inizia la vita?

A livello prettamente biologico si può affermare che l’essere umano è unico e indivisibile fin dal concepimento, nel momento dell’incontro tra lo spermatozoo e l’ovulo. La logica scientifica del Comitato Warnock, incaricato dal “Department of Health and Social Security”, che nel 1984 ha raccomandato alla legislazione inglese la ricerca e la sperimentazione sull’embrione, non ha potuto fare a meno di affermare che “non c’è nessun particolare del processo di sviluppo dell’embrione che sia più importante di un altro; tutti sono parti di un processo continuo, e se ciascun stadio non avviene normalmente, al tempo giusto e nella corretta sequenza, l’ulteriore sviluppo cessa”.

Se si analizza invece la questione a livello etico, si trovano idee contrastanti: c’è chi sostiene che l’embrione non è da considerare come essere umano e che non abbia quindi alcun diritto, nemmeno quello alla vita; altri sono del parere che un essere umano è tale fin dalla fecondazione e come tale sia da considerare una persona; altri, ancora, limitano i diritti dell’embrione allo stadio primordiale di vita.

Ragionando in termini aristotelici, si può asserire che l’embrione non è altro che un uomo in potenza e nello stesso tempo, possedendo in sé tutti i geni e i cromosomi che caratterizzano un uomo, sia già un essere umano in atto e di conseguenza abbia diritti che già competono a ogni uomo. È la linea ontologica, che considera l’essere umano, in qualsiasi fase della sua crescita, un essere in sé e per sé.

D’altro canto un influente filosofo contemporaneo come Peter Singer, sostenendo la relatività della qualità della vita, finisce non solo per legittimare la strumentalizzazione dell’embrione, ma anche l’intervento di chi, di fronte a un grave handicap posseduto da un bambino allo stadio fetale, decide se sia “degno” di vivere o meno.

È una concezione antropologica che, a ben guardare, considera l’uomo qualitativamente non diverso dall’animale (è il caso di Hume nel XVIII sec. come oggi di Singer) e in cui prevale un’etica di tipo relativista sulla base del criterio dell’utile. Quel tipo di etica che il rapporto Warnoch evidenzia allorquando, in vista di possibili (a tutt’oggi non ancora provati) benefici di carattere terapeutico per l’umanità, sostiene la ricerca e la sperimentazione sugli embrioni: “Tuttavia si è convenuto che questa era un’area nella quale si doveva prendere una precisa decisione al fine di tranquillizzare la pubblica ansietà (in order to allay public anxiety)” (11.19).

Il problema della vita e della morte: alcune riflessioni di bioetica

Noi giovani riteniamo che, di fronte alle conquiste della scienza e della tecnica, come pure di fronte ai diritti civili riconosciuti (già ora o in un prossimo futuro) dalla nostra legislazione e che incidono sul valore della vita, sia quanto mai indispensabile un impegno morale come quello auspicato da Hans Jonas con la sua “nuova etica della responsabilità”, a difesa delle generazioni future.

Per quanto riguarda la clonazione, oggi possibile tramite le tecniche artificiali di fecondazione, questa deve essere drasticamente contrastata, in quanto toglie la dignità alla persona clonata; basti pensare come in queste condizioni l'identità del clonato venga gravemente compromessa dalla presenza reale o virtuale di chi l'ha generato. L’art. 3 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, mentre fa “divieto alle pratiche eugenetiche”, fa pure “divieto alla clonazione riproduttiva degli esseri umani”. Con la clonazione l'uomo non ha limiti nel distinguere il bene dal male; occorre invece essere consapevoli che la tecnologia può essere strumento di liberazione o di schiavitù con nuove forme di violenza e di sofferenza. Per questo crediamo che il progetto della clonazione umana debba essere fermato: l'uomo deve essere trattato, come ricordava Kant, come fine e mai come mezzo. Non crediamo giusto che si duplichi la vita di una persona, perché verrebbe meno l’unicità della vita umana e quindi la sua dignità.

Ci troviamo inoltre perplessi di fronte alla sperimentazione sugli embrioni, sia pure per scopi terapeutici, perché riteniamo che siano anch’essi degli esseri umani, anche se al primissimo stadio di vita. Vi sono comunque scoperte scientifiche che aprono orizzonti terapeutici che non pongono problemi di natura etica. L’utilizzo delle cellule staminali adulte, sempre più sperimentate su ampia scala, fa ben sperare.

Una recente importante scoperta in tal senso (effettuata attraverso ricerche indipendenti dal giapponese Yamanaka e dall’americano Thomson) è che, partendo da un lembo di pelle umana, si possono ottenere cellule staminali riprogrammate e pluripotenti, con caratteristiche simili a quelle embrionali e, di conseguenza, senza precludere a nessun essere umano appena concepito il diritto alla vita. Una scoperta ancora agli inizi, ma che ha portato Wilmut, il “padre” della pecora Dolly, ad annunciare lo scorso anno di voler abbandonare la via della clonazione umana per seguire questo procedimento.

Nei confronti di aborto ed eutanasia la nostra opposizione è meno drastica.

Siamo favorevoli all’eutanasia solo nel caso in cui sia il paziente stesso a chiederla, in casi terminali e di acuta sofferenza; pensiamo infatti che se un malato arriva a chiedere di morire lo faccia perché è rimasto senza affetti e che quindi, unitamente alla gravità della sua condizione fisica, non accetti il suo stato di solitudine.

Fermo restando il no all’accanimento terapeutico, non possiamo comunque non tener conto che si sono aperti e sempre più si stanno aprendo nuovi orizzonti nell’ambito della terapia del dolore, che pur avendo come possibile effetto collaterale la diminuzione del tempo della vita, hanno come fine non l’eliminazione della persona, ma l’aiuto ad essa nel rispetto della sua dignità.

Per quanto riguarda l’aborto, lo riteniamo ammissibile in casi di particolare gravità, per esempio a seguito di uno stupro, in cui la madre non sia in grado di crescere il bambino perché lo ritiene frutto di violenza. Crediamo però che la scelta migliore sia quella di farlo nascere senza poi riconoscerlo (il film Juno docet), per darlo ad una famiglia che non può avere figli ma è in grado di crescerlo in un clima di amore che forse la madre biologica non sarebbe stata in grado di offrigli.

In quest’ottica l’attuale legge, la 194, che regola l'aborto in Italia, non deve, secondo noi, essere abolita, ma applicata nella sua interezza: deve tutelare, oltre alla donna che vuole abortire,anche la madre che non vuole abortire, ma è costretta da ragioni economiche, psicologiche e sociali a ricorrere all’interruzione della gravidanza.

C’è un punto su cui siamo comunque tutti solidali e convinti: la vita ha un valore inestimabile e di conseguenza dobbiamo impegnarci a preservarla e a proteggerla.

 

*docente Liceo Scientifico “A. Tosi” di Busto Arsizio (VA)